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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 12 agosto 2012, n. 222, p. 35&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
VENARIA REALE/ 1&#13;
&#13;
La mirabile Pinacoteca di Eugenio&#13;
&#13;
Una mostra tenta di rievocare lo splendore del leggendario principe di casa Savoia che governò la Lombardia austriaca e costruì il Belvedere di Vienna, riempiendolo di dipinti&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
«Eugenio Maurizio, sposa Olimpia Mancini celebre nipote di Mazarino, ne viene avvelenato, ma mette al mondo il principe Eugenio, generale e collezionista a Vienna, con una quadreria poi lasciata alla nipote povera Anna-Vittoria che esce di convento, sposa un Sassonia minore e scapestrato e rivende le tele ai parenti di Torino, donde l’interesse di una nuova mostra». L’auspicio di Alberto Arbasino fatto in occasione della bella rassegna torinese Diana Trionfatrice (1989) viene raccolto dopo più di vent’anni nella Reggia di Venaria.&#13;
Il 18 marzo scorso, la Galleria Sabauda aveva chiuso le sue porte, incalzata dalla brama di spazio del museo Egizio assai prima che venissero ultimati i lavori per la sua nuova destinazione. Sotto il titolo I quadri del re e fino al 9 settembre, un centinaio delle sue opere più celebri è presentato al pianterreno della manica nuova del Palazzo Reale che sarà la sua nuova sede, mentre una buona parte di quelle che appartennero al principe con intelligenti integrazioni di arazzi, stampe, sculture, libri, porcellane e armi sono esposte nella Reggia sotto il titolo Le raccolte del principe Eugenio condottiero e intellettuale.&#13;
A suo tempo, Prinz Eugen era l’uomo più celebre d’Europa, personaggio dai molti volti: abile diplomatico, statista e grande stratega che seppe scuotere – scrive Voltaire – «la grandeur di Luigi XIV e la potenza degli Ottomani». Sodale e compagno d’arme del duca di Malborough, il leggendario Malbruch che spesso aveva messo in scacco il Re Sole, vincitore di tante battaglie a capo dell’esercito imperiale contro i turchi, i francesi, gli spagnoli, i bavaresi, celebrate in una incalzante serie di tele dall’olandese Jan Huchtenburg, ma anche curioso delle scienze e delle arti, vero “filosofo guerriero”. Amico e corrispondente di Leibniz, e di Montesquieu, protettore di Giannone e frequentatore del nunzio papale a Vienna il futuro cardinale Passionei giansenista, avversario dei gesuiti e illustre bibliofilo i cui 60mila volumi costituiscono il fondo più importante della romana Biblioteca Angelica. Anche Eugenio sull’esempio dell’amico prelato e del proprio aiutante di campo barone di Hohendorf, fu un bibliomane scatenato: la sua biblioteca, la Eugeniana, ha oggi un posto d’onore nella Österreichische Nationalbibliothek e la sua collezione grafica, ora all’Albertina di Vienna, «superiore a quante altre di simil sorte si ammirano in Europa», a detta del Passionei, fu raccolta con l’aiuto dei più celebri esperti i parigini Jean e Pierre-Jean Mariette. Fu protettore e committente dei grandi architetti che segnarono il volto della Vienna barocca: Johann Bernard Fischer von Erlach, che costruì nella capitale il suo palazzo di città e Johann Lucas von Hildebrandt il suo architetto preferito creatore dello splendido complesso dei due palazzi e del giardino del Belvedere minutamente illustrati e documentati nelle novanta suntuose tavole delle Residences Memorables De l’incomparable Heros de nôtre Siecle... Son Altesse Serenissime Monseigneur Le Prince Eugene Francois Duc de Savoye et de Piemont di Salomon Kleiner stampate ad Augsburg tra il 1731 il 1740.&#13;
Era nato a Parigi e con Parigi aveva mantenuto stretti contatti, era in relazione con mercanti, collezionisti e artisti, era stato governatore della Lombardia e dei Paesi Bassi imperiali, aveva eccellenti rapporti con i principi elettori di Baviera, Max Emanuel II e, soprattutto, del Palatinato, Johann Wilhelm che aveva fatto di Düsseldorf sua capitale un centro artistico di importanza europea. Era un grande ammiratore dei pittori fiamminghi e olandesi di cui aveva «quasi vuotato l’intera Fiandra e l’Olanda» e di cui generosamente offerse a Eugenio splendidi esemplari.&#13;
Il principe morì nel 1736 e i suoi beni passarono a una nipote che si affrettò a vendere all’imperatore la biblioteca e la raccolta di stampe, mentre la collezione di quadri – o per meglio dire una gran parte di quelli che erano a Vienna e nei pressi, nello Schlosshof – fu acquistata dal re di Sardegna Carlo Emanuele III e giunse a Torino nel 1741 un po’ intaccata da precedenti cessioni. Nella Storia Pittorica della Italia l’abate Luigi Lanzi ricorda come la quadreria di Torino fosse stata arricchita dall’arrivo di «quattrocento pezzi di Fiamminghi che ... si distinguono dagli altri dal finissimo intaglio e da tutto il gusto delle cornici». La figura, la storia, il gusto del Principe sono ben evocati e rappresentati nella mostra della Venaria e nel suo catalogo buono e maneggevole, curato da Carla Enrica Spantigati insieme a eccellenti collaboratori, in cui la raccolta viennese viene contestualizzata nel confronto con quelle parigine (e superbe) della duchessa di Verrua, la Pompadour transalpina, già amante di Vittorio Amedeo II, e del dissipato scialacquatore Vittorio Amedeo di Savoia Carignano che ne aveva sposato la figlia naturale. Di esse sono presenti radi esempi, ma aiuta il confronto il denso saggio del catalogo.&#13;
Un’antologia della corrispondenza e degli inventari del principe e un ampio corredo illustrativo permettono di integrare ciò che è esposto a ciò che non lo è, o perché mai arrivato a Torino, o perché portato in Francia al tempo di Napoleone e mai più ritornato (tra l’altro la Visitazione di Rembrandt oggi a Detroit, la Donna Idropica di Gerard Dou oggi al Louvre che per lungo tempo fu il dipinto seicentesco olandese più celebrato), o perché se ne sono perse le tracce, o perché attualmente presentato nella mostra di Palazzo Reale come la Santa Margherita di Poussin, I quattro tori di Paul Potter uno degli eroi dei Maitres d’autrefois di Fromentin, Amarilli e Mirtillo di Van Dyck, La ragazza alla finestra di Dou. Capolavori che a Venaria avrebbero contribuito non poco all’immagine del principe amatore d’arte.&#13;
Grazie all’ingegnosa trovata di proiettare le incisioni di Kleiner sulle pareti e sul soffitto di una saletta, il visitatore può entrare virtualmente nelle stanze del Belvedere e verificare la disposizione dei dipinti. Quindi di fronte agli originali potrà riconoscere i vari aspetti del gusto del principe: l’amore per il classico che gli faceva cercare Guido Reni, Albani i bolognesi e Poussin, l’interesse per i maestri fiamminghi e olandesi, del Seicento per la virtuosità dei “pittori di fino” di Leida, per le scene di genere di Teniers, per le battaglie di Wouwerman o del Borgognone, per le nature morte di de Heem o di Abraham Mignon, per le smaltate eleganze di van der Werff, per i paesaggi di Paul Bril, di Roelandt Savery, per i rami dipinti da Jan Brueghel dei Velluti e per i microcosmi del singolare Jan Griffier. Di questo olandese anglicizzato che visse e dipinse per anni in un’abitazione galleggiante sul Tamigi, naufragò presso Rotterdam perdendo opere e beni ma riuscì a riprendersi e a tornare a Londra dove era assai apprezzato, Eugenio aveva una splendida raccolta. I suoi cieli cangianti, i suoi visionari paesaggi dove si svolgono fiere, approdano traghetti, si pattina sul ghiaccio, dove emergono tra i fumi degli spari le chiese, i castelli e i bastioni di una città assediata, dove ampi fiordi tortuosi scorrono sotto montagne bianche sulle cui cime si addensano tempeste, sono superbe rivisitazioni dei magici paesaggi fiamminghi del primo seicento visti da un occhio partecipe e, al tempo stesso, lontano nel tempo. L’interesse dal principe per la sua pittura conferma che «ora siano richiesti i dipinti più curiosi» come si legge nella contemporanea corrispondenza scambiata da due mercanti, e forse anche quelle splendide cornici intagliate che ancora in parte sussistono e che inquadrano, come una gabbia dorata, i piccoli dipinti boreali rinviano al medesimo atteggiamento che l’aveva spinto ad acquistare stipi giapponesi e a ordinare in Cina piatti di porcellana o lacche con i suoi stemmi.&#13;
I quadri del Re. Una quadreria alla Reggia: le raccolte del Principe Eugenio condottiero e intellettuale, Venaria Reale, fino al 9 settembre.&#13;
&#13;
A cavallo. Il principe Eugenio di Savoia Soissons di Jacob (o Jacques) van Schuppen in un olio su tela ante 1721 proveniente dalla Galleria Sabauda di Torino. &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Albani, Francesco&#13;
-	Arbasino, Alberto&#13;
-	Brill, Paul &#13;
-	Brueghel, Jan [il Vecchio]&#13;
-	Carlo Emanuele III di Savoia, re di Sardegna&#13;
-	Courtois, Jacques [il Borgognone]&#13;
-	De Heem, Jan Davidsz  &#13;
-	Dou, Gerrit&#13;
-	Dyck, Anton van&#13;
-	Eugenio di Savoia-Soissons, principe&#13;
-	Eugenio Maurizio di Savoia-Soissons&#13;
-	Fischer von Erlach, Johann Bernhard &#13;
-	Fromentín, Eugéne&#13;
-	Giannone, Pietro&#13;
-	Giuseppe Maria Federico Guglielmo di Sassonia-Hildburghausen&#13;
-	Griffier, Jan I&#13;
-	Hildebrandt, Johann Lucas von&#13;
-	Hohendorff, Georg Wilhelm von&#13;
-	Huchtenburgh, Jan van &#13;
-	Jeanne Baptiste d’Albert de Luynes, duchessa di Verrua&#13;
-	Jeanne-Antoinette Poisson, marchesa di Pompadour&#13;
-	Johann Wilhelm, elettore Palatino &#13;
-	John Churchill, I duca di Marlborough&#13;
-	Kleiner, Salomon &#13;
-	Lanzi, Luigi Antonio&#13;
-	Leibniz, Gottfried Wilhelm von&#13;
-	Luigi XIV, re di Francia&#13;
-	Mancini, Olimpia&#13;
-	Maria Anna Vittoria di Savoia-Soissons&#13;
-	Mariette, Jean&#13;
-	Mariette, Pierre-Jean&#13;
-	Massimiliano II Emanuele, elettore di Baviera&#13;
-	Mazzarino, Giulio&#13;
-	Mignon, Abraham&#13;
-	Montesquieu&#13;
-	Napoleone I, imperatore&#13;
-	Passionei, Domenico Silvio&#13;
-	Potter, Paulus&#13;
-	Poussin, Nicolas&#13;
-	Rembrandt, Harmenszoon van Rijn&#13;
-	Reni, Guido&#13;
-	Savery, Roelant &#13;
-	Schuppen, Jacob van&#13;
-	Spantigati, Carla Enrica&#13;
-	Teniers, David [il Giovane]&#13;
-	Vittoria Francesca di Savoia&#13;
-	Vittorio Amedeo di Savoia-Carignano&#13;
-	Vittorio Amedeo II di Savoia, re di Sardegna&#13;
-	Voltaire&#13;
-	Werff, Adriaen van der&#13;
-	Wouwerman, Philips&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Augusta [Germania]&#13;
-	Detroit [Stati Uniti]&#13;
o	Detroit Institute of Arts Museum&#13;
-	Düsseldorf [Germania]&#13;
-	Engelhartstetten [Austria]&#13;
o	Castello di Hof &#13;
-	Leida [Paesi Bassi]&#13;
-	Londra [Regno Unito]&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
o	Musée du Louvre&#13;
-	Roma&#13;
o	Biblioteca Angelica&#13;
-	Rotterdam [Paesi Bassi]&#13;
-	Torino&#13;
o	Galleria Sabauda [Musei Reali Torino]&#13;
o	Museo Egizio&#13;
o	Palazzo Reale [vedi Musei Reali]&#13;
-	Venaria Reale [Torino]&#13;
o	Reggia di Venaria Reale&#13;
-	Vienna [Austria]&#13;
o	Albertina&#13;
o	Biblioteca Imperiale di Vienna [Österreichische Nationalbibliothek]&#13;
o	Palazzo d’Inverno del Principe Eugenio&#13;
o	Palazzo del Belvedere [Österreichische Galerie Belvedere]</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione della mostra: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;I quadri del Re. Una quadreria alla Reggia: le raccolte del principe Eugenio condottiero e intellettuale&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (Venaria Reale [Torino], Reggia di Venaria Reale, 5 aprile-9 settembre 2012), a c. di Carla Enrica Spantigati, catalogo edito da Silvana Editoriale. È parte dell’iniziativa la presentazione di una selezione di capolavori della Galleria Sabauda nella nuova sede della Manica Nuova del Palazzo Reale di Torino, a seguito del trasferimento della pinacoteca dal Palazzo del Collegio dei Nobili: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;I quadri del re. Torino, Europa. Le grandi opere d’arte della Galleria Sabauda &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;(5 aprile 2012-13 gennaio 2013).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Castelnuovo introduce la ricca collezione del principe Eugenio di Savoia-Soissons (1663-1736), cugino di re Vittorio Amedeo II, celebre nelle corti europee del tempo tanto per le abilità militari quanto per l’interesse verso le arti e le scienze. Fondatore della Biblioteca Eugeniana, oggi presso la Österreichische Nationalbibliothek, e di una straordinaria raccolta grafica, confluita nell’Albertina di Vienna, le sue collezioni giunsero a Torino all’indomani della morte grazie all’acquisizione di Carlo Emanuele III.&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Una copia del catalogo è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/le-raccolte-del-principe-eugenio-condottiero-e-intellettuale-collezionismo-tra-vienna-parigi-e-torin/UTO01874582"&gt;&lt;span&gt;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;.&lt;/span&gt;</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 17 giugno 2012, n. 166, p. 38&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
PARIGI&#13;
&#13;
Preghiere colorate per il duca&#13;
&#13;
Esposto al Louvre, slegato e a fogli sciolti, il «Libro d’ore» di Jean de Berry, realizzato nel 1408 dai fratelli Limbourg&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Un codice miniato, scriveva John Ruskin, è come una cattedrale piena di vetrate, di musiche e di preghiere, il tutto rilegato per poterlo mettere in tasca. Ce ne vorrebbe una assai capace per contenere Les Belles Heures du Duc de Berry, un capolavoro del gotico internazionale conservato dal 1954 ai Cloisters di New York. Chi potesse farlo avrebbe in tasca non solo la chiesa con le sue vetrate, le sue preghiere e le sue musiche, ma un mondo straordinariamente vario e variegato con i suoi mari, i suoi cieli, le sue nuvole, i suoi verdi pascoli, le sue montagne, i suoi torrenti, i suoi deserti, i suoi castelli, i suoi monasteri e le sue certose, le sue città turrite, i suoi cimiteri, i suoi santi, i suoi angeli, i suoi diavoli, i suoi animali, il tutto condotto con colori di infinita sottigliezza, ora tenui, sfumati, ora lucidi e squillanti. Temporaneamente liberati per il restauro dalla rilegatura, un centinaio di fogli del codice sono esposti ora a Parigi (dopo aver fatto tappa a Los Angeles e New York). È l’ultima occasione di poter vedere non il codice aperto a una pagina come accade nelle mostre, ma uno accanto all’altro tutti i suoi fogli miniati come fossero scene di un ciclo di affreschi squadernato sulle mura di una chiesa.&#13;
Un "libro d’ore" è una raccolta di preghiere a uso dei laici per tutte le ore del giorno, per le feste dell’anno, per implorare la Vergine, evocare la passione di Cristo, illustrare i salmi, onorare e pregare i santi, seguire l’uffizio dei morti e recitare le litanie. Durante gli ultimi secoli del Medioevo, quando – come è stato detto – «la pittura era nei libri», il libro d’ore fu il bestseller per eccellenza, richiesto da monarchi, aristocratici e ricchi borghesi a officine librarie e a celebri artisti. Le loro immagini potevano aiutare il fedele a immedesimarsi nelle vicende sacre ed essere al tempo stesso fonte di piacere per lo sguardo. Non era solo un libro di preghiere, era un simbolo di rango sociale, non a caso le pagine spesso erano marcate dagli stemmi o dalle imprese di chi li aveva ordinati.&#13;
Sulle pareti della Salle de la Chapelle del Louvre si susseguono le delicate e sfolgoranti immagini miniate dai fratelli Herman, Paul e Jean de Limbourg tra il 1405 e il 1408 per il duca Jean de Berry, figlio del re Carlo V e zio del re folle, Carlo VI. Il duca, il più grande bibliofilo e collezionista del suo tempo, aveva avuto al suo servizio artisti come André Beauneveu (il grande scultore cui aveva chiesto di illustrare un breviario), aveva commissionato probabilmente a Jean d’Orléans le Très Belles Heures de Notre-Dame, a Jacquemart de Hesdin le Grandes Heures e le Heures de Bruxelles. Quando nel 1404 morì suo fratello Filippo l’Ardito duca di Borgogna, il duca di Berry prese al suo servizio i giovani fratelli de Limbourg, che per Filippo avevano suntuosamente illustrato una «très belle et très notable Bible» affidando loro il compito di miniare le Belles Heures i cui fogli sono oggi in mostra. In rassegna i fogli miniati sono accompagnati da pochi oggetti di altissima qualità: sculture, avori, oreficerie, dipinti e altri codici miniati.&#13;
I Limbourg venivano da Nimega, in Olanda, erano nipoti di Jean Malouel pittore del Duca di Borgogna, forse il maggiore dell’Europa attorno al 1400, di cui il Louvre espone oggi, accanto alla celebre Grande Pietà, uno splendido Cristo in Pietà appena acquistato (si veda Dominique Thiébaut, Le Christ de pitié, éditions du Louvre, Paris 2012, pagg 64 € 9,70). Dallo zio avevano appreso molto: le delicate armonie dei colori, la gamma ineguagliabile dei rosa, degli azzurri, dei grigi, dei verdi, degli aranci e dei viola in tutte le gradazioni e le tonalità, l’eleganza preziosa del segno unita alla capacità nella resa plastica, l’eccezionale finezza nel dettaglio, ma i tre giovani seppero tenergli testa e andare più avanti. Nei quattro anni passati tra Parigi e Bourges decorarono le pagine delle Belles Heures con circa centocinquanta miniature. Osserviamole: la luce digradante – chiaro il primo piano, poi un crescente imbrunirsi verso il fondo – dei loro paesaggi teatri di martìri e di prodigi, popolati da pastori, cori angelici, soldati, pellegrini, monaci, re, eremiti, leoni e draghi, le città turrite evanescenti negli sfondi, l’aprirsi improvviso di una sala o di una loggia sottolineato dalla fuga delle piastrelle multicolori, della navata di una chiesa, di una scalinata che sfonda letteralmente una muraglia (nella Caduta di Simon mago), l’incresparsi ora tumultuoso ora placido delle onde intorno a una imbarcazione, l’oscurità innaturale solcata da sprazzi e meteore che avvolge la Crocifissione sono frutto di pennelli sapienti e ispirati, capaci di evocare la preziosità delle vesti e la macabra putrefazione dei cadaveri, i fondi di rabeschi dorati ma pure l’azzurro dei cieli per la prima volta percorsi da nuvole che ora si incupiscono ora si rischiarano.&#13;
La vita dei tre fratelli fu breve (una trentina d’anni o poco più) stroncata nel corso del 1416, l’anno che vide anche la morte del duca, loro protettore. Nei quindici anni avevano operato avevano fatto prodigi. L’ultimo, il più celebre libro da loro miniato, le Très Riches Heures, ora a Chantilly, rimase incompiuto. Negli anni che passarono tra la fine del 1408 – quando venne terminata l’illustrazione delle Belles Heures – e l’inizio di quella delle Très Riches Heures i tre fratelli (o forse il solo Paul) dovettero scendere in Italia per un viaggio di studio. L’ipotesi, un tempo data per certa, è ora molto discussa: si sottolinea come la ricchezza di opere italiane nelle raccolte del duca di Berry e la presenza di artisti italiani a Parigi potessero offrire loro modelli sufficientim senza mettersi in viaggio.&#13;
&#13;
Les Belles Heures du duc de Berry, Parigi, Museo del Louvre fino al 25 giugno&#13;
&#13;
Carte che ridono. Fratelli de Limbourg, «Annuncio ai pastori», miniatura tratta da «Le Belle Heures» del duca di Berry, New York, The Metropolitan Museum of Art, The Cloisters &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Beauneveu, André&#13;
-	Carlo V, re di Francia [il Saggio]&#13;
-	Carlo VI, re di Francia [il Folle]&#13;
-	Éditions du Musée du Louvre&#13;
-	Filippo II, duca di Borgogna [l’Ardito]&#13;
-	Hesdin, Jacquemart de&#13;
-	Jean d’Orléans&#13;
-	Jean de Valois, duca di Berry&#13;
-	Limbourg [fratelli]&#13;
-	Limbourg, Herman&#13;
-	Limbourg, Jean&#13;
-	Limbourg, Paul&#13;
-	Malouel, Jean&#13;
-	Ruskin, John&#13;
-	Thiébaut, Dominique&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Bourges [Francia]&#13;
-	Chantilly [Francia]&#13;
o	Musée Condé&#13;
-	Los Angeles [Stati Uniti]&#13;
o	J. Paul Getty Museum Trust&#13;
-	New York [Stati Uniti]&#13;
o	Museum of Modern Art&#13;
o	The Met Cloisters&#13;
-	Nimega [Paesi Bassi]&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
o	Musée du Louvre&#13;
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                <text>&lt;span&gt;Recensione della mostra:&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt; Les Belles Heures du duc de Berry&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (Parigi, Musée du Louvre, 5 aprile-25 giugno 2012), a c. di Hélène Grollemund e Pascal Torres, catalogo edito da Somogy Éditions d'Art. Protagoniste dell’esposizione sono le miniature dei fratelli Limbourg, che decorano il manoscritto oggi conservato nelle collezioni del Met Cloisters di New York (inv. 54.1.1a, b). La rassegna ne presenta le pagine sciolte, in occasione del restauro della legatura, e segue la mostra intitolata &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;The Art of Illumination: The Limbourg Brothers and the Belles Heures of Jean de France, Duc de Berry&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (New York, The Metropolitan Museum of Art, 1° marzo-12 giugno 2010; Los Angeles, J. Paul Getty Museum, 18 novembre 2008-8 febbraio 2009).&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Una copia del catalogo è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/les-belles-heures-du-duc-de-berry/UTO01361975"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;.&lt;/span&gt;</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 26 febbraio 2012, n. 56, p. 39&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
TORINO&#13;
&#13;
Savoia, che bibliofili!&#13;
&#13;
Una mostra all’Archivio di Stato ha permesso di riconsiderare la quantità, la varietà e la bellezza delle raccolte librarie della dinastia&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Nelle severe sale dell’Archivio di Stato di Torino sono stati esposti (oggi è il loro ultimo giorno) una miriade di codici membranacei e cartacei, di libri illustrati, mappe, carte e planisferi, disegni, atlanti, suntuose legature, assieme a varie ed eccezionali raccolte di disegni di architettura (come il museo portatile di Filippo Juvarra). In tutto 537 numeri di catalogo che testimoniano di tre secoli di acuta, informata e intelligente bibliofilia, anzi di qualcosa di più. Resta un catalogo ponderoso a testimoniare tanta ricchezza.&#13;
Quando Emanuele Filiberto decise di spostare la capitale dei suoi Stati da nord a sud delle Alpi trasferendola da Chambéry a Torino accanto al progetto politico, edificatorio, militare ne aveva uno culturale che si lascia rivelare negli accenni a un Theatrum omnium disciplinarum. Un progetto ancora nebuloso ma che appartiene bene al tempo in cui (1550), di Giulio Camillo, il grande architetto della mnemotecnica, veniva pubblicato L’idea del Theatro (cinque copie esistevano ai tempi di Carlo Emanuele I nella Biblioteca granducale), e in cui si attendeva con ansia l’invenzione e la messa in pratica di un congegno, di una macchina che permettesse di impadronirsi di tutto il sapere universale.&#13;
Queste attese si concretarono nella costruzione e nella decorazione da parte del figlio, Carlo Emanuele I, della Grande Galleria che congiungeva l’antico castello al nuovo palazzo ducale di Torino. La sua intenzione era di farne una gigantesca «Kunst und Wunderkammer» dove i prodotti della natura e della cultura potessero felicemente armonizzarsi sovrastati nella volta dalle immagini celesti, il moto de’ cieli, de’ pianeti e delle stelle, in un programma che avrebbe dovuto allargarsi fino a essere un «compendio di tutte le cose del mondo». L’ambizioso progetto fu mutato e fu ai libri più che alle immagini che venne affidato il compito di presentare questo «compendio». Qui infatti «entro credenzoni messi a oro» si trovava «una numerosa, varia e peregrina quantità di libri scritti e stampati». Un incendio devastò la galleria nel 1667 ma alcuni dei suoi tesori poterono essere salvati. Parte di qui, attraverso un duro impegno di esplorazione degli inventari e di riconoscimento delle opere, la restituzione di questo ammirevole teatro della memoria che è il primo capitolo della ricchissima esposizione torinese.&#13;
Carlo Emanuele I fu un singolare personaggio. Una testa calda che si slanciava con passione in ogni avventura guerresca conducendo, privo di carte geografiche, una sorta di Blitzkrieg che lo portò fino a Marsiglia per essere regolarmente trattenuto, battuto e respinto da Lesdiguières la volpe del Delfinato, generale e amico di Enrico IV, ma fu anche, un uomo di mille curiosità. Aveva appena letto il Sidereus Nuncius galileiano che già chiedeva al figlio di procurargli «quel canone di ferro bianco chel serve per vedere di lontano», oppure voleva assolutamente avere quel «libro de’ pesci» di Ippolito Salviano che, splendidamente illustrato da Nicolas Béatrizet, era stato stampato a Roma più di mezzo secolo prima e ottenutolo se ne servì come libro di modelli per i suoi artisti. Nel 1615 compra ventisei volumi di disegni, un’autentica enciclopedia dell’antichità, di Pirro Ligorio che tutt’Europa gli invidia. Acquista dagli eredi i libri del cardinale Domenico Della Rovere compreso il portentoso Messale e da Carlo I Gonzaga la Mensa Isiaca che era appartenuta a Pietro Bembo e codici miniati di straordinaria importanza.&#13;
Nel 1720 si istituì una «amplia e scelta biblioteca per commodo sì degli studenti che del pubblico» destinata all’Università, cui Vittorio Amedeo II, divenuto ormai re, conferì gran parte delle collezioni librarie dei Savoia. Chi le aveva consultate negli ultimi decenni, grandi eruditi come Mabillon e Montfaucon, le aveva trovate molto trascurate. Una biblioteca universitaria del Settecento è altra cosa nel progetto e nelle scelte di un «teatro della memoria» o di una collezione di meraviglie. I curatori della mostra compulsando in lungo lavoro i registri di pagamento ancora conservati hanno potuto stabilire, così come per quella dei Regi archivi, la provenienza, il costo e la data d’entrata dei singoli libri che si tratti dell’Encyclopédie, di un blocco di incunaboli, di trattati medici, astronomici geografici, botanici, magari acquistati in Olanda, di testi arabi o di manoscritti miniati provenienti da un’antichissima abbazia, come le splendide pagine dipinte a Bobbio, il cenobio fondato da san Colombano, un monaco irlandese. C’è poi anche da considerare la Biblioteca antica degli archivi di Corte dove – dopo la costituzione di una biblioteca pubblica – rimasero libri, carte e documenti utili al governo dello Stato, alla storia della dinastia e una notevole parte degli antichi manoscritti. Sappiamo fino a che punto l’incendio del 1904 della Biblioteca Nazionale fece celebri vittime nel patrimonio librario torinese, ma alla mostra spiccavano molte testimonianze di redivivi, superbe pagine restaurate di miniatori francesi e fiamminghi del Quattrocento, di manoscritti appartenuti al duca di Berry, alle più nobili case d’Italia e ad antiche abbazie, insieme a quelli conservati agli Archivi che non avevano subito la prova del fuoco. Per la prima volta si poteva avere un’idea della ricchezza, della singolarità e della varietà della biblioteca di una corte di frontiera di cui nel 1711 Scipione Maffei, aveva rivendicato l’importanza scrivendo ad Apostolo Zeno: «Di tutt’altro avrete inteso parlare che della Biblioteca di Torino e dei suoi manoscritti, credendosi comunemente che questa estrema parte d’Italia sia priva di quelle preziose rarità, delle quali abbondano tutte l’altre...».&#13;
&#13;
Autori Vari, Il Teatro di tutte le Scienze e le Arti. Raccogliere libri per coltivare idee in una capitale di età moderna. Torino 1559-1861 (catalogo della mostra, Archivio di Stato di Torino, 22 novembre 2011 - 26 febbraio 2012), Centro Studi Piemontesi, Torino, pagg. 560, s.i.p.&#13;
&#13;
Miniature. Il Messale della Rovere&#13;
 &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Béatrizet, Nicolas&#13;
-	Bembo, Pietro&#13;
-	Camillo, Giulio&#13;
-	Carlo Emanuele I, duca di Savoia&#13;
-	Centro Studi Piemontesi&#13;
-	Della Rovere, Domenico&#13;
-	Emanuele Filiberto, duca di Savoia&#13;
-	Enrico IV, re di Francia&#13;
-	Gonzaga-Nevers, Carlo I, duca di Mantova e del Monferrato&#13;
-	Jean de Valois, duca di Berry&#13;
-	Juvarra, Filippo&#13;
-	Lesdiguières, François de Bonne duca di&#13;
-	Ligorio, Pirro&#13;
-	Mabillon, Jean&#13;
-	Maffei, Scipione&#13;
-	Montfaucon, Bernard de&#13;
-	Salviani, Ippolito &#13;
-	Savoia [famiglia]&#13;
-	Vittorio Amedeo II di Savoia, re di Sardegna&#13;
-	Zeno, Apostolo&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Bobbio [Piacenza]&#13;
o	Abbazia di San Colombano&#13;
-	Chambéry [Francia]&#13;
-	Marsiglia [Francia]&#13;
-	Roma&#13;
-	Torino&#13;
o	Archivio di Stato di Torino&#13;
o	Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino&#13;
o	Biblioteca Reale [Musei Reali Torino]&#13;
o	Grande Galleria&#13;
o	Palazzo Ducale [Palazzo Reale, vedi Musei Reali]&#13;
o	Palazzo Madama [vedi Museo Civico]</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione della mostra: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Il teatro di tutte le scienze e le arti. Raccogliere libri per coltivare idee in una capitale di età moderna. Torino 1559-1861&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (Archivio di Stato di Torino, 22 novembre 2011-26 febbraio 2012), &lt;/span&gt;&lt;span&gt;a c. di Marco Carassi, Isabella Massabò Ricci e Silvana Pettenati, catalogo edito dal Ministero per i beni e le attività culturali, Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Piemonte, Consiglio regionale del Piemonte, Centro studi piemontesi.&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Castelnuovo ripercorre la storia delle ricche ed eterogenee raccolte librarie dei Savoia, dal progetto del &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Theatrum omnium disciplinarum &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;di Emanuele Filiberto, passando per la costruzione della Grande Galleria di Carlo Emanuele I, terminando con la consistente donazione di Vittorio Amedeo II all’Università, base delle collezioni della Biblioteca universitaria. Dell’esposizione parlerà anche su &lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/244"&gt;&lt;span&gt;«L’Indice dei libri del mese»&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Una copia del catalogo è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/il-teatro-di-tutte-le-scienze-e-le-arti-raccogliere-libri-per-coltivare-idee-in-una-capitale-di-eta-/UTO01345004"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;&amp;nbsp;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;. &lt;/span&gt;</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore, anno 148, n. 56, p. 39 (inserto &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;)</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 05 febbraio 2012, n. 35, p. 39&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
PARIGI&#13;
&#13;
Grande caccia in miniatura&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
«Io, Gaston soprannominato Fébus, per grazia di Dio conte di Foix e signore del Béarn, mi sono sempre dedicato a tre cose: le armi, l’amore e la caccia; ma poiché nelle due prime ci sono stati maestri migliori di me…»&#13;
Inizia così il Livre de la chasse scritto verso il 1390 da un principe pirenaico dalle molte ambizioni che si era dotato del soprannome solare di Fébus, per testimoniare il suo primato nella terza delle attività che caratterizzavano la società cortese: la caccia, modello delle virtù principesche. Una sorta di manuale, un’enciclopedia dello sport aristocratico per eccellenza, che il suo autore dedicò al duca di Borgogna Filippo l’Ardito. Per farlo illustrare, si era recato di persona ad Avignone poco prima della sua morte affidandone l’incarico al capo della maggiore officina libraria del tempo Jean de Toulouse. Avignone, al tempo dell’antipapa aragonese Benedetto XIII, era ancora un centro artistico di grande importanza dove confluivano artisti di varia provenienza, dove si illustravano splendidi manoscritti, dove le rappresentazioni della caccia avevano una tradizione che le aveva imposte anche nella decorazione degli appartamenti papali. Forse questa scelta era pure dettata da ragioni politiche: Gaston Fébus che unendo il Béarn alla contea di Foix era riuscito a costituire un vero e proprio stato pirenaico anche se si dichiarava fedele del re di Francia era infatti riuscito sempre a barcamenarsi tra i due avversari della guerra dei cent’anni.&#13;
Nel suo libro si trova tutto sulla caccia a eccezione tuttavia di quella «cum avibus». Niente uccelli e uccellatori, qui i cani che «sur toutes bestes il amoit», levrieri, spaniels, mastini, segugi sono i veri protagonisti. Vi si racconta come educare e istruire i cacciatori (una lunghissima formazione che durava oltre dieci anni) a usare il corno che, con le sue diverse modulazioni, era un prezioso strumento di comunicazione, a conoscere i cani, a curarli, a dare loro un nome, a gestire un canile. Infine a inseguire e stanare a cavallo o a piedi gli animali docili, rossi (erbivori): il cervo, il daino, il capriolo, lo stambecco, la lepre, il coniglio, fin la renna che Fébus aveva cacciato in Norvegia e quelli selvaggi (neri, carnivori): il lupo, il cinghiale (un erbivoro feroce e demonizzato) l’orso, la lince, la volpe, il gatto selvatico, la lontra. A inseguirli con la lancia, la spada e la balestra e anche, pur se Fébus trovava questo modo di cacciare poco nobile, a preparare e istallare reti, lacci e trappole d’ogni specie.&#13;
Degli animali, delle loro virtù e dei loro vizi, del loro significato simbolico si era discusso durante tutto il medioevo e non era questo il primo libro sulla caccia; l’avevano preceduto di pochi anni e ispirato il Roman des deduits di Gace de la Buigne un religioso, a lungo cappellano dei re di Francia, che immagina una tenzone tra i falconieri e i cacciatori veri e propri, tra «Amour des chiens e Amour d’Oiseaulx» e il Livre du Roy Modus et de la Royne Ratio scritto da un aristocratico normanno Henri de Ferrières; ma fu certamente quello di Fébus che ebbe maggior successo, che più venne copiato e diffuso. Jean Froissart, cronista e poeta che era stato suo ospite e aveva subito il suo fascino ne dà un quadro al tempo stesso fiammeggiante e tenebroso. Il principe di bellissimo aspetto, ardito guerriero e buon diplomatico, gran viaggiatore, ottimo amministratore, amico del lusso, attento ascoltatore di poemi cavallereschi, uomo devoto (al suo libro sulla caccia unisce, raccomandandolo a Filippo l’Ardito, un piccolo testo di preghiere), amato dai sudditi, impareggiabile cacciatore e paradigma di virtù cavalleresche, aveva cacciato la moglie Agnès de Navarre e aveva imprigionato e ucciso il proprio figlio.&#13;
A questo personaggio dai molti volti è dedicata al Musée de Cluny a Parigi una mostra che in seguito si trasferirà a Pau, nei suoi Pirenei. Brocche e vasi in cristallo di rocca, oreficerie, tessuti orientali, lampassi lucchesi come quelli assai lussuosi che indossava Fébus, strumenti musicali straordinari come la trecentesca chitarra prestata dal British Museum i cui fianchi sono intagliati con scene di caccia e dei lavori dei mesi, sculture e soprattutto manoscritti miniati ne illustrano i gusti, le vicende e l’immagine. Ma sono le splendide miniature del manoscritto francese 616, della Bibliothèque Nationale de France, uno dei capolavori del gotico internazionale, a dominare l’esposizione. Se ad Avignone Gaston Fébus aveva fatto illustrare due esemplari del suo libro, uno miniato destinato al duca di Borgogna ora all’Ermitage di Pietroburgo, uno per sé, con le immagini in grisaglia su un fondo nudo di pergamena oggi a Parigi (Bibliothèque Nationale de France, ms. fr.619), la più splendida edizione ne venne realizzata circa vent’anni più tardi da eccellenti miniatori parigini in due manoscritti gemelli: il parigino fr.616 forse eseguito per il delfino Louis de Guyenne e il manoscritto 1044 della Pierpont Morgan Library. I soggetti e l’impaginazione restano i medesimi dei manoscritti realizzati in Avignone, ma i costumi sono cambiati e profondamente mutata è la natura in cui si svolgono. Non più arbusti schematici ma alberi di diverse essenze: meli e viti, erbe e fiori, papaveri, narcisi, fiordalisi, mughetti, trifogli, spighe, cani di diversa taglia, pelame, colore animano le pagine. Le ricerche lombarde di Giovannino de’ Grassi e di Michelino da Besozzo sul modo di rendere animali e piante avevano trovato nella Parigi del primo Quattrocento un terreno fertile su cui svilupparsi.&#13;
&#13;
«Gaston Fébus. Prince Soleil 1331-1391», Parigi, Musée de Cluny-Musée National du Moyen Age, fino al 5 marzo (dal 17 maggio al 17 giugno, Musée national du Château de Pau)&#13;
&#13;
Carte che ridono. Gaston Fébus, «Le Livre de chasse», codice miniato del XV secolo.&#13;
 &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Agnese di Navarra&#13;
-	Benedetto XIII, antipapa [Pedro Martínez de Luna]&#13;
-	Ferrières, Henri de &#13;
-	Filippo II, duca di Borgogna [l’Ardito]&#13;
-	Foix, Gastone III conte di [Fébus]&#13;
-	Froissart, Jean&#13;
-	Grassi, Giovannino de’&#13;
-	Jean de Toulouse&#13;
-	La Buigne, Gace de&#13;
-	Luigi di Valois, duca di Guyenna&#13;
-	Michelino da Besozzo&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Avignone [Francia]&#13;
-	Béarn [Francia]&#13;
-	Foix [Francia]&#13;
-	Londra [Regno Unito]&#13;
o	British Museum&#13;
-	New York [Stati Uniti]&#13;
o	The Morgan Library &amp; Museum&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
o	Bibliothèque Nationale de France&#13;
o	Musée de Cluny [Musée national du Moyen Âge-Thermes et Hôtel de Cluny]&#13;
-	Pau [Francia]&#13;
o	Musée national et domaine du château de Pau&#13;
-	San Pietroburgo [Russia]&#13;
o	Hermitage [The State Hermitage Museum]</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione della mostra: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Gaston Fébus. Prince Soleil 1331-1391&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (Parigi, Musée de Cluny. Musée national du Moyen Âge, 30 novembre 2011-05 marzo 2012; Pau, Musée national du Château de Pau, 17 marzo-17 giugno 2012), catalogo edito da Reunion des Musées Nationaux e Grand Palais. Castelnuovo presenta Gastone III, il conte di Foix ricordato con il soprannome di Fébus per le sue doti nell’arte della caccia. Proprio questa passione è al centro del prezioso codice miniato da lui commissionato, protagonista dell’esposizione: un’opera le cui illustrazioni a tema venatorio furono realizzate ad Avignone.&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Una copia del catalogo è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/gaston-febus-prince-soleil-13311391-musee-de-cluny-musee-national-du-moyen-age-paris-30-novembre-201/UTO04180841"&gt;&lt;span&gt;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore, anno 148, n. 35, p. 39 (inserto &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;)</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore; digitalizzazione: Archivio storico dell'Università di Torino (2025)</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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                <text>&lt;spanhelvetica neue="" arial="" font-weight:normal="" font-style:normal="" color:="" 000000="" data-sheets-root="1"&gt;&lt;spanhelvetica neue="" arial="" font-weight:normal="" font-style:normal="" text-decoration:underline="" text-decoration-skip-ink:none="" -webkit-text-decoration-skip:none="" color:="" 1155cc=""&gt;&lt;a class="in-cell-link" target="_blank" href="https://atom.unito.it/index.php/il-sole-24-ore" rel="noopener"&gt;Inventario&lt;/a&gt;&lt;spanhelvetica neue="" arial="" font-weight:normal="" font-style:normal="" color:="" 000000=""&gt; del fondo Enrico Castelnuovo, unità archivistica «Il Sole 24 Ore» (Archivio storico dell'Università di Torino)&lt;/spanhelvetica&gt;&lt;/spanhelvetica&gt;&lt;/spanhelvetica&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 19 giugno 2011, n. 165, p. 40&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
BASILEA&#13;
&#13;
Witz, il più grande degli svizzeri&#13;
&#13;
Una mostra al Kunstmuseum rivaluta un protagonista del Quattrocento europeo, formatosi nella città del concilio e poi attivo a Ginevra&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Il pittore Konrad Witz è stato scoperto solo agli inizi dello scorso secolo, eppure è uno dei più grandi artisti del Quattrocento europeo e giustamente oggi il Kunstmuseum di Basilea gli dedica una grande esposizione. Fu Daniel Burckhardt nel 1901 a decifrarne la firma sulla cornice della Pesca Miracolosa, scomparto di un grande altare dedicato a San Pietro conservato nel Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra: «Hoc opus pinxit Magister Conradus Sapientis de Basilea 1444». Sapientis è una versione latina del termine germanico Witz, un cognome, o forse un soprannome dato al padre, anche lui pittore. Konrad era giunto a Basilea da Rottweil (Germania meridionale), una decina d’anni prima del grande Concilio che si tenne nella città svizzera dal 1431 per l’unificazione della Chiesa dilaniata da decenni dal grande scisma. Basilea era una città in piena trasformazione, economica e culturale: «Il centro della cristianità, o quasi», la definì Enea Silvio Piccolomini. Qui si incontravano re, imperatori, cardinali, i principi della Chiesa e quelli della terra, e sulla loro scia si assiepavano religiosi, diplomatici, eruditi, intellettuali e artisti, tutti in cerca di lavoro. Niente sappiamo di Witz prima dell’approdo a Basilea. La sua scienza pittorica era nata dallo studio delle opere dei grandi fiamminghi, da Jan Van Eyck e da Robert Campin certo viste direttamente, ma la lezione era stata appresa in un tempo record: l’altare di Gand era stato terminato nel 1432, quello di san Leonardo a Basilea – il suo capolavoro giovanile – intorno al 1435. Inoltre Witz non segue fedelmente i maestri, non li copia, dà un’interpretazione molto personale delle loro opere, le semplifica al massimo, è a suo modo un fondamentalista, un fanatico assertore della realtà attraverso una cernita rigorosa dei suoi elementi.&#13;
Nell’altare di san Leonardo i personaggi situati nella parte esterna degli sportelli rappresentati entro basse celle cubiche dall’architettura essenziale, sono solidi, tarchiati, proiettano ombre sottolineate, vistose e tangibili; le mura, semplicemente intonacate, mostrano screpolature, i marmi sono qua e là scheggiati, i legni ostentano fessure estese, la ruggine lascia il suo segno sulle pietre. All’interno, nelle scene destinate a essere viste nei giorni festivi, velluti, damaschi e stoffe hanno consistenza e peso, le armature degli antichi eroi, elmi, schinieri, cotte di maglia, visiere, rotelle tirate a lucido mandano bagliori, perle, gioielli, pietre preziose hanno una tangibile presenza, si profilano con una nettezza inconsueta, l’oro dei fondi non ha niente di astratto è quello di un consistente tessuto operato teso lungo una parete.&#13;
Come un cieco che avesse d’un tratto riacquistata la vista Witz scopre esplora e sfrutta con entusiasmo le infinite sottigliezze dell’ottica. In un quadro stupendo oggi al Muséee de l’Oeuvre Notre-Dame di Strasburgo dove all’interno di una chiesa siedono due sante, Caterina e Maddalena, un pilastro della navata nasconde parzialmente una tavola con la Crocifissione posta sopra un altare laterale. Una delle due candele accese sulla mensa dell’altare è visibile, dell’altra – un vero coup de maître – si indovina la presenza grazie al riflesso della fiamma rappresentato nel dipinto. Attraverso la porta spalancata della chiesa si rivela nitidamente la vita della città e, quasi una firma, la casa e la bottega stessa dell’artista.&#13;
A eccezione delle stupefacenti tavole di Ginevra, che per ragioni di conservazione non hanno potuto viaggiare e sono sostituite da ottime riproduzioni, tutte le sue opere, dipinti, affreschi, miniature, disegni sono qui riunite. Attorno a loro si dispiega una costellazione ricca e problematica: sono i dipinti ritenuti dei compagni, dei collaboratori, dei seguaci. Talora, autentici capolavori come quelli attribuiti ad Hans Witz, non un familiare, ma ancora una volta un “sapiente”, stabilitosi a lungo a Chambéry per poi recarsi a Milano presso la vedova di Galeazzo Maria Sforza – Bona di Savoia – e lasciare un suo affresco a Chiaravalle. Il Calvario di Berlino, il Cristo deposto Frick che gli sono attribuiti attestano la qualità altissima e la grande originalità di un’arte sviluppatasi nelle terre dei Savoia, grazie al grande esempio di Konrad Witz, un’arte che attorno alla metà del secolo ha delineato con forza l’esistenza, di un nuovo polo culturale nel panorama europeo.&#13;
&#13;
Konrad Witz, Basilea, Kunstmuseum, fino al 3 luglio 2011, www.kunstmuseumbasel.ch&#13;
&#13;
Maestro dei pennelli. Konrad Witz, «Presentazione del cardinale de Mies alla Vergine Maria», 1443-44, Ginevra, Musée d’Art et d’Histoire &#13;
NOMI CITATI&#13;
-	Burckhardt, Daniel&#13;
-	Campin, Robert [Maestro di Flémalle]&#13;
-	Eyck, Jan van&#13;
-	Pio II, papa [Enea Silvio Piccolomini]&#13;
-	Savoia [famiglia]&#13;
-	Savoia, Bona di&#13;
-	Sforza, Galeazzo Maria&#13;
-	Witz, Hans&#13;
-	Witz, Konrad&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Basilea [Svizzera]&#13;
o	Chiesa di san Leonardo&#13;
o	Kunstmuseum Basel&#13;
-	Berlino [Germania]&#13;
o	Gemäldegalerie&#13;
-	Chambéry [Francia]&#13;
-	Gand [Belgio]&#13;
o	Cattedrale di San Bavone&#13;
-	Ginevra [Svizzera]&#13;
o	Musée d’art et d’histoire&#13;
-	Milano&#13;
o	Abbazia di Santa Maria di Chiaravalle&#13;
-	New York [Stati Uniti],&#13;
o	The Frick collection&#13;
-	Rottweil [Germania]&#13;
-	Strasburgo [Francia]&#13;
o	Musée de l'Œuvre Notre-Dame</text>
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                <text>&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Recensione della mostra: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Konrad Witz. Die einzigartige Ausstellung &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;(Basilea, Kunstmuseum Basel, 6 marzo-3 luglio 2011), a c. di Bodo Brinkmann, catalogo edito da Hatje Cantz. Castelnuovo introduce Konrad Witz, artista svizzero della prima metà del XIV secolo riscoperto dalla critica solamente all’inizio del Novecento, soffermandosi sul suo rapporto creativo con le opere dei grandi artisti fiamminghi del suo tempo e sulla sua eredità artistica.&lt;/span&gt;</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 1° giugno 2008, n. 150, pp. 50&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
BERNA&#13;
&#13;
Borgogna a tutto fasto&#13;
&#13;
Una mostra dedicata a Carlo il Temerario, l’ultimo duca borgognone, che visse in perenne movimento, alloggiando in una tenda dentro la quale conservava il suo patrimonio: oreficerie, arazzi, vasellame, libri miniati, reliquiari e bandiere&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Il 5 gennaio 1477 il duca di Borgogna Carlo perse la vita presso le mura di Nancy di cui invano aveva cercato di impadronirsi. Era la terza sconfitta che questo sovrano ambizioso, potente e temerario (con questo nome passò alla storia) subiva in poco tempo. La sua morte segnò la fine dello stato borgognone e dello splendore opulento e fastoso, della corte dei duchi che Johann Huizinga ha appassionantemente rievocato nell ‘Autunno del Medioevo.&#13;
Due musei di città che per opposte ragioni hanno avuto un ruolo importante nella vicenda di Carlo (l’Historisches Museum di Berna e il Groeningemuseum di Bruges) si sono associati nell’impresa di rievocare la sua figura, la sua vita ricca di colpi di scena, i gusti, le preferenze estetiche, le committenze artistiche, la sfrenata ambizione e le incertezze, la volontà di modernizzare lo stato, il culto dell’antichità classica testimoniato dall’ammirazione per le gesta dei suoi grandi condottieri conosciute attraverso i testi latini e greci e dalla chiamata a corte di grandi medaglisti italiani (Giovanni Candida, Niccolò Fiorentino) coesistente con uno sguardo nostalgico volto a forme e simboli di un tempo precedente.&#13;
Suo padre, Filippo il Buono morto nel 1467 dopo un lungo regno era stato un grande bibliofilo e un amatore d’arte, aveva avuto come artista di corte Jan van Eyck, per lui aveva lavorato Roger van der Weyden. Questi astri non illuminavano più il cielo del ducato quando Carlo prese il potere e del resto il nuovo duca appassionato di musica («perfecto musico» lo chiama l’ambasciatore milanese Gianpietro Panigarola) non fu tanto interessato alla pittura come oggi la intendiamo quanto ad altre tecniche artistiche che, preziose nella materia e negli effetti, erano simbolo di uno stile di vita: oreficeria, arazzi, tessuti, gioielli, prediligendo oggetti che potessero seguirlo ed esaltarne la potenza, la ricchezza e la magnificenza. L’intervento degli artisti era richiesto per le occasioni più diverse ed effimere: un monile, un’acconciatura, un progetto per gli entremets di un banchetto, un paramento da torneo, uno scudo, uno stendardo, una bandiera. Un fasto mai visto fino ad allora accompagnò l’incontro del 1473 a Treviri tra l’imperatore Federico III e il duca che aspirava al titolo di re di Roma. Ma una tanto ostentata esibizione di lusso e di ricchezza suscitò diffidenza e preoccupazioni nei principi elettori e nello stesso imperatore tanto da contribuire, per un errore che potremo chiamare di comunicazione simbolica, all’insuccesso dell’iniziativa.&#13;
Quando nel 1476 le truppe di otto cantoni svizzeri misero in rotta presso Grandson l’esercito borgognone si impadronirono di un favoloso bottino, Carlo infatti portava con sé in guerra tutto ciò che serviva a trasformare la sua tenda in una lussuosa sala come quelle delle residenze di Bruges e di Bruxelles, cosicché arazzi e bandiere, vasellame e gioielli, suppellettili sacre, abiti liturgici, bibbie e libri di preghiere miniati e perfino l’archivio e il sigillo segreto del duca caddero nelle mani dei suoi nemici. Molti di questi oggetti sono tuttora in Svizzera, particolarmente nello Historisches Museum di Berna e costituiscono il nucleo centrale della mostra insieme alla sua strepitosa collezione di arazzi. Tra questi il Millefleur, unico resto di un più ampio paramento, preso a Romont, e la serie sfolgorante dei ricami e delle tappezzerie già nella cattedrale di Losanna , e predate dai bernesi nel 1536 quando occuparono la città .&#13;
Non è però con le loro sole collezioni che il museo bernese e quello di Bruges potevano restituire l’arte del tempo e la personalità del duca. Non mancano quindi a Berna, come è costume nelle mostre organizzate dal direttore Peter Jezler, effetti speciali, monitor, video, riproduzioni, ma abbondano anche originali di eccezione.&#13;
Per l’occasione sono state riunite rarissime serie di disegni e progetti per arazzi, ricami e addirittura entremets (i giochi plastici che intramezzavano i banchetti) provenienti da differenti collezioni ( Londra, Parigi, Berlino, Weimar) armi e armature principalmente da Vienna e poiché i pezzi di oreficeria sacra e profana presi a Grandson non sono stati conservati a illustrare le qualità degli orafi del tempo sono giunti pezzi stupendi da Londra, Colonia, Bruxelles, Vienna, Aquisgrana, Firenze. Da Los Angeles è giunto il Libro d’ore di Carlo il Temerario, uno dei vertici della miniatura tardo quattrocentesca, Liegi ha inviato un capolavoro, l’ex voto, reliquiario che il il duca che fece eseguire sul finire degli anni sessanta del Quattrocento dall’orafo di corte Gerard Loyet e donò alla antica cattedrale dopo aver duramente represso la ribellione dei suoi cittadini. Questa microscultura è un capolavoro fulgente d’oro, e di smalti in cui il duca inginocchiato in armatura su un cuscino policromo con accanto l’elmo con le piume d’oro regge una teca in oro e cristallo con la reliquia ed è accompagnato e presentato a un’immagine oggi non più esistente (la Vergine? il patrono della cattedrale?) dal santo cavaliere Giorgio che si toglie l’elmo in segno di saluto e ha avvinghiato ai suoi piedi un guizzante drago di smalti. L’attenta resa del volto del duca (uno dei grandi ritratti del Quattrocento), di cui deliberatamente quello di san Giorgio ripete le fattezze, aveva una chiara funzione propagandistica all’indirizzo di una città ribelle.&#13;
Le esibizioni di forza, la propaganda per immagini, il lusso, lo sfarzo non servirono a salvare lo stato borgognone. Il Temerario aveva incontrato sulla sua strada avversari troppo potenti, lo spregiudicato re di Francia Luigi XI, l’imperatore Federico III, la crescente forza militare dei cantoni svizzeri. Finì così l’ultima sfolgorante cometa del Medioevo e il sogno di una nuova Lotaringia che si estendesse dal mare del Nord alle Alpi o addirittura all’Italia.&#13;
&#13;
«Charles le Téméraire Faste et déclin de la cour de Bourgogne», Berna, Historisches Museum fino al 24 agosto. Poi Bruges, Groningemuseum, 27 marzo–21 luglio 2009. Catalogo Fonds Mercator.&#13;
&#13;
Avorio e oro. Gérard Loyet, «Reliquiario», 1467-1471, Liegi, Tesoro della cattedrale &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Candida, Giovanni [Giovanni di Salvatore Filangieri]&#13;
-	Carlo I, duca di Borgogna [il Temerario]&#13;
-	Eyck, Jan van&#13;
-	Federico III d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero&#13;
-	Filippo III, duca di Borgogna [il Buono]&#13;
-	Fonds Mercator&#13;
-	Huizinga, Johan&#13;
-	Jezler, Peter&#13;
-	Loyet, Gérard&#13;
-	Luigi XI, re di Francia [il Prudente]&#13;
-	Niccolò Fiorentino&#13;
-	Panigarola, Gian Pietro&#13;
-	Weyden, Rogier van der&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Aquisgrana [Germania]&#13;
-	Berlino [Germania]&#13;
-	Berna [Svizzera]&#13;
o	Bernisches Historisches Museum&#13;
-	Borgogna [Francia]&#13;
-	Bruges [Belgio]&#13;
o	Groeningemuseum&#13;
-	Bruxelles [Belgio]&#13;
-	Colonia [Germania]&#13;
-	Firenze&#13;
-	Grandson [Svizzera]&#13;
-	Liegi [Belgio]&#13;
o	Cattedrale di San Paolo di Liegi&#13;
	Tesoro della cattedrale [museo]&#13;
-	Londra [Gran Bretagna]&#13;
-	Los Angeles [Stati Uniti]&#13;
o	J. Paul Getty Museum Trust&#13;
-	Losanna [Svizzera]&#13;
o	Cattedrale di Notre-Dame de Lausanne&#13;
-	Lotaringia&#13;
-	Nancy [Francia]&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
-	Roma&#13;
-	Romont [Svizzera]&#13;
-	Treviri [Germania]&#13;
-	Vienna [Austria]&#13;
-	Weimar [Germania]&#13;
&#13;
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 1° giugno 2008, n. 150, pp. 50&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
MEDIOEVO FANTASTICO&#13;
&#13;
Strasburgo nel Quattrocento&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Nei primi decenni del Quattrocento, Strasburgo non era sede di una corte ma importante centro artistico. Qui si stava costruendo «l’ottava meraviglia del mondo», la cattedrale con la sua altissima torre. «L’arte non ha mai prodotto niente di così elevato» sta scritto sull’epitaffio del maestro che l’aveva portata a compimento. Qui lavoravano scultori, pittori, maestri di vetrate e architetti e il cantiere della cattedrale era un punto d’incontro di artisti, tecniche e culture diverse dove si intrecciavano influenze germaniche, boeme e senesi.&#13;
L’esposizione dedicata a Strasburgo nel Quattrocento illustra questa situazione e, grazie alle ricerche di Philippe Lorentz, curatore dell’ottimo catalogo, restituisce le figure e la cultura di due grandi pittori qui operanti, autore l’uno dell’appassionata e sofisticata Crocifissione con frate domenicano del museo di Unterlinden a Colmar, l’altro dell’incantevole Giardino del Paradiso del museo Städel di Francoforte, autentica icona del gotico internazionale.&#13;
Il primo è identificato in un artista polivalente autore di dipinti, vetrate e di progetti di sculture, spesso citato nei documenti cittadini come «Hermann il pittore», Hermann Schadeberg, forse originario di Basilea artista raffinatissimo, fortemente impregnato della cultura pittorica boema, da lui conosciuta a Praga o attraverso libri di modelli. Il secondo, l’ancora anonimo «Maestro del Giardino del Paradiso», prende nome dalla sua opera più nota, visione incantata di un prato fiorito cintato da mura merlate dove la Vergine e il Bambino partecipano insieme ad alcune sante e santi a una scena, dall’indubbio significato religioso ma improntata alla più pura atmosfera cortese. Arazzi, oreficerie, sculture, vetrate, codici miniati, xilografie e i celebri disegni e le piante per la facciata e la torre della cattedrale completano il panorama ricco e composito della cultura artistica di Strasburgo mostrandone l’importanza e il ruolo di spicco nel gotico internazionale europeo.&#13;
Enrico Castelnuovo&#13;
&#13;
«Strasbourg 1400. Un foyer d’art dans l’Europe Gothique», Straburgo, Musées de la Ville de Strasbourg, fino al 9 luglio. &#13;
NOMI CITATI &#13;
-	Lorentz, Philippe&#13;
-	Maestro del Giardino del Paradiso&#13;
-	Schadeberg, Hermann&#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Basilea [Svizzera]&#13;
-	Colmar [Francia]&#13;
o	Musée Unterlinden&#13;
-	Francoforte sul Meno [Germania]&#13;
o	Städelsches Kunstinstitut und Städtische Galerie&#13;
-	Praga [Repubblica Ceca]&#13;
-	Strasburgo [Francia]&#13;
o	Cattedrale di Notre-Dame de Strasbourg&#13;
o	Musée de l'Œuvre Notre-Dame</text>
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                <text>Recensioni della mostre:&#13;
&lt;ul&gt;&#13;
&lt;li&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Charles le Téméraire. Faste et déclin de la cour de Bourgogne&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt; (Berna, Historisches&lt;/span&gt; &lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Museum, 25 aprile-24 agosto 2008; Bruges, Groningemuseum, 27 marzo-21 luglio 2009), a c. di Susan Marti, Till-Holger Borchert e Gabriele Keck, catalogo edito da Fonds Mercator;&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&#13;
&lt;li&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Strasbourg 1400. Un foyer d'art dans l'Europe Gothique&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt; (Strasburgo, Musée de l'Oeuvre Notre-Dame, 28 marzo-6 luglio 2008), a c. di Philippe Lorentz, catalogo edito dai Musées de la Ville de Strasbourg (una copia è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/strasbourg-1400-un-foyer-dart-dans-leurope-gothique/UTO00916474?locale=eng"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Biblioteca Storica dell'Ateneo "Arturo Graf"&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;).&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&#13;
&lt;/ul&gt;&#13;
&lt;ul&gt;&lt;/ul&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 8 gennaio 2006, n. 7, p. 44&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
TOURS&#13;
Riunite le tavole di uno stupefacente polittico di Lorenzo Veneziano, smembrato nel ‘600&#13;
&#13;
La ricomposizione della Vergine&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
I grandi polittici, opere d’arte totali che integrano diverse tecniche e modi diversi di rappresentazione, dal l’iconicità alla narrazione, furono tra le più straordinarie creazioni del Trecento italiano. Rivaleggiarono in questo campo Siena, Firenze e Venezia, ma gli aristocratici artigiani veneziani che – scrive Longhi – «sembrano lavorare i loro dipinti in tartaruga, pelle di ramarro e oro» ne produssero di inconfondibili e meravigliosi giungendo a esportarli in un’area assai ampia: non solo lungo le due coste adriatiche e nel loro entroterra ma, attraverso i passi appenninici, anche nel Lazio. Gran parte di essi non esiste più, vittima dei cambiamenti del gusto e della liturgia, delle soppressioni ecclesiastiche e, per finire, di un mercato dove il gusto dei primitivi aveva il vento in poppa.&#13;
La vendita delle singole parti di un polittico quali opere autonome è stata infatti la causa dello smembramento di un gran numero di tali opere suntuose. Da tempo gli storici dell’arte si sforzano di riunire ciò che è andato disperso, ma la loro ricomposizione è una complicata operazione poliziesco-indiziaria, un vero tour de force per il conoscitore, la sua marcia trionfale in caso di successo. Una volta stabilita l’appartenenza di frammenti sparsi nel mondo intero a una medesima mano o quanto meno a una stessa bottega si tratta di raccogliere, analizzare e connettere informazioni del più vario tipo, notizie documentarie, dimensioni delle tavole, natura dei supporti, tecniche di esecuzione, coerenza iconografica e stilistica e via dicendo. Le difficoltà sono molte, le opere possono essere state decurtate, la loro forma modificata, le ridipinture possono avere trasformato o nascosto elementi essenziali. Ciò che è peggio l’incorniciatura dell’opera, il cui ruolo era essenziale è per lo più andata perduta.&#13;
A Tours si è aperta da poco una mostra piccola e assai raffinata su un protagonista della pittura gotica italiana, creatore di stupefacenti polittici, Lorenzo Veneziano. Poche tavole sapientemente scelte e studiate in catalogo esemplare da Andrea De Marchi e Cristina Guarnieri (autrice di un libro su Lorenzo di prossima pubblicazione) per tentare di restituire l’aspetto del grande polittico eseguito nel 1368 dal pittore per la chiesa degli agostiniani di Bologna, San Giacomo Maggiore. Per essa una ventina d’anni prima aveva lavorato un altro veneziano, maestro Paolo, creando un polittico, ancora in loco, mentre l’opera di Lorenzo è andata dispersa. Si trattava di un’enorme e preziosa macchina di oltre quattro metri di lunghezza che comportava due registri sovrapposti con figure di santi e una predella. Al centro era (ce lo dice il catalogo settecentesco della bolognese collezione Hercolani) un’Incoronazione della Vergine con data, nomi dell’autore e del committente, oggi scomparsi. Al fedele che lo guardava dalla navata doveva sembrare una sorta di visione paradisiaca materializzata sull’altare, fiammeggiante d’oro e di colori, affollata di santi, personaggi stretti attorno alla Vergine incoronata. Restò sull’altar maggiore fino al 1491 al tempo della ristrutturazione rinascimentale dell’edificio per essere poi, dopo spostamenti e vicissitudini, smontato, smembrato e disperso nel 1631.&#13;
Perché Tours? Bisogna sapere che qui il museo che conserva due capolavori di Mantegna, parti della predella della pala di San Zeno di Verona, si è arricchito nel 1963 di un bel gruppo di tavole italiane donate da Octave Linet, restauratore di gran fama che aveva avuto tra i suoi clienti un grande collezionista di primitivi, Joseph Spiridon. Tra i quadri Linet c’era una Annunciazione che Carlo Volpe riconobbe essere la tavola centrale del polittico bolognese di Lorenzo, e una Crocifissione che forse ne era la cimasa. A ciò si aggiunse, acquistato nel 1998, uno sfavillante Concerto angelico in origine parte superiore dell’Incoronazione da cui era stato separato nel corso del XIX secolo. Alle tavole così raccolte dal museo sono stati accostati i santi Bartolomeo e Antonio abate della pinacoteca di Bologna barbaramente privati della parte inferiore, che dovevano in origine fiancheggiare da destra la tavola centrale, un san Leonardo a mezzo busto di suprema eleganza proveniente dal registro superiore del polittico e oggi al museo di palazzo Bellomo a Siracusa, e un Matrimonio della vergine, oggi a Philadelphia, parte della predella. L’opera di Lorenzo suscitò echi a Bologna come prova un’Incoronazione del bolognese Simone dei Crocifissi recentemente donata alla cattedrale di Périgueux ed esposta a Tours; e ciò dovrebbe spingere Bologna a riprendere questa eccellente iniziativa.&#13;
Accompagnano i frammenti del polittico bolognese alcune opere uscite dalla bottega del grande patriarca della pittura veneziana, Paolo, e altre di Lorenzo provenienti sempre da polittici scomposti tra cui due santi di una collezione svizzera, la bellissima Madonna della Rosa del Louvre (firmata e datata 1372) anticamente in San Francesco a Rieti e una recentissima acquisizione dello stesso museo di Tours i Funerali del Battista, da una predella di cui altre parti sono in America. Tra acquisti e mostre ha preso così forma, sulle rive della Loira, un nuovo haut-lieu della pittura primitiva.&#13;
«Autour de Lorenzo Veneziano. Fragments de polyptiques vénitiens du XIVe siècle», Tours, Musée des Beaux-Arts, fino al 23 gennaio. Catalogo Silvana Editoriale.&#13;
&#13;
Lorenzo Veneziano, «Incoronazione della Vergine», Tours, Musée des Beaux-Arts &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	BSI Art Collection [Banca della Svizzera italiana di Lugano&#13;
-	De Marchi, Andrea&#13;
-	Guarnieri, Cristina&#13;
-	Hercolani [collezione]&#13;
-	Linet, Octave&#13;
-	Longhi, Roberto&#13;
-	Mantegna, Andrea&#13;
-	Silvana Editoriale&#13;
-	Simone di Filippo Benvenuti [Simone dei Crocifissi]&#13;
-	Spiridon, Joseph&#13;
-	Veneziano, Lorenzo&#13;
-	Veneziano, Paolo&#13;
-	Volpe, Carlo&#13;
-	Wildenstein [collezione]&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
 &#13;
-	Bologna&#13;
o	Basilica di San Giacomo Maggiore&#13;
o	Pinacoteca Nazionale di Bologna&#13;
-	Detroit [Stati Uniti]&#13;
o	Detroit Institute of Arts Museum&#13;
-	Firenze&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
o	Musée du Louvre&#13;
-	Périgueux [Francia]&#13;
o	Cattedrale di Saint-Front&#13;
-	Philadelphia [Stati Uniti]&#13;
o	Philadelphia Museum of Art&#13;
-	Rieti&#13;
o	Chiesa di San Francesco di Rieti&#13;
-	Siena&#13;
-	Siracusa&#13;
o	Galleria regionale di Palazzo Bellomo&#13;
-	Tours [Francia]&#13;
o	Musée des Beaux-Arts de Tours&#13;
-	Venezia&#13;
-	Verona&#13;
o	Basilica di San Zeno Maggiore</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione della mostra: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Autour de Lorenzo Veneziano. Fragments de polyptyques vénitien &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;(Tours, Musée des Beaux-Arts, 22 ottobre 2005-23 gennaio 2006.)&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;, &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;a c. di di Andrea De Marchi e Cristina Guarnieri, catalogo edito da Silvana Editoriale. Castelnuovo introduce Lorenzo Veneziano, “un protagonista della pittura gotica italiana”, soffermandosi su quelli che presenta come i suoi lavori più “stupefacenti”: i polittici. Smembrati nel corso dei secoli, l’esposizione tenta di ricostruire l’aspetto originale di uno di questi, il polittico della Basilica di San Giacomo Maggiore di Bologna, riunendo i frammenti oggi conservati al Musée des Beaux-Arts di Tours e in altre istituzioni.&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Una copia del catalogo è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/autour-de-lorenzo-veneziano-fragments-de-polyptiques-venitiens-du-14-siecle/UTO04192736"&gt;&lt;span&gt;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 4 dicembre 2005, n. 329, p. 44&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
PARIGI&#13;
&#13;
La scoperta dell'ananasso&#13;
&#13;
Esposte al Louvre le prime vedute del Brasile dipinte nel Seicento dall’artista olandese Frans Post e donate al Re Sole&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
A scorrere con lo sguardo le tele sulle pareti si potrebbe credere che l'incontro, nel 1637, di Frans Post, pittore di Haarlem, con il Nord Est del Brasile non sia stato tanto diverso da quello che tre secoli dopo, nel 1934, il lombardo Carlo Emilio Gadda ebbe con i grandi fiumi dell'Argentina. Scriveva Gadda: «Adesso l'umidore interminato del fiume e delle isole verdi. Parevano chiatte immense fronzute di inutili cespi di salici. Oh verzicavano! verzicavano come nessuno dei nostri verzurieri arriverebbe a credere... Il rio immenso fluiva come una broda biblica e diluviale nel dedalo delle isole basse impregnate d'acqua».&#13;
Frans Post sulle sue tele aveva appunto dipinto il lento fluire di fiumi torbidi, il rio San Francisco, il rio Parahyba, il rio Grande e le basse rive verdi dove verzicavano non cespi di salici, ma alberi contorti che emergevano da intrecci di liane, palmizi, e distese di campi di cotone. Il fiume occupa spesso buona parte dei quadri e sono queste acque giallastre incorniciate da rive verzicanti a colpire il visitatore nella mostra che il Louvre ha dedicato al primo pittore europeo che abbia dipinto i paesaggi del nuovo mondo e i cui quadri piacquero al Re Sole.&#13;
Ma chi era Frans Post, come era venuto in Brasile, e perché molti suoi quadri erano in Francia ab antiquo?&#13;
Era nato ad Haarlem nel 1612 fratello minore di un noto architetto (e pittore) Pieter. Grazie a una sua segnalazione venne scelto da Johan Maurits di Nassau-Siegen, per accompagnarlo in Brasile. Il principe era un uomo di guerra, ma anche un umanista amatore d'arte che si era fatto costruire all'Aja dal migliore architetto del momento, Jacob van Campen coadiuvato da Pieter Post, un palazzo, il Mauritshuis. Partendo per il Brasile a proteggere contro Portoghesi e Spagnoli gli interessi della compagnia olandese delle Indie occidentali, aveva radunato un gruppo di pittori, disegnatori, cartografi scienziati per studiare, descrivere, rappresentare il nuovo mondo. Frans Post fu incaricato di illustrare i paesaggi del Pernambuco, delle province del Nord-Est e le battaglie mentre a un altro pittore, Albert van Eckhout, era stato chiesto di dipingere gli indigeni, la fauna, la flora.&#13;
Nei sette anni che rimase in Brasile Post dipinse con occhio infallibile diciotto vedute, spostandosi al seguito del suo signore a visitare via via le nuove provincie conquistate, a illustrare le piane e i fiumi, gli spalti delle fortezze, i segni e le rovine delle battaglie, le nuove suntuose residenze, le piantagioni di canna, i mulini e i forni dove lo zucchero veniva prodotto, ma anche la mano d'opera nera che il principe, che non disdegnava la tratta, aveva portato con sé dalle sue spedizioni in Africa. Le tele dovevano servire a ornare a Recife, le residenze del Nassau che poteva avere così davanti agli occhi d'un colpo le sue terre, i suoi preziosi prodotti, le sue piazzaforti, le sue battaglie.&#13;
Rientrato in Olanda nel 1645 Johan Maurits si preoccupò di far celebrare le proprie gesta in un gran volume di Caspar Barlaeus pubblicato 1647 e copiosamente illustrato da incisioni da disegni di Post. Perché Post negli anni brasiliani aveva disegnato, schizzato carte, riempiti di immagini album e taccuini, che gli serviranno nei decenni a venire. Aveva trovato un tema di successo: la veduta esotica e si mise a sfruttarlo al massimo rallegrando le fronde con fiori, sgargianti ananassi, pappagalli e altri coloratissimi volatili, popolando le rive dei suoi fiumi di armadilli o insoliti roditori. In una sua tela oggi a Rotterdam, arriva a insinuare un armadillo, addirittura entro una scena biblica.&#13;
Abbandonato il progetto antropologico-enciclopedico che aveva perseguito in Brasile il principe si tuffò nella vita delle corti europee e si avvalse delle opere riportate dai tropici per farne omaggio ai potenti, e ricavarne vantaggi. Ne donò prima al grande elettore del Brandeburgo poi al re di Danimarca, finalmente, alla fine della vita, decise di fare un clamoroso omaggio a Luigi XIV contro cui aveva combattuto, presentandogli le diciotto tele brasiliane di Post. Ne aggiunse altre che fece acquistare sul mercato olandese e tutto un gruppo di dipinti di Eckhout che serviranno come modello agli arazzieri dei Gobelins. Per illustrarle doveva accompagnarle a Parigi Post stesso ma era ormai un vecchio, impresentabile, ubriacone e fu Colbert a portare a Versailles nel 1679 le opere che vennero apprezzate dal re e dalla corte.&#13;
Johan Maurits morì poco dopo e così Post i cui dipinti non ebbero un felice destino: dei diciotto quadri fatti in Brasile il Louvre ne conserva quattro, altri tre identificati sono venuti a Parigi, dei restanti undici si è persa la traccia anche se testimoniano del loro aspetto le stampe eseguite per Caspar Barlaeus e alcuni acquarelli dipinti intorno alla metà del Settecento. Sei superbe tele di maggior formato realizzate in Olanda negli anni Sessanta, autentici "capricci" dove si depositano e si intrecciano i ricordi brasiliani di tanti anni prima, chiudono la piccola memorabile mostra di colui che fu chiamato «il douanier Rousseau del Seicento» ma che fu in realtà un esemplare rappresentante di quell'«arte del descrivere» cui Svetlana Alpers ha dedicato un celebre libro.&#13;
«Frans Post. Le Brésil à la cour de Louis XIV», Parigi, Louvre, fino al 2 gennaio 2006. Catalogo 5 Continents.&#13;
&#13;
Frans Post, «Veduta di una piantagione in Brasile», 1647 circa, Parigi, Museo del Louvre &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	5 Continents Editions&#13;
-	Alpers, Svetlana&#13;
-	Baerle, Caspar van&#13;
-	Campen, Jacob van&#13;
-	Colbert, Jean-Baptiste&#13;
-	Compagnia olandese delle Indie occidentali&#13;
-	Eckhout, Albert&#13;
-	Federico Guglielmo, grande elettore di Brandeburgo&#13;
-	Federico III, re di Danimarca&#13;
-	Gadda, Carlo Emilio&#13;
-	Giovanni Maurizio, principe di Nassau-Siegen&#13;
-	Gobelins, manifattura&#13;
-	Luigi XIV, re di Francia&#13;
-	Post, Frans&#13;
-	Post, Pieter&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
 &#13;
-	Haarlem [Paesi Bassi]&#13;
-	L’Aia [Paesi Bassi]&#13;
o	Mauritshuis&#13;
-	Paraíba do Norte [fiume]&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
o	Musée du Louvre&#13;
-	Pernambuco [Brasile]&#13;
-	Potengi [fiume, Rio Grande do Norte]&#13;
-	Recife [Brasile]&#13;
-	Rotterdam [Paesi Bassi]&#13;
o	Museo Boijmans Van Beuningen&#13;
-	São Francisco [fiume]&#13;
-	Versailles [Francia]&#13;
o	Castello di Versailles</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione della mostra: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Frans Post. Le Brésil à la cour de Louis XIV&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (Parigi, Musée du Louvre, 29 settembre 2005-2 gennaio 2006), a c. di Pedro Corrêa do Lago e Blaise Ducos, catalogo edito da 5 Continents Editions. Castelnuovo presenta i paesaggi brasiliani dipinti da Frans Post nel XVII secolo, focalizzandosi sul rapporto con il suo committente, il principe Giovanni Maurizio di Nassau-Siegen, e sulla diffusione delle sue opere nelle corti europee.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;Castelnuovo aveva già presentato il pittore e la monografia di Svetlana Alpers, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Arte del descrivere. Scienza e pittura nel Seicento olandese&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;, citata in questo articolo, su «La Stampa» nel 1984: &lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/54"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;La verità dei pittori&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;Una copia del catalogo è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/frans-post-le-bresil-a-la-cour-de-louis-14/UTO04203850"&gt;&lt;span&gt;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;.&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 24 aprile 2005, n. 112, p. 41&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
PARIGI&#13;
Al Louvre un’importante mostra dedicata all’arte in Francia dal 987 al 1152&#13;
&#13;
Che spettacolo l’anno Mille&#13;
&#13;
Gli splendori del romanico rivivono in 300 capolavori: draghi, angeli, animali simbolici e santi scolpiti e miniati&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Diminuite o cessate le scorrerie dei Normanni, migliorata l’agricoltura grazie all’introduzione o al miglior uso di strumenti e di nuove tecniche, incrementate le attività economiche, la Francia dell’anno Mille rivive. La popolazione cresce, nascono villaggi, si ripopolano gradualmente le antiche città mentre la riforma ecclesiastica vede rinnovarsi, con l’affermazione di Cluny, l’antico monachesimo benedettino e, più tardi, il nascere di nuovi ordini: i cistercensi, i certosini.&#13;
É il tempo di grandi imprese: lo stesso Rodolfo il Glabro, testimone ammirato, notava nelle sue Historiae che «il mondo scuotendo la sua polvere per respingere la vecchiaia sembrava coprirsi dovunque di una candida veste di chiese». Queste parole si possono leggere su una pagina scritta forse di suo pugno, esposta al Louvre nella strepitosa mostra «La France Romane» cui la celebre frase potrebbe servire di epigrafe.&#13;
Pochi anni prima del Mille, nel 987, Ugo Capeto salendo al trono di Francia aveva fondato una nuova dinastia. Di qui si prendono le mosse per spingersi fino alla metà del XII secolo, al 1152, data del divorzio di Aliénor d’Aquitania da Luigi VII e del suo matrimonio con Enrico Plantageneto e alla nascita di un nuovo regno nell’occidente del paese. Nello stesso anno muore l’abate Sugerio di Saint-Denis, intimo del re, appassionato animatore di imprese artistiche, padre dell’architettura gotica. In questo secolo e mezzo nasce, si afferma, cresce e trionfa il nuovo stile che nell’Ottocento verrà chiamato, per sottolinearne il rapporto con l’antichità, romanico. Della sua varietà, della fantasia e capacità dei suoi artisti testimoniano monumenti come Saint-Sernin di Tolosa, la cattedrale di Autun, la Maddalena di Vézelay, Saint-Savin-sur-Gartempe, Conques, Moissac, Souillac o ancora i codici usciti dai grandi “scriptoria” abbaziali nel quali venivano copiati e splendidamente illustrati manoscritti liturgici, bibbie, evangeliari, vite di santi, scritti dei padri della chiesa, ma anche, seppur in misura minore, testi classici come le commedie di Terenzio o i Fenomeni di Arato.&#13;
Rinasce in questi anni la scultura monumentale che aveva conosciuto un lunghissimo oblio, cresce e si sviluppa una delle tecniche artistiche più originali e suggestive dell’intero medioevo, quella della vetrata. Eccezionali figure di abati-committenti ricercano i migliori artefici anche molto lontano.&#13;
Il paesaggio artistico della Francia tra XI e XII secolo è quanto mai vario e frammentato. Il crollo delle ultime strutture dell’impero carolingio aveva indotto lo stabilirsi di forti poteri locali mettendo in crisi anche il ruolo delle grandi abbazie imperiali e lasciando spazio a una molteplicità di centri monastici e all’apparire di una miriade di linguaggi particolari. Mentre a Saint-Sever ai piedi dei Pirenei viene illustrato uno strabiliante Commento sull’apocalisse che si rifà a modelli provenienti dalle Asturie nei manoscritti miniati negli scriptoria del Nord (Saint-Vaast, d’Arras, Saint-Bertin, Saint-Omer) e della Normandia (Jumièges, Mont-Saint-Michel) sono forti le influenze anglosassoni. E la conquista del 1066 non potrà che rinforzare – nei due sensi – questi legami. Molti gli artisti itineranti: pittori e miniatori italiani lavorano per Fleury e per Cluny.&#13;
Ma al di là degli artisti e dei modelli “stranieri” circolanti la situazione francese è di per sé assai diversificata: era il tempo degli esperimenti e se da un lato l’eredità dei grandi miniatori carolingi di Reims è sempre viva, dall’altra riemergono motivi e formule più antiche, intrecci decorativi astratti, viluppi vegetali, complessi elementi zoomorfi: come aveva visto Otto Pächt alcune radici dell’arte romanica affondano in un passato assai remoto. Tra i codici databili intorno all’anno mille i Vangeli di Corbie della biblioteca di Amiens sono decorati da uno dei grandi pittori del tempo, un genio scatenato che trascina gli evangelisti in un confronto concitato con i propri animali simbolici mentre nei Vangeli di Jumièges, della British Library, prossimi al miniatore Hugo, l’horror vacui trasforma la lotta di San Michele con il drago in una sorta di arazzo gremito di angeli, mostri, lance, spade, scudi, mentre nella Bibbia di Saint-Aubin di Angers , forse dovuta al misterioso Fulcus, un supremo decorativismo trionfa in blu e giallo.&#13;
A evocare i diversi aspetti del romanico in Francia, si è impegnata Danielle Gaborit-Chopin coadiuvata da François Avril, da Robert Gaborit e da molti altri specialisti presentando circa trecento opere e distribuendole in modo esemplare negli spazi contenuti della Hall Napoléon.&#13;
La rotonda che accoglie e congeda il visitatore presenta una vertiginosa selezione di capitelli figurati – una delle creazioni più originali del romanico francese – accostando a quello superbo dei toni musicali proveniente da Cluny altri giunti dalla Normandia, da Tolosa, Poitiers, Parigi e ha come sfondo la vetrata della Vergine dell’abbazia di Vendôme un capolavoro della pittura del XII secolo nella valle della Loira.&#13;
Inizia di qui un itinerario che dopo le prime sale, in cui vengono illustrati il passaggio dall’arte carolingia all’arte romanica, le strutture sociali in presenza – il villaggio, il castello, la chiesa –, la circolazione di oggetti e di modelli attraverso le vie di pellegrinaggio e le prime crociate che avvicinarono d’un colpo alla Francia, l’Oriente e Bisanzio, evoca i grandi centri della creazione artistica dalla Borgogna alla valle della Loira, all’Angiò, alla Linguadoca, dalla Normandia al Nord e all’Île de France, dove a Saint-Denis nascerà e maturerà il nuovo stile gotico. A conclusione alcuni grandi temi e problemi: la prima produzione di smalti nel mezzogiorno del paese e le “Maestà”, le grandi statue lignee della vergine e dei santi protettori, policrome o ricoperte di lamine di metalli, preziosi, arcane e solenni come idoli e come tali adorate e portate in processione, che ebbero un loro ruolo nella ripresa della scultura monumentale.&#13;
Le opere esposte provenienti da chiese, tesori, musei, biblioteche dell’intera Francia, ma anche dall’Inghilterra, dagli Stati Uniti, dalla Germania e dall’Italia sono di una qualità altissima tali da esemplificare al massimo livello (impegno mantenuto) artefici, tendenze e direzioni del gusto in quel cuore pulsante dell’Occidente che fu allora la Francia. La pittura è rappresentata da una sessantina di manoscritti miniati, da frammenti e copie di pitture murali e di mosaici pavimentali, da un piccolo gruppo di vetrate tra cui la drammatica Ascensione della Cattedrale di Le Mans. La scultura è presente attraverso capitelli, monumenti funerari, tra cui la tomba dell’abate Isarnus a Marsiglia dove l’epigrafe si stende come il coperchio di un reliquiario a nascondere il corpo del santo di cui rimangono visibili solo il volto e i piedi, mensole, frammenti di architravi e il toccante, umanissimo gruppo del Ritorno del crociato di Nancy. Poiché poi la curatrice è a capo del Département des Objets d’Art del Louvre e, dopo una serie di importanti esposizioni, di cui sul Sole-24 Ore si è frequentemente parlato, sugli antichi tesori di Saint-Denis, di Conques, della Sainte-Chapelle, o su l’Art au temps des rois maudits, chiude la sua carriera con questa elettissima mostra, i prodotti delle tecniche suntuarie sono eccezionalmente rappresentati da avori, cristalli, oreficerie, bronzi, smalti e sontuose splendide stoffe bizantine e islamiche, che fornirono più di uno spunto agli artisti operosi sul suolo di Francia.&#13;
«La France romane au temps des premiers Capétiens (987-1152)», Parigi, Museo del Louvre, fino al 6 Giugno. Catalogo Editions Hazan/Musée du Louvre.&#13;
&#13;
A sinistra, «Animale fantastico», frammento del XII secolo proveniente da Sainte-Geneviève a Parigi. A sinistra, «Danzatrice», miniatura del X-XI secolo. A destra, una pagina del Commentario sull’Apocalisse del Beatus di Liebana (1072 circa) &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Arato&#13;
-	Avril, François&#13;
-	Eleonora d'Aquitania &#13;
-	Enrico II Plantageneto, re d’Inghilterra&#13;
-	Fulcus&#13;
-	Gaborit, Jean-René&#13;
-	Gaborit-Chopin, Danielle &#13;
-	Hazan [Éditions Hazan]&#13;
-	Hugo magister&#13;
-	Isarnus, sant’&#13;
-	Luigi VII, re di Francia&#13;
-	Pächt, Otto&#13;
-	Rodolfo il Glabro&#13;
-	Suger di Saint-Denis&#13;
-	Terenzio Afro, Publio&#13;
-	Ugo Capeto, re di Francia &#13;
&#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
 &#13;
-	Amiens [Francia]&#13;
o	Bibliothèque Centrale Louis Aragon&#13;
-	Angers [Francia]&#13;
o	Abbazia di Saint-Aubin&#13;
o	Bibliothèque Toussaint&#13;
-	Angiò [Francia]&#13;
-	Arras [Francia]&#13;
o	Abbazia di Saint-Vaast&#13;
-	Asturie [Spagna]&#13;
-	Autun [Francia]&#13;
o	Cattedrale di Saint-Lazare&#13;
-	Borgogna [Francia]&#13;
-	Cluny [Francia]&#13;
o	Abbazia di Cluny&#13;
-	Conques [Conques-en-Rouergue, Francia]&#13;
o	Chiesa abbaziale di Sainte-Foy&#13;
-	Corbie [Francia]&#13;
o	Abbazia di San Pietro di Corbie&#13;
-	Île de France [Francia]&#13;
-	Istanbul [Turchia]&#13;
-	Jumièges [Francia]&#13;
o	Abbazia di Notre-Dame de Jumièges&#13;
-	Le Mans [Francia]&#13;
o	Cattedrale di Saint-Julien&#13;
-	Linguadoca [Francia]&#13;
-	Londra [Regno Unito]&#13;
o	British Library&#13;
-	Marsiglia [Francia]&#13;
o	Chiesa di Saint-Victor&#13;
-	Moissac [Francia]&#13;
o	Abbazia di Saint-Pierre de Moissac&#13;
&#13;
&#13;
-	Mont-Saint-Michel [Francia]&#13;
o	Abbazia di Mont-Saint-Michel&#13;
-	Nancy [Francia]&#13;
o	Musée Lorrain - Palais des ducs de Lorraine&#13;
-	Normandia [Francia]&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
o	Abbazia di Sainte-Geneviève&#13;
o	Basilica di Saint-Denis&#13;
o	Bibliothèque Nationale de France&#13;
o	Musée du Louvre&#13;
▪	Département des objets d’art&#13;
▪	Hall Napoléon&#13;
o	Sainte-Chapelle&#13;
-	Pirenei&#13;
-	Poitiers [Francia]&#13;
-	Reims [Francia]&#13;
-	Saint-Benoît-sur-Loire [Francia]&#13;
o	Chiesa abbaziale di Saint-Benoît-sur-Loire&#13;
-	Saint-Omer [Francia]&#13;
o	Abbazia di Saint-Bertin&#13;
-	Saint-Savin [Francia]&#13;
o	Abbazia di Saint-Savin-sur-Gartempe&#13;
-	Saint-Sever [Francia]&#13;
-	Souillac [Francia]&#13;
o	Abbazia di Sainte-Marie&#13;
-	Tolosa [Francia]&#13;
o	Basilica di Saint-Sernin &#13;
-	Valle della Loira [Francia]&#13;
-	Vendôme [Francia]&#13;
o	Abbazia de la Trinité&#13;
-	Vézelay [Francia]&#13;
o	Basilica di Sainte-Marie-Madeleine</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione della mostra: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;La France romane au temps des premiers Capétiens (987-1152) &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;(Parigi, Musée du Louvre, 10 marzo-6 giugno 2005), catalogo edito dal Musée du Louvre ed Éditions Hazan. L’articolo traccia un percorso nell’arte della Francia tra XI e XII secolo, presentando i protagonisti, i centri e alcune delle principali opere di questa stagione. In particolare Castelnuovo menziona Danielle Gaborit-Chopin, capo del Département des Objets d’Art del Musée du Louvre, delle cui mostre spesso ha trattato sulle pagine de «Il Sole 24 Ore»: &lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/148"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;L’art au temps des rois maudits&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt; (Parigi, Galeries nationales du Grand Palais, 17 marzo-29 giugno 1998), &lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/184"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Le trésor de la Sainte Chapelle&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt; (Parigi, Museo del Louvre, 31 maggio-27 agosto 2001), &lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/202"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Le Trésor de Conques&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt; (Parigi, Musée du Louvre, 2 novembre 2001-11 marzo 2002).&lt;/span&gt;</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore, anno 141, n. 112, p. 41 (inserto &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;)</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore; digitalizzazione: Archivio storico dell'Università di Torino (2025)</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 27 marzo 2005, n. 85, p. 43&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Una straordinaria stagione creativa inaugurata da Giunta Pisano e chiusa da Giotto&#13;
&#13;
La docta manus al lavoro&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
«Una scuola diversa dalla Fiorentina non si conosceva in Toscana, ed io con monumenti ve ne provai due, ponendo Pisa per l’Atene dell’arte risorgente, da cui derivarono la Senese e la Fiorentina» scriveva nel 1787 il padre Guglielmo Della Valle strenuo indagatore dei nostri primitivi. «Io mi lusingo... di provare che in Pisa fioriva una scuola di Pittura migliore dell’antecedente, e più lontana dalla barbarie comune all’altre scuole e che da questa Città, dee specialmente ripetersi il primo ristoramento dell’Arte» affermava negli stessi anni il patrizio pisano Alessandro Da Morrona nella sua Pisa illustrata nelle arti del disegno. Così sulla fine del Settecento il concetto della priorità anche cronologica della pittura fiorentina che Giorgio Vasari aveva postulato nelle sue Vite prendeva a sgretolarsi.&#13;
Il protagonista della scuola fiorita nel Duecento nella città marinara più ricca e dinamica del Mediterraneo, crocevia di scambi tra oriente e occidente, si chiamava Giunta. Nato verisimilmente negli ultimi anni del XII e vissuto fin al sesto o settimo decennio del nuovo secolo, fu conosciuto e ricercato in varie parti d'Italia. Chiamato ad Assisi nel 1236 da frate Elia il successore di Francesco per dipingere un crocifisso per la basilica allora in costruzione, presente a Roma, con un figlio prete e un famulus nel 1239, più tardi a Bologna dove gli venne commissionata dai domenicani una croce dipinta per la loro grande chiesa consacrata nel 1251, fu richiesto e conteso dai due ordini mendicanti in piena espansione.&#13;
Per la sua capacità di innovare, per la raffinata qualità delle sue pitture, per l'impatto che i suoi modelli e le sue forme continuarono ad avere per tutto il secolo Giunta ci appare come uno dei grandi artisti del Duecento italiano cui si guardò non solo a Pisa, ma in Umbria, in Emilia, a Siena, in Firenze stessa. A testimoniare della sua importanza vengono anche le firme poste sulle opere: se il Crocifisso di San Francesco d'Assisi suggellato dal suo nome accanto a quello del committente è oggi perduto altri conservano sottoscrizioni che lo ricordano, come quello di Bologna che orgogliosamente proclama: «Cuius docta manus me pinxit Iuncta Pisanus». Conoscitore dei modi della contemporanea arte di Bisanzio che a Pisa aveva modo di penetrare per molte e svariate vie – icone portatili, avori e anche artefici – ma che forse poté studiare in loco nel corso di un viaggio, li utilizzò e li dominò, trasformandoli, nel creare un nuovo tipo, altamente drammatico, dell'immagine di culto capitale per l'occidente: il Crocifisso.&#13;
Nelle sue croci Cristo è rappresentato con una forte accentuazione patetica, tale da coinvolgere emotivamente il riguardante: morto, con la testa abbandonata sulle spalle. Così appare nella splendida croce posta «nell’alto di una parete di fumo tinta nella cucina del monastero di S. Anna di Pisa» di cui nel 1793 un emozionato da Morrona riuscì a leggere gli aurei caratteri della sottoscrizione sotto «il nebbioso velo ond’era essa avvolta». Eliminate le scene della Passione sui tabelloni laterali, solo lo affiancano all'estremità del braccio orizzontale della croce le figure dolenti della Vergine e di san Giovanni mentre il corpo inarcato in un ultimo sussulto è isolato su uno sfondo di stoffe. É il modello che sarà seguito da Cimabue, da Giotto e dai pittori del Trecento.&#13;
Un altro grandissimo artista – «di certo il più alto dugentista della seconda metà del secolo accanto a Cimabue» lo disse Roberto Longhi – opera a Pisa dopo la morte di Giunta e agli esempi di Giunta guarda intensamente. Per molto tempo lo si chiamò, a causa della sua opera più celebre e bella eseguita per una chiesa cittadina il «Maestro di san Martino», oggi, seguendo una proposta di Luciano Bellosi, si ritiene sia da identificarsi con Ugolino di Tedice documentato tra il 1251 e il 1277 e membro con il fratello Enrico e il figlio Ranieri, di una famiglia di pittori molto richiesti dal clero cittadino. Nella chiesa di san Martino aveva lasciato una grande tavola con la Vergine al centro e lateralmente, come nelle icone bizantine, episodi della sua vita. Una qualità altissima, un dinamismo, una vivacità che si vorrebbe dire già gotica, ma che forse riemerge da esempi della tarda antichità anima i personaggi e le scene. A questo solenne e festoso capolavoro, dipinto quando Nicola Pisano terminava il pulpito del Battistero, guardò Cimabue.&#13;
I rapporti del fiorentino, nobile padre della pittura italiana, con Pisa e con la sua arte furono molti, intensi, ripetuti. Nella sua prima opera, il Crocifisso per san Domenico di Arezzo, si ispira agli esempi di Giunta, successivamente, ormai celebre e ricercato ovunque, gli viene richiesta una grande Madonna in Maestà per la chiesa pisana di san Francesco (la tavola giunta al Louvre con le spoliazioni napoleoniche e mai restituita) e non può che confrontarsi nuovamente con opere pisane, questa volta con la Maestà della chiesa di san Martino. Alla fine della vita, intorno al 1302 è ancora una volta a Pisa a lavorare al grande mosaico dell'abside della cattedrale per cui esegue il drammatico, splendente san Giovanni.&#13;
La città ripresasi dopo la tremenda sconfitta della Meloria inflittale dai genovesi nel 1284 cerca di attirare i migliori artisti del momento guardando anche al di fuori della cerchia delle mura. Così nell'anno santo 1300 il lucchese Deodato Orlandi decora con un grandioso ciclo di affreschi con storie di san Pietro – rifacendosi ad esempi della basilica vaticana – la venerabile chiesa di San Pietro in Classe e più o meno nel tempo in cui il vecchio Cimabue lavorava alla cattedrale viene installata nella chiesa di san Francesco una monumentale tavola con san Francesco stigmatizzato e una predella con tre storie del santo dove si riprendono le scene del ciclo assisiate firmata «Opus Iocti Florentini». In quello stesso tempo un senese reduce da Assisi, Memmo di Filippuccio, futuro suocero di Simone Martini installa in città la sua prolifica bottega di pittore e miniatore. Si chiude così il secolo smagliante per l’«Atene dell’arte risorgente» che la mostra pisana illustra e rievoca.&#13;
&#13;
Cimabue, «Maestà». La pala venne realizzata per la chiesa di San Francesco a Pisa e fu portata a Parigi da Napoleone. Oggi è conservata al Louvre &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Bellosi, Luciano&#13;
-	Cimabue&#13;
-	Da Morrona, Alessandro&#13;
-	Della Valle, Guglielmo&#13;
-	Elia d’Assisi [Elia da Cortona]&#13;
-	Enrico di Tedice&#13;
-	Francesco d’Assisi, san&#13;
-	Giotto&#13;
-	Giunta Pisano&#13;
-	Longhi, Roberto&#13;
-	Maestro di San Martino [vedi Ugolino di Tedice]&#13;
-	Martini, Simone&#13;
-	Memmo di Filippuccio&#13;
-	Napoleone I, imperatore&#13;
-	Nicola Pisano&#13;
-	Orlandi, Deodato&#13;
-	Ranieri di Ugolino&#13;
-	Ugolino di Tedice&#13;
-	Vasari, Giorgio&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Arezzo&#13;
o	Chiesa di San Domenico di Arezzo&#13;
-	Assisi [Perugia]&#13;
o	Basilica superiore di San Francesco d’Assisi&#13;
-	Bologna&#13;
o	Basilica di San Domenico di Bologna&#13;
-	Città del Vaticano&#13;
o	Basilica di San Pietro&#13;
-	Emilia&#13;
-	Firenze&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
o	Musée du Louvre&#13;
-	Pisa&#13;
o	Cattedrale di Santa Maria Assunta&#13;
o	Chiesa di San Francesco di Pisa&#13;
o	Chiesa di San Martino&#13;
o	Monastero di Sant’Anna&#13;
o	Museo Nazionale di San Matteo&#13;
-	Roma&#13;
-	San Piero a Grado [Pisa]&#13;
o	Basilica di San Pietro a Grado&#13;
-	Siena&#13;
-	Umbria</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione della mostra: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Cimabue a Pisa. La pittura pisana del Duecento da Giunta a Giotto&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (Pisa, Museo Nazionale di San Matteo, 25 marzo-25 giugno 2005), catalogo a c. di Mariagiulia Burresi e Antonio Caleca, edito da Pacini Editore. Castelnuovo offre un compendio dell'arte pisana del XIII secolo, da Giunta Pisano a Giotto. «Il Sole 24 Ore» dedica un’intera pagina all’esposizione, includendo un contributo di Franco Cardini sul ruolo di Pisa nel Mediterraneo tra XI e XII secolo, così da meglio comprendere le influenze culturali che toccarono l’arte pisana nel Duecento.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Una copia del catalogo è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/cimabue-a-pisa-la-pittura-pisana-del-duecento-da-giunta-a-giotto/UTO00581825"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;.&lt;/span&gt;</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore, anno 141, n. 85, p. 43 (inserto &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;)</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore; digitalizzazione: Archivio storico dell'Università di Torino (2025)</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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