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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 15 febbraio 2009, n. 45, p. 34&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
CARTEGGI D’AUTORE&#13;
&#13;
Einaudi-Zeri: libri, elogi e liti&#13;
&#13;
I rapporti dello storico dell’arte con l’editore torinese attraverso le lettere indirizzate ai vertici della casa. Enrico Castelnuovo, allora giovane consulente, racconta i burrascosi retroscena&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
In edizione non venale, con una bella prefazione di Anna Ottani Cavina, Einaudi ha pubblicato le Lettere alla casa editrice di Federico Zeri. Il carteggio tra un autore e un editore si muove generalmente su alcune linee: proposte di un libro e/o di un progetto, suggerimenti e consigli su possibili traduzioni (Zeri è onnivoro, la sua curiosità spazia da Costantino il Grande ai furti di reliquie nel Medioevo, dalla biografia di Madame de Staël alla tratta degli schiavi), discussione su titoli e copertine, richiesta di libri, ringraziamenti ed eventuali giudizi sui medesimi, solleciti di pagamento. Quando poi si tratti di libri d’arte ci sarà il delicatissimo problema delle illustrazioni, la cui qualità assume per un conoscitore la stessa importanza della correttezza dei testi per un filologo. Via via l’autore conoscerà l’editore e alcuni redattori. Nasceranno delle amicizie. Questo epistolario non fa eccezione, ma Zeri era Zeri e il suo interlocutore principale era Giulio Bollati.&#13;
L’inizio del carteggio riguarda un gran libro, Pittura e Controriforma: l’arte senza tempo di Scipione da Gaeta pubblicato a fine 1957 e che, con qualche timore, fu presentato da me, humilis famulus, in un articolo del «Bollettino Einaudi». Non era un libro longhiano, ma che Longhi ne abbia detto cose vituperevoli – come Zeri afferma essere avvenuto – io non lo credo, ricordo solo di avergli sentito dire di esser intervenuto qua e là sulla scrittura. Il libro si rifaceva piuttosto ad Antal (che Zeri aveva incontrato anni prima a Londra), ai suoi saggi, alle sue illuminanti riflessioni e al suo lungo interrogarsi sul fenomeno manierista nei Paesi Bassi e in Italia in rapporto con le tendenze profonde della società del tempo. Con la casa editrice Zeri discute delle immagini e soprattutto del titolo (Pittura e Controriforma) che l’autore teme troppo generico e l’editore troppo specialistico. Zeri chiude così la discussione: «Fate come volete voi, una sola cosa suggerirei di eliminare dal titolo, la parola “Pulzone” che evoca facili assonanze di sapore scurrile e di sostituirla con “Gaetano” o “da Gaeta”». Non doveva essere assente da questa preoccupazione il ricordo dei propri celebri scherzi telefonici, conditi da punte di dura volgarità, ma il nome temuto venne evitato e della «bellissima veste» del libro l’autore rimase molto soddisfatto.&#13;
Intanto, altri progetti venivano proposti, in particolare uno che, purtroppo, non vide mai la luce: una Storia della pittura italiana i cui volumi sarebbero stati dedicati «a un particolare momento o a una particolare scuola, costituendo... una monografia a sé». Leggerne il programma che prevedeva, dopo il primo sulla scuola riminese, volumi sulla pittura nelle Marche nel Trecento e, per il Quattrocento «le scuole di Fabriano, Camerino, Sanseverino, Carlo Crivelli e seguaci, Nicola di Maestro Antonio, la Scuola di Viterbo e la Scuola Romana», evoca immediatamente quel fuoco d’artificio che era stato la prima uscita pubblica di Zeri, quando nel 1948 presentò in «Proporzioni» sotto l’egida di Longhi, una serie di interventi esemplari in cui rivelò tra l’altro opere stupefacenti di artisti marchigiani allora ben poco noti. E a me ricorda uno Zeri giovane (sarà stato il 1952 o il 1953) che in piazza San Marco a Firenze, di ritorno da un giro tra Marche e Umbria, descriveva a un capannello di allievi di Longhi le meraviglie reperite.&#13;
Passano gli anni. Era appena iniziato il 1960 e Zeri – sempre a cavallo tra America e Italia – aveva ricevuto per Natale dalla casa editrice una memorabile antologia di fantascienza (Le Meraviglie del Possibile) curata da Sergio Solmi e da Carlo Fruttero. Ne rimane talmente colpito «da persuadere almeno 20 conoscenti ad acquistarlo». Ringraziando del dono, Zeri propone un suo nuovo libro: Due dipinti, la filologia e un nome, in cui tenta di svelare attraverso indizi e colpi di scena il nome di uno dei più bei pittori del Quattrocento, il Maestro delle Tavole Barberini. Il libro piacque molto a Bollati e a Einaudi, e venne dato in lettura anche me, del cui parere – appare dal carteggio e la cosa mi lusinga – Zeri era molto curioso. Fui preso dal modo incalzante di procedere, nuovo per un libro di storia dell’arte, e affascinato dal clima di detective story. Ricordo di aver chiuso il risvolto di copertina scrivendo «si arriva al colpo di scena risolutivo che ha luogo in una sontuosa sala del palazzo ducale di Urbino. È sciolto allora l’enigma iniziale».&#13;
Io e Gianni Romano, allora appena ventenne, lavorammo a lungo sulle bozze e sulle illustrazioni, e mettemmo gran cura (soprattutto Gianni) nel compilare l’indice dei dipinti, al quale volemmo dare un’aura che evocasse le celebri liste berensoniane delle Italian Pictures of the Renaissance. Discussi con l’autore un possibile cambiamento di titolo – l’editore l’avrebbe voluto di più facile presa sul pubblico – ma invano. E fu meglio così.&#13;
Zeri riceveva a casa, man man che uscivano, i volumi della Biblioteca di storia dell’arte: Arte e umanismo a Firenze di Chastel lo annoiò molto («un vero mattone erudito»), ma ne lodò la veste tipografica, assai migliore di quella francese. Apprezzò I principi architettonici di Wittkower e Pittura e miniatura in Lombardia di Toesca («libro importantissimo che andava ristampato»). Su questa nuova edizione di Toesca aspettavamo impazienti i suoi giudizi, che però limitarono a un deludente «mi è dispiaciuto di vedere con questa edizione svalutata la mia copia della tiratura originale oggi rarissima» e a una critica alla mancanza di aggiornamenti nelle note, cosa che deliberatamente avevamo omesso di fare, segnalandolo debitamente.&#13;
La Storia della pittura italiana non procedeva a causa dei numerosi impegni americani di Zeri. Allora lo studioso viene coinvolto in un altro progetto einaudiano, la Storia dell’arte italiana. Purtroppo i due responsabili – Giovanni Previtali per la prima parte e Federico Zeri per le altre due – non vivevano in armonia, anzi si detestavano cordialmente. La gestazione dell’opera cominciò nel 1972-73 e fu lunga e tempestosa. A quel tempo abitavo a Losanna e alla prima riunione torinese dedicata alla Storia dell’arte italiana non venni neppure invitato, cosa per la quale diedi le dimissioni da consulente, allora poco più che onorario. Le dimissioni furono prontamente respinte da Giulio Einaudi e da quel momento venni coinvolto nella vicenda. Gli incontri tra i collaboratori presieduti da Previtali erano infuocati e piuttosto litigiosi. Tuttavia, alla fine, si rivelarono produttivi perché qualche idea nuova veniva fuori. Dal punto di vista editoriale, però, Giulio Bollati era preoccupato da questa situazione fin troppo “dialettica”, e non vedeva l’ora di passare il comando della nave a un nocchiero di indiscussa autorità come Zeri. La presentazione a Venezia del primo volume fu un gran successo mediatico ma il tarlo della conduzione bicefala dell’impresa era vistosamente presente. Ricordo con grande disagio una riunione romana alla quale fui invitato in modo pressante al fine di evitare spargimento di sangue, drammi e lacerazioni. E con ancor maggior disagio e amarezza ricordo la frugale cena d’addio alla gestione Previtali dell’opera in una delle osterie predilette da Einaudi sulla riva del Po. Sarebbe finita male se Paolo Fossati non mi avesse spinto a prendere aria e a calmarmi sulle rive del fiume. Al nostro ritorno i commensali erano partiti.&#13;
L’inimicizia di Zeri per Previtali continuò a lungo, tanto da attaccarlo post mortem con argomenti speciosi a proposito di una nuova edizione della Fortuna dei Primitivi in un articolo illustrato con l’immagine di un dipinto stalinista, del resto male identificato. Gli risposi ironicamente proprio su queste colonne (“Un Duca silurato dal Kgb”, «Il Sole 24 Ore», 21 gennaio 1993) e fu questa la causa della mia rottura con un personaggio d’eccezione verso il quale conservo un’enorme ammirazione mista a qualche rimpianto per uno straordinario talento non sempre, negli ultimi anni, bene amministrato.&#13;
&#13;
Federico Zeri, «Lettere alla casa editrice», a cura di Anna Ottani Cavina, Einaudi, Torino, pagg. 132, s.i.p.&#13;
&#13;
Grande bibliofilo. Federico Zeri nella sua biblioteca a Mentana &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Antal, Frederick&#13;
-	Bollati, Giulio&#13;
-	Chastel, André&#13;
-	Costantino, imperatore&#13;
-	Crivelli, Carlo&#13;
-	Einaudi&#13;
-	Einaudi, Giulio&#13;
-	Fossati, Paolo&#13;
-	Fra Carnevale [Maestro delle Tavole Barberini]&#13;
-	Fruttero, Carlo&#13;
-	Longhi, Roberto&#13;
-	Nicola di Maestro Antonio&#13;
-	Ottani Cavina, Anna&#13;
-	Previtali, Giovanni&#13;
-	Pulzone, Scipione&#13;
-	Romano, Giovanni&#13;
-	Solmi, Sergio&#13;
-	Staël-Holstein, Anne-Louise-Germaine Necker baronessa di [Madame De Stäel]&#13;
-	Toesca, Pietro&#13;
-	Wittkower, Rudolf&#13;
-	Zeri, Federico&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Camerino [Macerata]&#13;
-	Fabriano [Ancona]&#13;
-	Firenze&#13;
o	Piazza San Marco&#13;
-	Gaeta [Latina]&#13;
-	Londra [Regno Unito]&#13;
-	Losanna [Svizzera]&#13;
-	San Severino Marche [Macerata]&#13;
-	Torino&#13;
-	Urbino [Pesaro-Urbino]&#13;
o	Palazzo Ducale di Urbino&#13;
-	Venezia&#13;
-	Viterbo</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione dell’opera: Federico Zeri, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Lettere alla casa editrice&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;, a c. di Anna Ottani Cavina, note di Davide Ravaioli, Torino, Einaudi, 2008.&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Intrecciando i ricordi personali al carteggio raccolto in questo volume, Castelnuovo illustra il rapporto tra Federico Zeri e la casa editrice Einaudi, soffermandosi su alcune delle pubblicazioni e dei progetti più importanti: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Pittura e Controriforma. L'arte senza tempo di Scipione da Gaeta&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (1957, recensita da Castelnuovo sul «Notiziario Einaudi», VII, 1, gennaio 1958); &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Due dipinti, la filologia e un nome. Il Maestro delle Tavole Barberini &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;(1961, di cui racconta il lavoro editoriale svolto con Giovanni Romano); l’incompiuta &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Storia della pittura italiana &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;e le difficili vicende della &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Storia dell’arte italiana&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;, nate dallo scontro con Giovanni Previtali. “[...] un personaggio d’eccezione verso il quale conservo un’enorme ammirazione mista a qualche rimpianto per uno straordinario talento non sempre, negli ultimi anni, bene amministrato”: così Castelnuovo chiude su Zeri, rievocando la loro rottura nel 1993, proprio a causa di un suo articolo in difesa di Previtali (&lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/5"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Quel Duca silurato dal Kgb&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Una copia dell’opera è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/lettere-alla-casa-editrice/UTO03001614"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 19 ottobre 2008, n. 289, p. 51&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
ICONOGRAFIA&#13;
&#13;
Sotto la pelle dell’orso&#13;
&#13;
Michel Pastoureau traccia una storia per immagini di quello che è stato il vero «re della foresta» nella vecchia Europa. Dalle pitture preistoriche ai codici miniati, passando per gli stemmi araldici&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Un gruppo di armati con picche, spade, alabarde, pifferi, tamburi, cappelli piumati è riunito attorno a un vessillo dove spicca un orso rampante; a guardar bene, la stessa truppa è formata da un gruppo di orsi sul sentiero di guerra. È l’illustrazione di una celebre cronaca svizzera (la «Spiezer Chronik» del 1489) che racconta le glorie e le grandi imprese dei bernesi ed è la copertina (peccato che sia stampata alla rovescia) dell’ultimo libro di Michel Pastoureau: L’Orso. Storia di un re decaduto or ora uscito da Einaudi, egregiamente tradotto da Chiara Bongiovanni Bertini. Un libro che ripercorre la storia di un animale, della sua immagine, del posto che, nel corso dei secoli, ha occupato nell’immaginario degli uomini.&#13;
Michel Pastoureau è un grande storico con un approccio audace e con curiosità molto particolari. È di formazione uno “chartiste”, uscito da quella straordinaria istituzione che è la parigina “école des Chartes”, baluardo un tempo della grande cultura positivista, da cui vennero eminenti archivisti, paleografi, araldisti, archeologi, storici. Da questa formazione Michel Pastoureau, che unisce un’impeccabile erudizione a una capacità narrativa non comune, ha tratto una curiosità insaziabile che lo ha spinto a indagare la storia simbolica delle società europee – si vedano i saggi raccolti in Medioevo simbolico (Laterza 2005) – partendo dalle vicende e dalle fortune di dati ed elementi spesso trascurati o considerati poco significativi. Può essere un colore come il blu cui ha dedicato un celebre libro tradotto in italiano (Ponte alle Grazie, 2002) oppure il ruolo giocato nel l’immaginario collettivo delle società umane dagli animali, adorati, venerati, apprezzati, demonizzati sterminati, disprezzati a seconda dei tempi e dei luoghi. Come nel caso dell’orso la cui lunga storia di conflittuale convivenza con l’uomo è testimoniata da millenni. In una grotta del mezzogiorno della Francia sono dipinte sulle pareti immagini di orsi e, circondato da altri crani, un cranio d’orso giace su una roccia in un modo che fa pensare a una disposizione rituale. Il tutto databile a circa 30mila anni fa. Una sorta di coabitazione di uomini e orsi nelle caverne risale però molto più addietro. In una grotta del Périgord è stata ritrovata una sepoltura di un uomo di Neanderthal posta accanto a quella di un orso e coperta dalla medesima lastra di pietra. Tutto fa credere quindi che nell’età paleolitica l’orso abbia esercitato sull’uomo un potente richiamo, simbolico e non solo. Facendo un salto di molti millenni troveremo l’orso protagonista di tante vicende e miti greci e celti, ma sarà tra i germani e gli scandinavi, presso cui molte saghe lo cantano, che l’orso troverà un vero e proprio culto. È l’indiscusso re della foresta, può stare eretto come un uomo, è all’origine di stirpi reali, indossarne la pelle, berne il sangue conferisce al guerriero il potere della belva, misurarsi con lui è la prova suprema che consacra l’eroe, è l’animale totemico per eccellenza. Sarà questo che lo perderà.&#13;
Impegnata in una lunghissima campagna per sradicare il paganesimo nei suoi dei, nei suoi culti, nei suoi riti, nei suoi luoghi sacri la chiesa combatterà infatti contro l’orso una dura battaglia su ogni terreno sia materiale che simbolico. La volontà di Carlo Magno di introdurre il cristianesimo tra i Germani sradicando i culti pagani porterà verso la fine dell’ottavo secolo a un autentico sterminio degli orsi. D’altra parte le ricorrenze in qualche modo legate alle vicende dell’orso, l’entrata in letargo agli inizi di novembre, la sua temporanea uscita dal letargo in febbraio, furono soppiantate da feste religiose, la prima con la festa di San Martino (11 novembre, in Francia il nome più usato per gli orsi sarà quello di Martin), la seconda con la Candelora fissata al 2 febbraio.&#13;
I più potenti guerrieri nel conflitto con l’orso furono i santi. Nei racconti agiografici l’orso appare di frequente e in essi la temibile fiera è regolarmente domata, ammansita, ridotta in schiavitù dal santo. Questi in viaggio la riduce a bestia da soma per rimpiazzare l’asino o il bue che l’orso gli aveva divorato e la obbliga a trasportare a Roma i propri bagagli, o ancora gli fa tirare l’aratro, pascolare le pecore, tagliare e trasportare la legna per costruire un monastero.&#13;
Umiliato l’orso perde il prestigio che ne aveva fatto il re degli animali e abbandona il suo trono al leone che per la chiesa era meno temibile, più lontano, meno implicato in riti religiosi. Poco a poco il leone detronizzò l’orso cui rimasero fedeli, gli abitanti delle città che lo avevano nel proprio stemma e che al nome germanico dell’orso (Bär) legavano la propria origine (Berna, Berlino) e un personaggio di eccezione, il grande e raffinatissimo duca Jean de Berry che lo adottò come propria divisa, lo ricercò per il proprio serraglio (ebbe tre orsi di cui conosciamo i nomi) lo volle compagno nei suoi viaggi, e per la propria tomba ne fece scolpire un’immagine da porre ai suoi piedi.&#13;
Il declino dell’orso non si arrestò. Ammaestrato, costretto a tenersi eretto come un uomo, trascinato nelle fiere da giullari e saltimbanchi, divenne oggetto di scherno per il suo portamento incerto, sgraziato e maldestro. Caduto sempre più in basso, praticamente sparito dall’Europa l’immagine dell’orso conobbe in immagine una postuma rivincita quando, all’inizio del novecento, due geniali fabbricanti di bambole in America e in Germania inventarono pressoché contemporaneamente l’orso di peluche destinato a divenire compagno di ogni bambino.&#13;
Questa la vicenda ricostruita da Michel Pastoureau. Una storia triste, una piccola storia che attraverso i suoi mille dettagli («le bon dieu est dans le détail» pare dicesse Flaubert) incoraggia a leggere diversamente la grande storia.&#13;
&#13;
Michel Pastoureau, «L’orso. Storia di un re decaduto», Einaudi, Torino, pagg. 348, € 26,00.&#13;
&#13;
Belva battagliera. Gli orsi di Berna in partenza per la battaglia, miniatura della «Spietzer Chronik» di Diebold Schilling, 1485&#13;
 &#13;
NOMI CITATI&#13;
-	Bongiovanni Bertini, Chiara&#13;
-	Carlo Magno, imperatore del Sacro Romano Impero&#13;
-	Einaudi&#13;
-	Flaubert, Gustave&#13;
-	Jean de Valois, duca di Berry&#13;
-	Laterza&#13;
-	Pastoureau, Michel&#13;
-	Ponte alle Grazie&#13;
-	Schilling, Diebold [il Vecchio]&#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Berlino [Germania]&#13;
-	Berna [Svizzera]&#13;
o	Burgerbibliothek Bern&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
o	École nationale des chartes&#13;
-	Périgord [Francia]&#13;
-	Roma</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione dell’opera: Michel Pastoureau, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;L'Orso. Storia di un re decaduto&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;, Torino, Einaudi, 2008 (I ed. &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;L'ours. Histoire d'un roi déchu&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;, 2007). Nel ripercorrere le principali pubblicazioni dell’autore, storico formatosi all’École des Chartes di Parigi, Castelnuovo si sofferma su questa piccola storia dell’orso, presentato come il “re della foresta” a partire dalle sepolture paleolitiche e dalla mitologia, passando per le imprese di Carlo Magno e le credenze medievali, sino agli orsacchiotti di pezza.&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Una copia dell’opera è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/lorso-storia-di-un-re-decaduto/UTO00923073"&gt;&lt;span&gt;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 4 maggio 2008, n. 122, pp. 34&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
DAL PENNINO ALLE ALPI&#13;
&#13;
E Ruskin fu stregato dai monti&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Le cattedrali della terra... Più di una volta John Ruskin ha usato questa espressione a proposito delle Alpi. Un’immagine ispirata dalle grandi masse che si elevano torreggiando, dal loro slancio verticale, dalle loro guglie che suggeriscono le forme delle chiese gotiche. Al di là della folgorazione visiva, al tempo stesso appare in essa una curiosità architettonica e un’intensa religiosità che fin da bambino egli aveva respirato nella sua famiglia di devoti evangelici; più laicamente, nel Child’s Harold’s Pilgrimages, Lord Byron le aveva chiamate «palazzi della Natura». (...)&#13;
Le Alpi furono per John Ruskin un paradigma di maestosità, di purezza, di bellezza, e le volle conoscere, studiare, descrivere, disegnare e dipingere (e anche fotografare) in tutti i loro aspetti – geologici (già giovanissimo dedica alla geologia i suoi primi brevi saggi), climatici, botanici, umani –, nelle loro forme, nei loro colori, nei loro cieli, nelle loro luci. Furono le stelle che presiedettero al suo destino. Ormai anziano, in Praeterita ricorda la prima improvvisa visione che ne aveva avuto nel 1833 da una collina sopra Sciaffusa quando non era ancora quindicenne: «Nessuno di noi pensò per un istante che fossero nuvole. Erano trasparenti come cristalli, taglienti nel limpido orizzonte e già tinte di rosa nel sole calante... la visione delle mura del paradiso perduto non avrebbe potuto essere più bella». E due anni dopo guardandole da un passo sopra Ginevra: «Il Col de la Faucille in quel giorno del 1835 mi fece scoprire distintamente la Terra Promessa della mia opera futura e la mia vera patria in questo mondo». (...)&#13;
Nel 1842 Ruskin è di nuovo a Chamonix e qui, ventitreenne, per rispondere alle critiche suscitate da un’esposizione londinese, medita di scrivere un saggio in favore di Turner (diverrà il primo volume di Modern Painters, che uscirà l’anno successivo) e in lontananza vede una valanga, un soggetto caro al pittore. Nel 1844, durante un nuovo soggiorno, conosce Joseph-Marie Couttet, esperto montanaro, più volte salito sul Monte Bianco, che gli sarà guida, interlocutore, compagno di escursioni e di viaggi, per decenni.&#13;
Oramai molti elementi della futura vita di Ruskin sono presenti: le riflessioni sull’estetica del paesaggio in pittura, sulla montagna, sulla ricerca della verità in natura e nell’arte, e ha avuto inizio l’opus magnum – Modern Painters – la cui stesura si protrarrà per tre lustri. I soggiorni e i viaggi in montagna si susseguiranno anno dopo anno, Macugnaga, Zermatt, Mornex sulle pendici del Salève, e naturalmente Chamonix, tanto da immaginare, prima dell’illuminazione avuta davanti ai Tintoretto di San Rocco, di poter scrivere, The Stones of Chamonix, idea presto abbandonata in favore di The Stones of Venice.&#13;
Resta e si fa più profonda la passione per la geologia: capire le montagne, come esse si siano formate e come a poco a poco si consumino, conoscere i materiali di cui sono fatte, i graniti, le ardesie e le loro proprietà, le loro forme, i loro rapporti: catena centrale, catene laterali, valli, picchi, creste, guglie, precipizi, tutto ciò non è lontano o disgiunto dalla storia dell’arte o dell’architettura, al contrario ha con esse, attraverso lo studio delle forme e delle materie, un legame profondo. Ruskin, che chiama il Cervino «il più nobile scoglio d’Europa», «the noblest cliff of Europe», ne prende inaspettatamente ad esempio la parete est per parlare di un elemento architettonico. È singolare che ciò avvenga in The Stones of Venice, un libro dedicato all’architettura veneziana del medioevo, ma la prosa trascinante e le inaspettate divagazioni di Ruskin fanno sì che quando si inizia a leggere un suo scritto non si possa mai prevedere dove si andrà a finire.&#13;
&#13;
Il libro di Marco Ferrazza, «John Ruskin. Il fondatore dell’estetica alpina» (Cda &amp; Vivalda editori), verrà presentato sabato 10 (alle 18,30) presso lo Spazio Autori A. Con l’autore intervengono Enrico Castelnuovo, Pietro Crivellaro ed Evelina Christillin.&#13;
&#13;
Veduta. Uno scorcio delle guglie di Chamonix di Ruskin (1849) &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Byron, George Gordon&#13;
-	Cda &amp; Vivalda editori&#13;
-	Christillin, Evelina&#13;
-	Couttet, Joseph-Marie &#13;
-	Crivellaro, Pietro&#13;
-	Ferrazza, Marco&#13;
-	Ruskin, John&#13;
-	Tintoretto [Jacopo Robusti]&#13;
-	Turner, Joseph Mallord William&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Alpi&#13;
-	Chamonix [Francia]&#13;
-	Col de la Faucille [Francia]&#13;
-	Ginevra [Svizzera]&#13;
-	Macugnaga [Italia]&#13;
-	Monnetier-Mornex [Francia]&#13;
-	Monte Bianco&#13;
-	Monte Cervino&#13;
-	Monte Salève&#13;
-	Sciaffusa [Svizzera]&#13;
-	Venezia&#13;
o	Chiesa di San Rocco&#13;
o	Scuola Grande di San Rocco&#13;
-	Zermatt [Svizzera]</text>
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                <text>E Ruskin fu stregato dai monti&#13;
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                <text>&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Stralcio della prefazione redatta da Castelnuovo per: Marco Ferrazza,&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt; John Ruskin. Il fondatore dell'estetica alpina&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;, Torino, Cda &amp;amp; Vivalda, 2008. Castelnuovo presenta la passione di Ruskin per le Alpi, soffermandosi sulle affinità che lo scrittore inglese percepiva tra le guglie della catena montuosa e le forme dell’architettura medievale. Castelnuovo, con Pietro Crivellaro ed Evelina Christillin, ha anche presentato il libro alla Fiera Internazionale del Libro di Torino nel 2008.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;Una copia dell’opera è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/cattedrali-della-terra-john-ruskin-sulle-alpi/UTO04224081"&gt;&lt;span&gt;Biblioteca Storica dell'Ateneo "Arturo Graf"&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore, anno 144, n. 122, p. 34 (inserto &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;)</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore; digitalizzazione: Archivio storico dell'Università di Torino (2025)</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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                <text>&lt;spanhelvetica neue="" arial="" font-weight:normal="" font-style:normal="" color:="" 000000="" data-sheets-root="1"&gt;&lt;spanhelvetica neue="" arial="" font-weight:normal="" font-style:normal="" text-decoration:underline="" text-decoration-skip-ink:none="" -webkit-text-decoration-skip:none="" color:="" 1155cc=""&gt;&lt;a class="in-cell-link" target="_blank" href="https://atom.unito.it/index.php/il-sole-24-ore" rel="noopener"&gt;Inventario&lt;/a&gt;&lt;spanhelvetica neue="" arial="" font-weight:normal="" font-style:normal="" color:="" 000000=""&gt; del fondo Enrico Castelnuovo, unità archivistica «Il Sole 24 Ore» (Archivio storico dell'Università di Torino)&#13;
&lt;style type="text/css"&gt;&lt;!--td {border: 1px solid #cccccc;}br {mso-data-placement:same-cell;}--&gt;&lt;/style&gt;&#13;
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        <name>Storia e storici dell'arte</name>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 20 febbraio 2005, n. 50, p. 42&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
PARIGI&#13;
Una mostra sul recupero degli affreschi antichi nella Francia dell’800&#13;
&#13;
Medioevo fantastico e rifatto&#13;
&#13;
Pitture salvate da disinvolte campagne di restauro e cicli di copie&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
«Come per incanto vedemmo apparire un volto di donna di una rara bellezza ma che non aveva per nulla l’aspetto di una santa. I colori erano di una rara freschezza. Non ho bisogno di dirvi con quale ardore ci rimettemmo all’opera. Dopo qualche minuto scoprimmo una testa d’uomo con un copricapo di pelliccia. Alla fine, dopo tre ore di lavoro, avevamo rimesso alla luce una grande composizione di dieci figure di grandezza naturale e grazie a delle scritte latine accanto a ogni personaggio, il soggetto era diventato perfettamente intelligibile».&#13;
Così, un emozionato ispettore generale dei Monuments historiques che altri non era che Prosper Mérimée, racconta la scoperta nel settembre del 1850 del grande affresco quattrocentesco delle Arti liberali nella antica biblioteca capitolare della cattedrale di Le Puy.&#13;
Il XIX secolo, che aveva visto in Francia la distruzione di molti monumenti medievali, è stato anche il secolo della scoperta del Medioevo. Si ritrovavano sotto lo scialbo che li aveva nascosti grandiosi cicli di pitture murali romaniche (Saint-Savin-sur-Gartempe) oppure scene di caccia o leggende cavalleresche all’interno di ambienti un tempo aristocratici poi adibiti a stalle, carbonaie e fienili. Si liberavano dal gesso che li avevano seppelliti stupefacenti timpani di portali come quello firmato da Gislebertus (XII secolo) nella cattedrale di Autun, ritrovato nel 1837.&#13;
Pittori e architetti vennero incaricati di documentare scoperte e salvataggi, e questa lunga vicenda di recupero viene ora evocata da un buon numero di antichi acquarelli – di cui la Médiathèque de l’architecture et du patrimoine possiede un fondo eccezionale – e di copie esposti a Parigi in una mostra curata da un gran medievista come Léon Pressouyre nel quadro suggestivo della gotica (e neo-gotica) Salle des gens d’armes della Conciergerie.&#13;
All’inizio della storia troviamo Gerard Séguin, che copia con qualche imbarazzo, data la sua educazione neoclassica, le splendide pitture di Saint-Savin (la Sistina del romanico francese l’aveva chiamata Focillon) per illustrare in cromolitografia la «Notice sur les peintures de Saint-Savin» che Mérimée pubblicava tra il 1844 e il 1847 e che è la prima opera sulle pitture murali francesi del Medioevo. Grazie all’incoraggiamento della Commission des Monuments historiques la copia degli affreschi medievali diventa un’autentica specialità francese: Alexandre Denuelle illustra nel 1848 le splendide pitture trecentesche del Palazzo dei Papi di Avignone, allora utilizzato come caserma, malconce per gli sfregi e i barbari stacchi cui erano sottoposte dai soldati, Viollet-le-Duc nel 1847 disegna la decorazione trecentesca della cappella di sant’Antonino nella chiesa dei domenicani di Tolosa, l’architetto Regnauld-Brion nel 1851 e quindi il pittore Emmanuel Brune nel 1877 documentano i dipinti romanici della chiesa di Vicq per la cui conservazione si era battuta Georges Sand che abitava nei pressi, più tardi (nel 1889), Marcel Rouillard copia all’acquarello gli affreschi quattrocenteschi del chiostro savoiardo di Abondance. All’inizio del Novecento, allontanati finalmente i militari dal palazzo dei papi, si scopre la decorazione trecentesca della Chambre du Cerf, un magico paesaggio affollato di scene di caccia e di pesca che si dipana sulle pareti del guardaroba di papa Clemente VI. Lo copia e lo restaura (purtroppo in modo un po’ invadente) l’infaticabile Louis-Joseph Yperman.&#13;
La morte degli affreschi medievali – di questa ricchezza straordinaria che la Francia aveva visto emergere nel corso del XIX secolo e che minacciava di scomparire – era negli ultimi suoi anni la preoccupazione di Viollet-le-Duc quando era vinta ormai la battaglia per il Musée de sculpture comparée da installare al Trocadéro (che però non fece a tempo a vedere). Fu solo alla fine degli anni Trenta del Novecento che Paul Deschamps riuscì ad assicurarsi una ampia area del Palais de Chaillot, costruito al posto del vecchio Trocadéro in occasione dell’esposizione universale del 1937, per ospitarvi il Musée de la fresque che voleva essere un pendant al Musée de sculpture comparé.&#13;
Durante gli anni dell’ultima guerra e nei decenni successivi un nutrito gruppo di copisti fu al lavoro per tutta la Francia copiando scrupolosamente cicli e dipinti prescelti che vennero disposti in strutture posticce che replicavano le originali. Si creò così, per tappe successive, un autentico «département de Primitifs français» che si apriva con un’emozionante sezione romanica dove si poteva vedere la volta della chiesa di Saint-Savin e le copie dei più celebri cicli da Tavant a Vicq per poi continuare con il gotico e giungere fino alla Rénaissance presentando una impressionante antologia della grande pittura murale francese.&#13;
L’esposizione parigina è corredata da un catalogo assai interessante che attraverso le vicende della scoperta, della documentazione e del salvataggio delle pitture murali rintraccia un capitolo importante della storia dei «Primitifs français» cui il Louvre recentemente aveva dedicato una bella mostra (si veda del 21 marzo 2004).&#13;
&#13;
«Le dévoilement de la couleur. Relevés et copies de peintures murales du Moyen Age et de la Rénaissance», Parigi, Conciergerie, fino al 28 febbraio 2005. Catalogo Editions du patrimoine.&#13;
&#13;
Gli operai costruiscono la Torre di Babele, affresco del 1100, abbazia di Saint-Savin-sur-Gartempe &#13;
NOMI CITATI &#13;
-	Brune, Emmanuel&#13;
-	Clemente VI, papa [Bernard Guillemain Pierre Roger]&#13;
-	Commission nationale des monuments historiques&#13;
-	Denuelle, Alexandre&#13;
-	Deschamps, Paul&#13;
-	Focillon, Henri&#13;
&#13;
-	Gislebertus &#13;
-	Inspection générale des monuments historiques&#13;
-	Mérimée, Prosper&#13;
-	Monum-Éditions du Patrimoine&#13;
-	Pressouyre, Léon&#13;
-	Regnauld-Brion&#13;
-	Rouillard, Marcel&#13;
-	Sand, George [Amantine Lucile Aurore Dupin]&#13;
-	Séguin, Gérard&#13;
-	Viollet-le-Duc, Eugène-Emmanuel&#13;
-	Yperman, Louis-Joseph&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Abondance [Francia], Abbazia di Notre-Dame d’Abondance&#13;
-	Autun [Francia], Cattedrale di Saint-Lazare&#13;
-	Avignone [Francia], Palazzo dei Papi, Chambre du Cerf&#13;
-	Charenton-le-Pont [Francia], Médiathèque de l’architecture et du patrimoine [Médiathèque du patrimoine et de la photographie]&#13;
-	Le Puy-en-Velay [Francia], Cattedrale di Notre-Dame du Puy-en-Velay, Biblioteca del Capitolo&#13;
-	Nohant-Vic [Francia], Chiesa di Saint-Martin&#13;
-	Parigi [Francia], Conciergerie&#13;
-	Parigi [Francia], Musée de la fresque&#13;
-	Parigi [Francia], Musée de sculpture comparée&#13;
-	Parigi [Francia], Musée du Louvre&#13;
-	Parigi [Francia], Palais de Chaillot&#13;
-	Parigi [Francia], Palais du Trocadéro&#13;
-	Saint-Savin [Francia], Abbazia di Saint-Savin-sur-Gartempe&#13;
-	Tavant [Francia], Chiesa di Saint-Nicolas&#13;
-	Tolosa [Francia], Convento dei Giacobini, Cappella di Sant’Antonino&#13;
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                <text>&lt;span&gt;Recensione della mostra: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Le dévoilement de la couleur. Relevés et copies de peintures murales du Moyen Âge et de la Renaissance&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt; (Parigi, Conciergerie, 15 dicembre 2004-28 febbraio 2005), a c. di Léon Pressouyre, Robert Dulau e Jannie Mayer, edito da Éditions du patrimoine e Éditions du Comité des travaux historiques et scientifiques (CTHS). Castelnuovo si sofferma sul recupero degli affreschi medievali in Francia nel XIX secolo, evidenziando il lavoro di documentazione e copia da parte di pittori e architetti. La riscoperta e il restauro di cicli pittorici romanici sino al primo Rinascimento – come Abondance, Nohant-Vic, Saint-Savin e Tolosa – rientrano in un più ampio e rinnovato interesse per il Medioevo e segnano un momento cruciale per lo sviluppo della storia dell'arte francese. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;In chiusura è citata la mostra &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Primitifs Français. Découvertes et redécouvertes&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;, già recensita da Castelnuovo su &lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/262"&gt;&lt;span&gt;«Il Sole 24 Ore»&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt; (21 marzo 2004).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Una copia del catalogo è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/le-devoilement-de-la-couleur-releves-et-copies-de-peintures-murales-du-moyen-age-et-de-la-renaissanc/UTO04194588"&gt;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/a&gt;.</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 25 aprile 2004, n. 114, p. 41&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
PROTAGONISTI DEL NOVECENTO&#13;
Lo storico dell'arte Henri Focillon ricordato con una mostra a Lione&#13;
&#13;
Medioevo più che fantastico&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Il Musée des Beaux Arts di Lione, insieme all'Institut National d'Histoire de l'Art, celebra (fino a domani) con una mostra – La vie des formes. Henri Focillon et les arts – la figura di un suo direttore che fu uno dei massimi storici dell'arte del Novecento. L'autore, appunto, della celeberrima Vie des Formes (1934), de L'Art d'Occident (1938), di tanti studi sugli scultori romanici (opere tutte pubblicate in italiano da Einaudi) ma anche su Piranesi (traduzione italiana Bologna 1963) o sulle stampe giapponesi (è appena uscito presso Abscondita una nuova edizione del suo Hokusai), nonché sull'arte del XIX secolo e del primo XX secolo. Un colloquio internazionale su di lui si è appena tenuto tra l'11 e il 13 marzo tra Parigi e Lione, un altro (Focillon e l'Italia) si aprirà a Ferrara il 16 Aprile.&#13;
Focillon, animatore di una grande scuola di qua e di là dell'Atlantico, maestro tra gli altri di André Chastel o di George Kubler, di Jurgis Baltrušaitis, di Louis Grodecki o di Charles Sterling, insegnò in Sorbona e quindi a Yale la storia dell'arte medievale, pur non essendone uno specialista nel senso tradizionale del termine. «Je ne suis pas un spécialiste de l’archéologie du Moyen Age. J’ai simplement eu la chance d’enseigner dans des villes à cathédrales» dichiarò infatti nei primi tempi del suo insegnamento parigino questo outsider che con le sue trascinanti lezioni e con i suoi scritti affascinanti rinnovò il modo di guardare le opere degli artisti dell'età di mezzo.&#13;
Come presentare in una mostra l'opera e il pensiero di un maestro della storia dell'arte che fu un grande intellettuale con tutte le sue sfaccettature, le sue complessità? Come dipingere l'uomo anche nel suo impegno politico di socialista e di coerente antifascista, nella sua azione negli organismi internazionali e nello stesso tempo nelle sue discussioni con interlocutori del calibro di Joseph Strzygowsky o di Erwin Panofsky?&#13;
Con un catalogo di oltre trecento pagine (curato da Alice Thomine e Christian Briend) destinato a divenire uno standard work, ricco di saggi e di una completa bio-bibliografia, e presentando opere (circa 180) che offrono chiara esemplificazione dei temi da lui toccati o attraversati. Una scommessa difficile, ma riuscita.&#13;
Figlio di un eccellente acquafortista, Focillon ereditò dall'esperienza familiare l'amore per le tecniche, la passione per l'incisione che lo portò a scegliere Piranesi quale soggetto per la sua grande thèse. Essa, pensata in gran parte all'École Française de Rome durante il soggiorno evocato nelle splendide Lettres d'Italie (Paris 1906-1908), venne discussa in Sorbonne nel 1918. Dopo una serie di incarichi che lo portarono tra il 1909 e il 1912 a insegnare nei licei di "villes à cathédrales" quali Bourges e Chartres divenne direttore dei Musei di Lione di cui, malgrado la scarsezza dei fondi, moltiplicherà gli acquisti aprendone tra l'altro le collezioni alle arti orientali e trasformerà la fisionomia.&#13;
Gli anni di Lione (1913-1924) sono quelli della Prima guerra mondiale, della lacerazione dell'Europa, delle carneficine, del bombardamento della cattedrale di Reims, fatti che lo marcarono profondamente e lo spinsero a riflettere sui concetti di civiltà, di storia, e a mettere a fuoco quell'idea di Occidente il cui cuore era la Francia, che sarà il centro della sua opera e il protagonista del suo medioevo.&#13;
Dal 1924 è alla Sorbona successore di Emile Mâle alla cattedra di Storia dell'arte medievale, in seguito è eletto al Collège de France. Dal '37 va periodicamente a Yale e qui si rifugerà quando la Francia venne invasa continuando fino all'ultimo la sua riflessione sul medioevo e la sua battaglia politica per la Francia libera.&#13;
Sarebbe sbagliato distinguere in lui l'azione e la riflessione storico-scientifica: nella vita di questo grand'uomo i due poli s'intrecciarono continuamente. L'an Mil, (pubblicato in italiano nel 1998 da Neri Pozza) il libro che lasciò incompiuto alla sua morte nel marzo del '43 è marcato profondamente dai terrori, ma anche dalle speranze di quegli anni. Spesso considerato un formalista Focillon non lo fu che molto parzialmente. Uno dei problemi che pone con maggiore insistenza è quello dei tempi, quelli della storia e quelli delle forme. Tempi che non si accordano se non per essere entrambi non lineari, stratificati, complessi. Di qui la sua continua riflessione su tecniche, schemi e leggi compositive, sulla storia e i suoi momenti cruciali quelli degli esperimenti dove un mondo muore e un altro si annuncia, sui loro protagonisti come Gerberto d'Aurillac, il papa francese dell'anno mille o gli scultori incerti quanto innovatori che gli furono contemporanei. Anche questa è una lezione della mostra (e del catalogo).&#13;
&#13;
Particolare di un’architettura gotica &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Abscondita&#13;
-	Baltrušaitis, Jurgis&#13;
-	Briend, Christian&#13;
-	Chastel, André&#13;
-	Einaudi&#13;
-	Focillon, Henri&#13;
-	Focillon, Victor-Louis&#13;
-	Grodecki, Louis&#13;
-	Kubler, George&#13;
-	Mâle, Émile&#13;
-	Neri Pozza Editore&#13;
-	Panofsky, Erwin&#13;
-	Piranesi, Giovanni Battista&#13;
-	Silvestro II, papa [Gerberto d’Aurillac]&#13;
-	Sterling, Charles&#13;
-	Strzygowski, Josef&#13;
-	Thomine, Alice&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Bourges [Francia]&#13;
o	Liceo di Bourges&#13;
-	Chartres [Francia]&#13;
o	Liceo di Chartres&#13;
-	Ferrara&#13;
-	Lione [Francia&#13;
o	 Musée des Beaux-Arts&#13;
-	New Haven [Stati Uniti]&#13;
o	Yale University&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
o	Collège de France&#13;
o	Institut national d'histoire de l'art&#13;
o	Sorbonne Université&#13;
-	Reims [Francia]&#13;
o	Cattedrale di Notre-Dame de Reims&#13;
-	Roma&#13;
o	École française de Rome</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione della mostra: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;La vie des formes. Henri Focillon et les arts&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (Lione, Musée des Beaux Arts, 22 gennaio-26 aprile 2004), catalogo a c. di Alice Thomine e Christian Briend, edito da Snoeck-Ducaju &amp;amp; Zoon. Castelnuovo restituisce un profilo intellettuale dello storico dell’arte (Digione, 7 settembre 1881-New Haven, 3 marzo 1943), ricordando i due convegni a lui dedicati in occasione dell’esposizione: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Henri Focillon&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (Parigi, Bibliothèque nationale de France, 11-12 marzo 2004; Lione, Musée des Beaux-Arts, 13 marzo 2004; promosso dall’Institut National d’Histoire de l’Art di Parigi e dal Museo) e &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Focillon e l'Italia &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;(Ferrara, Palazzo Bonacossi, 16-17 aprile 2004; promosso dal Dipartimento di Scienze Storiche dell’Università di Ferrara e dall’Institut National d’Histoire de l’Art).&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Una copia del catalogo è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/la-vie-des-formes-henri-focillon-et-les-arts/UTO03179430"&gt;&lt;span&gt;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 11 gennaio 2004, n. 10, p. 41&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
DIETRO L’IMMAGINE&#13;
Uno studio sulla raffigurazione dei Dieci Comandamenti tra Medioevo e Barocco&#13;
&#13;
Non fornicare con le illustrazioni&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Il 27 agosto scorso a Montgomery, capitale dell’Alabama, veniva rimosso dalla hall del palazzo di giustizia un blocco di granito su cui erano scolpiti i Dieci Comandamenti che il presidente della Corte suprema dello Stato aveva fatto installare. Con la sua iniziativa il magistrato aveva inteso appoggiare la campagna fondamentalista che vuole riconoscere nella Bibbia il fondamento della Repubblica stellata, ma aveva compiuto una deliberata infrazione alla regola della separazione dello Stato e della Chiesa ed era stato quindi sconfessato da una corte federale.&#13;
Questo recente episodio cade a proposito per illustrare l’attualità di una vicenda di cui Olivier Christin ha tracciato le origini e il significato in un libro piccolo e denso: Les yeux pour le croire. Les dix commandements en images XV-XVII siècle. Esso segue il diffondersi, il proliferare, il moltiplicarsi delle immagini sacre, e particolarmente di quelle dei Dieci Comandamenti, nel mondo germanico tra il Quattrocento e gli inizi del Seicento e incrocia felicemente varie discipline, sì che per il suo interesse metodologico merita di essere segnalato.&#13;
Christin è uno storico (insegna all’Università di Lione) profondamente interessato alla sociologia della cultura, sensibile particolarmente agli stimoli di Pierre Bourdieu e assai attento ai problemi posti dalle immagini. La sua prima opera, Une révolution symbolique, era dedicata all’iconoclastia ugonotta e fu pubblicata dalle Éditions de Minuit nel 1991. Se qui analizzava il significato e i modi della distruzione protestante delle immagini, e la risposta cattolica a essa, il movente di questo libro è il mettere in luce il ruolo delle immagini nell’enorme sforzo di evangelizzazione, di ricristianizzazione e nel l’emergere di una nuova cultura della preghiera, che ebbe a teatro l’Europa alla fine del Medioevo. «A chi e a cosa servivano — si domanda — le innumerevoli immagini, che furono prodotte, vendute, donate, scambiate, esposte, commentate, invocate, venerate a partire dalla metà del Quattrocento, grazie alla nascita della stampa che favorì la loro diffusione e l’allargamento del loro pubblico»?&#13;
I problemi che si pone sono complessi: come fare per evitare di dare un’interpretazione esclusivamente funzionale delle immagini, per comprendere invece quale ruolo esse possano aver svolto nella trasformazione del mondo sociale e religioso che le attorniava, quale sia stata la loro efficacia simbolica, in che modo esse abbiano contribuito alla formazione di un “habitus”, per usare un termine caro a Bourdieu, vale a dire di un atteggiamento, di un modo di agire e di pensare costituitosi in parte volontariamente e in parte involontariamente, risultato di un’educazione silenziosa ma non per questo meno presente, di comportamenti assimilati attraverso la scuola, la chiesa, la famiglia (e, appunto, la visione, la contemplazione e l’interiorizzazione delle immagini)? Come incrociare i dati obiettivi che risultano da documenti quali visite pastorali, statuti sinodali e simili, con le pratiche effettive e con le rappresentazioni che individualmente i fedeli se ne facevano e che possono venire alla luce solo attraverso altri tipi di documenti, come diari, autobiografie, cataloghi di biblioteche?&#13;
In questo contesto le immagini dei Comandamenti, traduzione visibile delle leggi impartite sul Sinai che dovevano regolare il rapporto degli uomini con Dio e degli uomini tra loro, con il messaggio socialmente normativo che contenevano, potevano pretendere un ruolo privilegiato e ciò spiega la loro enorme diffusione non solo nei libri di devozione e di istruzione religiosa o nei luoghi di culto, ma anche negli edifici pubblici o negli interni privati.&#13;
Un episodio cruciale in questa vicenda è la nuova iconografia dei Comandamenti proposta da Lucas Cranach nel 1527 in una serie di incisioni che dovevano illustrare un trattato di Melantone (che non vide mai la luce) e che furono utilizzate nel 1529 per il Grande Catechismo di Lutero. Nell’opera di Cranach i Comandamenti non vengono presentati come precedentemente era l’uso, e come aveva fatto lo stesso Cranach nella tavola del 1516 conservata nella casa di Lutero a Wittenberg, attraverso rappresentazioni della vita quotidiana o episodi tratti dall’iconografia profana, ma esclusivamente attraverso eventi biblici, e ciò obbligava il riguardante a indagini non facili e a difficoltà di interpretazione. Per fare un esempio il settimo comandamento – «Non rubare» – è illustrato in questa serie non attraverso un qualsiasi aneddoto in cui si veda un ladro in azione, ma con un episodio poco conosciuto del libro di Giosuè in cui Akan confessa al padre di essersi impadronito surrettiziamente di una parte del bottino che non gli spettava. Le difficoltà interpretative venivano evidentemente compensate dalla nuova autorità che l’appoggiarsi all’Antico Testamento conferiva alle immagini. Interessante che la nuova iconografia abbia avuto conseguenze anche in campo cattolico.&#13;
Anche se il suo successo fu di breve durata – nel Seicento era ormai passata di moda – il fatto significativo (come scrive Christin) è che essa si sia imposta in un tempo tormentato dalle divisioni religiose, dal minaccioso rafforzamento degli Stati nazionali in cui il ricorso a esempi veterotestamentari «conservava l’idea di una continuità o almeno di una possibile iscrizione del tempo degli uomini nel tempo di Dio, come se la scelta di episodi biblici permettesse agli artisti e ai loro committenti protestanti o cattolici di fondare sul diritto (divino) il progetto di costruzione di una società veramente cristiana. Il canone biblico si prestava perfettamente alle strategie di trasformazione del mondo sociale da parte dei detentori di un’autorità legittima la cui legittimità veniva a essere raddoppiata dal compito di difesa della vera fede che essi si attribuivano».&#13;
Le immagini dei Dieci Comandamenti diventavano così illustrazione ed esemplificazione, dall’autorità indiscutibile, di norme generali che regolavano l’intera vita della società e i rapporti all’interno di essa. In questo senso l’intervento delle immagini, il loro ruolo non solo di edificazione, ma di persuasione, di proposizione e di imposizione di comportamenti, appare con esemplare chiarezza.&#13;
Da qualche tempo, e in Francia più che in Italia, gli storici si occupano in modo crescente delle immagini, dei loro significati, delle loro funzioni anche se il loro approccio agli oggetti ha potuto spesso apparire agli storici dell’arte un po’ limitativo. Questo libro di Olivier Christin, che illustra con chiarezza un capitolo di storia sociale dell’iconografia, potrà offrire un terreno d’incontro, interessare e suscitare riflessioni e discussioni da parte degli appartenenti alle due corporazioni che non sufficientemente si frequentano.&#13;
Olivier Christin, «Les yeux pour le croire», con 60 illustrazioni in B/N, Seuil, Parigi 2003, pagg. 160, € 16,00.&#13;
&#13;
Philippe de Champaigne, «Mosè e le tavole della Legge», San Pietroburgo, Ermitage&#13;
 &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Bourdieu, Pierre&#13;
-	Christin, Olivier&#13;
-	Cranach, Lucas [il Vecchio]&#13;
-	Éditions de Minuit [Les]&#13;
-	Éditions du Seuil&#13;
-	Lutero, Martin&#13;
-	Melantone, Filippo&#13;
-	Moore, Roy Stewart&#13;
-	Philippe De Champaigne &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Lione [Francia]&#13;
o	Université Lumière Lyon 2&#13;
-	Montgomery [Stati Uniti]&#13;
o	Alabama Judicial Building&#13;
-	San Pietroburgo [Russia]&#13;
o	Hermitage [The State Hermitage Museum]&#13;
-	Sinai [Egitto]&#13;
-	Wittenberg [Germania]&#13;
o	Lutherhaus</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione dell’opera: Olivier Christin, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Les yeux pour le croire. Les dix commandements en images (XV-XVII siècle)&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;, Parigi, Éditions du Seuil, 2003. &lt;span&gt;Una copia dell’opera è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/les-yeux-pour-le-croire-les-dix-commandements-en-images-1517-siecle/UTO04235500"&gt;&lt;span&gt;Biblioteca Storica dell'Ateneo "Arturo Graf"&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 6 aprile 2003, n. 95, p. 43&#13;
&#13;
&#13;
PROTAGONISTI DEL NOVECENTO&#13;
Pubblicati gli scritti giornalistici dello storico dell’arte Briganti e la biografia (con epistolario) dell’archeologo Bianchi Bandinelli&#13;
&#13;
Giuliano e Ranuccio, vite parallele&#13;
&#13;
&#13;
Giuliano Briganti (1918-1992) e Ranuccio Bianchi Bandinelli (1900-1975) sono stati due grandi intellettuali del Novecento italiano. Due vite parallele vissute senza incrociarsi, al servizio del sapere e del progresso civile nei diversi campi d’azione: la storia dell’arte per il primo, l’archeologia per il secondo. Si torna a parlare di loro perché la casa editrice Skira ha mandato in libreria quasi contemporaneamente gli scritti giornalistici di Briganti (in prevalenza usciti su «Repubblica») e la monumentale biografia di Bianchi Bandinelli, corredata di una parte dell’epistolario, realizzata da Marcello Barbanera.&#13;
Alvar González-Palacios ha conosciuto Briganti da vicino. In questo articolo testimonia che la nitida prosa di Giuliano non sgorgava affatto naturale e copiosa, ma costava al suo autore fatiche indicibili, ripensamenti e incertezze.&#13;
Oltremodo inteso è il ricordo che Enrico Castelnuovo traccia dell’archeologo Bianchi Bandinelli, al lavoro in ospedale anche quando la malattia lo ha già minato, al termine di un’esistenza di studio, impegno politico, disillusioni e tormenti interiori.&#13;
&#13;
&#13;
Studiare, sognare e tormentarsi&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Ranuccio Bianchi Bandinelli chiedeva molto a se stesso, lo ricordo intento al lavoro in una cameretta dell’Hôpital Cantonal di Losanna, malato, stremato dalle terapie e dalle trasfusioni, in una condizione che avrebbe spinto chiunque all’inattività, al riposo. Una bella biografia scritta da Marcello Barbanera ne offre inediti straordinari. Scambi di lettere talora molto diretti e duri con colleghi, archeologi e storici dell’arte, amici ed ex amici, compagni di partito, editori, scrittori (da Kaschnitz von Weinberg a Bernhard Schweitzer, da Berenson ad Antal, da Croce a Bobbio, da Mann a Sartre, da Alberto Mondadori a Vittorini, a Calvino), pagine di taccuini che ne mostrano l’inquietudine, lo sforzo di combattere le derive irrazionali e la frammentazione del secolo, le curiosità ma allo stesso tempo la rigida disciplina che si imponeva per dominare dubbi, passioni e sentimenti.&#13;
Fu una figura di prua dell’archeologia e all’interno della sua disciplina operò autentiche rivoluzioni. Negli anni Trenta tentò di ristabilire il legame, un tempo vivissimo, tra l’arte classica e il mondo contemporaneo. Annunciò il suo programma («un grido di guerra», lo chiamò un collega tedesco) nella prolusione fatta a Groningen nel 1931 e quindi fondando nel 1935 la rivista che, richiamandosi a Croce, chiamò «La Critica d’Arte». Si apriva agli studi sull’arte antica come a quelli sull’arte moderna (si affiancò per questa un giovane irruento, Carlo Ludovico Ragghianti, con cui la convivenza si rivelò difficile, e, in un secondo tempo, Roberto Longhi) e si proponeva come tribuna della nuova scienza, rompendo con la tradizione degli studi antiquari, eruditi, descrittivi, tipologici, per considerare gli oggetti studiati come opere d’arte alla cui lettura applicare gli strumenti di una rigorosa critica formale.&#13;
Con la nuova rivista che si avvalse di una larga collaborazione internazionale lanciò una sfida, e creò uno spazio in cui presentare e discutere le più recenti posizioni teoriche. Se uno dei suoi maestri soleva dire per lui il bello dell’archeologia furono proprio i problemi. Si allontanò gradatamente dal crocianesimo per porsi in modo sempre più pressante la ricerca dei nessi arte-società per cui però rifiutò le facili soluzioni offerte dalle teorie del rispecchiamento. Se lo storicismo e il razionalismo restarono alla base della sua cultura la sua idea dell’archeologia si allargò e venne a considerare l’archeologia non solo come storia dell’arte antica, ma piuttosto come una disciplina storica in tutta l’estensione del termine. Un interesse vivissimo per le tecniche, per la manualità l’aveva sempre accompagnato, una curiosità che si estendeva a ogni campo al punto che lo ricordo ancora in un vicoletto romano pieno di ammirazione per l’abilità di un ladruncolo che aveva appena, con estrema destrezza, involato la borsa della moglie. Con l’insegnamento a Roma (che lascia nel 1964 per dedicarsi tutto al compimento della grande impresa dell’Enciclopedia dell’arte antica) stimola le ricerche e gli interessi metodologici di un gruppo di allievi riuniti intorno a lui per cui fonda una nuova rivista aperta alle discussioni interdisciplinari e alle proposte, i «Dialoghi di Archeologia».&#13;
Negli anni Trenta non aveva avuto una precisa posizione politica pur essendo genericamente antifascista e frequentando Croce, Berenson, Calamandrei. Richiesto a causa della sua competenza e del suo fluente tedesco di presentare a Hitler nel suo viaggio del ‘38 i monumenti di Roma, accettò di farlo sia pur con molte riserve, ma diversamente dalla maggior parte degli archeologi italiani del tempo evitò sempre di appoggiare le imprese culturali di un regime che sentiva profondamente estraneo. Dopo le leggi antiebraiche rifiutò di partecipare a censimenti razziali o di rinunciare alla collaborazione di studiosi israeliti alla sua rivista. Scoppiata la guerra ebbe contatti con movimenti clandestini, dopo l’8 settembre si dimise dall’Università e partecipò a Firenze alla resistenza, una volta liberata la città chiese l’iscrizione al Pci, una rottura rispetto al suo passato e alla sua educazione. A più riprese – e già nella prolusione fiorentina del 1944 – aveva paragonato la situazione del suo tempo con quella che aveva visto la crisi del mondo antico, leggendo nel conflitto tra proletariato e borghesia un parallelo con la situazione del III-IV secolo che aveva visto il trionfo dei cristiani e intendendo salvare e trasmettere alla futura società quei valori universali di cui l’antica era stata portatrice. L’idea di questa missione non lo abbandonò fino alle disillusioni degli ultimi anni. Svolse il compito che si era prefisso in varie forme, animando riviste come «Società» o «Il Contemporaneo» che volevano essere un luogo di incontro e di discussione, ma presto furono sottoposte a un più rigido controllo di partito, dedicando molto del suo tempo e delle sue energie ai più diversi impegni politico-culturali – ottemperando al “dovere dei dotti” di spezzare il pane della sapienza per il maggior numero possibile – ma rifiutando sempre le offerte di candidature e respingendo una possibile carriera politica. Superò la crisi del 1956, del rapporto Kruscev e dei fatti di Ungheria, ma fece sentire la sua voce al tempo dell’invasione della Cecoslovacchia e del suicidio con il fuoco di Jan Palach. Nello stesso tempo la fedeltà alla missione in cui aveva creduto lo spinse ad assumere posizioni più intransigenti di quanto dovesse sentire votando l’esclusione del gruppo del «Manifesto» con un intervento al comitato centrale che definì lui stesso «rozzo, grezzo, elementare per contrasto con le sottigliezze teologiche degli altri intellettuali».&#13;
Alla fine di una vita generosa, sofferta che occupò gran parte di un secolo ricco di orrori e sconvolgimenti riconosceva le grandi delusioni che l’avevano accompagnata, il crollo successivo dei suoi punti di riferimento ideali: la cultura tedesca, l’idealismo crociano, l’utopia comunista. Le sue vicende di militante e di studioso si intrecciarono, ma se l’una finì nell’amaro riconoscimento che l’uomo nuovo non era mai nato ma era rimasto l’uomo vecchio che aveva imparato «a mentire con altre parole», l’altra si concluse con una luce di speranza «quella di lavorare in modo onesto che possa essere di qualche utilità agli altri».&#13;
Marcello Barbanera, «Ranuccio Bianchi Bandinelli. Biografia ed epistolario di un grande archeologo», Skira, Milano 2003, pagg. 472, € 25,00.&#13;
&#13;
L’«Apollo del Belvedere» Roma, Musei Vaticani. In basso nel testo, Ranuccio Bianchi Bandinelli &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Antal, Frederick&#13;
-	Barbanera, Marcello&#13;
-	Berenson, Bernard&#13;
-	Bianchi Bandinelli, Ranuccio&#13;
-	Bobbio, Norberto&#13;
-	Briganti, Giuliano&#13;
-	Calamandrei, Piero&#13;
-	Calvino, Italo&#13;
-	Contemporaneo [Il]&#13;
-	Critica d’Arte [La]&#13;
-	Croce, Benedetto&#13;
-	Dialoghi di Archeologia&#13;
-	González-Palacios, Alvar&#13;
-	Hitler, Adolf&#13;
-	Kaschnitz von Weinberg, Guido&#13;
-	Longhi, Roberto&#13;
-	Mann, Thomas&#13;
-	Mondadori, Alberto&#13;
-	Palach, Jan&#13;
-	Partito Comunista Italiano (PCI)&#13;
-	Ragghianti, Carlo Ludovico&#13;
-	Sartre, Jean-Paul&#13;
-	Schweitzer, Bernhard&#13;
-	Skira editore&#13;
-	Società&#13;
-	Vittorini, Elio&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Firenze&#13;
o	Università degli Studi di Firenze&#13;
-	Groningen [Paesi Bassi]&#13;
o	Università di Groningen&#13;
-	Losanna [Svizzera]&#13;
o	Hôpital Cantonal de Lausanne&#13;
-	Roma&#13;
o	Università degli Studi di Roma “La Sapienza”</text>
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                <text>&lt;span&gt;Castelnuovo delinea un ritratto di Ranuccio Bianchi Bandinelli &lt;/span&gt;&lt;span&gt;(Siena, 19 febbraio 1900-Roma, 17 gennaio 1975) i&lt;/span&gt;&lt;span&gt;n occasione dell’uscita dello studio che Marcello Barbanera gli dedica: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Ranuccio Bianchi Bandinelli. Biografia ed epistolario di un grande archeologo&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;, Milano, Skira, 2003. &lt;/span&gt;&lt;span&gt;L’articolo accompagna il profilo di &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Giuliano Briganti (Roma, 2 gennaio 1918-Roma, 17 dicembre 1992), offerto da &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Alvar González-Palacios&lt;/span&gt;&lt;span&gt; per presentare l’edizione postuma dei &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Racconti di storia dell'arte. Dall'arte medievale al Neoclassico &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;(a c. di Luisa Laureati, Milano, Skira, 2002; le due opere sono edite dallo stesso editore). Anche Castelnuovo recensisce la raccolta di Briganti&lt;/span&gt; &lt;span&gt;sul numero di aprile de &lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/224"&gt;&lt;span&gt;«L'Indice dei libri del mese»&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;.&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Una copia dell’opera di Barbanera su Bianchi Bandinelli è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/ranuccio-bianchi-bandinelli-biografia-ed-epistolario-di-un-grande-archeologo/UTO00219976?locale=eng"&gt;&lt;span&gt;Biblioteca Storica dell'Ateneo "Arturo Graf"&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore, anno 139, n. 95, p. 43 (inserto &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;)</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 23 febbraio 2003, n. 53, p. 41&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
RICORDO DI ERNST KITZINGER&#13;
Un profilo dello storico dell’arte morto in gennaio vicino a New York&#13;
&#13;
La mia vita è stata un mosaico&#13;
&#13;
Perseguitato dai nazisti fuggì in America e divenne un autorevole bizantinologo&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Con la scomparsa di Ernst Kitzinger, spentosi nel gennaio scorso nella sua casa di Poughkeepsie, N.Y., ci lascia uno dei grandi medievalisti del nostro tempo. Era nato il 27 dicembre 1912 a Monaco di Baviera da una famiglia ebraica di buona borghesia. Si era iscritto all’università nel 1931, studiando con Wilhelm Pinder, un celebre storico dell’arte che, per quanto su posizioni fortemente nazionaliste e assai ben visto dal regime, aiutò il giovane ebreo. Lo spinse ad andare a Roma – dove Kitzinger seguì le lezioni di Pietro Toesca – e a lavorare a una tesi sulla pittura romana del primo Medioevo. Non solo. Lo sollecitò a discuterla rapidamente in modo da poter concludere il corso di studi prima che le leggi antiebraiche arrivassero a impedirglielo. Ciò avvenne nel novembre 1934 e la sua dissertazione – tuttora un punto di riferimento imprescindibile – venne pubblicata due anni dopo, nel 1936, sotto il titolo Römische Malerei vom Beginn des VII bis zur Mitte des 8. Jahrhundert.&#13;
Nel 1935 Kitzinger emigrava in Inghilterra. Qui trascorse cinque anni come assistente del British Museum e scrisse un’introduzione ai tesori altomedievali e romanici del museo, passando da Palmira all’Egitto copto, dal Mediterraneo orientale a Roma, da Cipro a Bisanzio, da Lindisfarne a Reichenau. Quella che doveva essere una rapida guida per turisti divenne un innovativo ed esemplare percorso nell’arte alto medievale che con estrema chiarezza metteva in luce, inserendole nel loro contesto, opere e periodi poco frequentati (Early Medieval Art in the British Museum, 1940, più volte ristampata).&#13;
In questo periodo sorse in lui un interesse che avrebbe lungamente coltivato, quello per l’arte insulare del VII-VIII secolo. Nel 1941 si trasferì negli Stati Uniti dove da poco era stata fondato a Washington nella splendida residenza di Dumbarton Oaks (donata nel 1940 con le sue eccezionali collezioni dai coniugi Bliss all’università di Harvard), un centro per gli studi bizantini e medievali. In questo ambiente quanto mai stimolante ebbe modo di lavorare accanto a grandi storici dell’arte, storici e filologi quali Wilhelm Koehler o Ernst Kantorowicz e parallelamente impegnandosi in anni in ricerche sul campo, in loco in Sicilia, Grecia, Jugoslavia e Turchia. Nel 1955 divenne il Director of Studies dell’istituzione, vale a dire la guida scientifica. Dal 1966 al 1977 sarà professore ad Harvard sulla cattedra intitolata ad Arthur Kingsley Porter.&#13;
Molti suoi importanti scritti di questi anni sono stati raccolti nel volume uscito The Art of Byzantium and the Medieval West, (1976, esiste una parziale traduzione in italiano in Il culto delle immagini. L’arte bizantina dal cristianesimo delle origini all’iconoclastia, Firenze 1992). L’anno in cui lascia l’insegnamento per limiti di età (è il 1977), lo studioso pubblica un saggio incisivo e affascinante Byzantine Art in the Making. Main lines of stylistic development in Mediterranean Art 3rd-7th century (apparso nel 1989 in traduzione italiana presso Il Saggiatore sotto il titolo L’Arte Bizantina con una bella prefazione di Maria Andaloro). Qui analizza l’incrociarsi e il comporsi di diversi elementi nella nascita e nell’evolversi dell’arte bizantina dalla tarda antichità fino alla crisi iconoclastica. Ancora una volta il suo interesse si porta sui secoli più lontani di cui esemplarmente definisce gli aspetti stilistici seguendone le vicende in un tempo in cui molte tradizioni si fondevano o si scontravano. Maestro dell’analisi dello stile, Kitzinger non trascura però i problemi del contesto storico-sociale in cui le opere erano nate, né le loro funzioni. Questo appare bene in molti suoi scritti, da quelli sull’iconoclastia bizantina alla prolusione del 1992 alla XXXIX settimana di studio del centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo di Spoleto intitolata Artistic Patronage in Early Byzantium e dedicata a Committenti e produzione artistico-letteraria nell’alto Medioevo.&#13;
Profondamente legato all’Italia – il paese dove aveva scritto la sua tesi, trovato un primo rifugio e ricevuto una laurea honoris causa (gliela conferì nel 1992 la Sapienza di Roma) – Ernst Kitzinger non abbandonò mai nella sua vasta e multiforme produzione i temi italiani. Uno che gli fu particolarmente caro e in cui seguì con molto interesse la dialettica fra forme e contenuti fu quello dei mosaici siciliani (I mosaici di Moreale, Palermo, 1960. I mosaici del periodo normanno in Sicilia, Palermo 1992). Fu l’ultimo e il più giovane di una grande generazione di bizantinisti: quella dei Grabar, dei Demus, dei Weitzmann.&#13;
&#13;
«Madonna in trono tra Costantino I e Giustinano I», Istanbul, Santa Sofia&#13;
 &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Andaloro, Maria&#13;
-	Bliss, Mildred [Mildred Barnes]&#13;
-	Bliss, Robert Woods&#13;
-	Centro italiano di studi sull'alto medioevo [Fondazione]&#13;
-	Demus, Otto&#13;
-	Grabar, André&#13;
-	Kantorowicz, Ernst Hartwig&#13;
-	Kitzinger, Ernst&#13;
-	Koehler, Wilhelm &#13;
-	Pinder, Wilhelm &#13;
-	Porter, Arthur Kingsley&#13;
-	Saggiatore [Il]&#13;
-	Toesca, Pietro&#13;
-	Weitzmann, Kurt&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Harvard [Stati Uniti]&#13;
o	Università di Harvard&#13;
-	Istanbul [Turchia]&#13;
o	Basilica di Hagia Sophia [Hagia Sophia Grand Mosque]&#13;
-	Lindisfarne [Regno Unito]&#13;
-	Londra [Regno Unito]&#13;
o	British Museum&#13;
-	Monaco [Germania]&#13;
-	Palmira [Siria]&#13;
-	Poughkeepsie [Stati Uniti]&#13;
-	Reichenau [Germania]&#13;
-	Roma&#13;
o	Università degli Studi di Roma “La Sapienza”&#13;
-	Sicilia&#13;
-	Washington [Stati Uniti]&#13;
o	Dumbarton Oaks</text>
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                <text>A un mese dalla scomparsa, Castelnuovo traccia un ritratto di Ernst Kitzinger (Monaco [Germania], 27 dicembre 1912 - Poughkeepsie [Stati Uniti], 22 gennaio 2003), soffermandosi sull’eredità culturale che ha lasciato agli studi storico-artistici sul medioevo bizantino: “Fu l’ultimo e il più giovane di una grande generazione di bizantinisti: quella dei Grabar, dei Demus, dei Weitzmann”. L’articolo si conclude menzionando i suoi scritti sui mosaici siciliani, a cui il titolo allude.</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore, anno 139, n. 53, p. 41 (inserto &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;)</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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                <text>&lt;spanhelvetica neue="" arial="" font-weight:normal="" font-style:normal="" color:="" 000000="" data-sheets-root="1"&gt;&lt;spanhelvetica neue="" arial="" font-weight:normal="" font-style:normal="" text-decoration:underline="" text-decoration-skip-ink:none="" -webkit-text-decoration-skip:none="" color:="" 1155cc=""&gt;&lt;a class="in-cell-link" target="_blank" href="https://atom.unito.it/index.php/il-sole-24-ore" rel="noopener"&gt;Inventario&lt;/a&gt;&lt;spanhelvetica neue="" arial="" font-weight:normal="" font-style:normal="" color:="" 000000=""&gt; del fondo Enrico Castelnuovo, unità archivistica «Il Sole 24 Ore» (Archivio storico dell'Università di Torino)&lt;/spanhelvetica&gt;&lt;/spanhelvetica&gt;&lt;/spanhelvetica&gt;</text>
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        <name>_NECROLOGIO</name>
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                  <text>La raccolta degli articoli e delle schede redatti da Enrico Castelnuovo per «L'Indice dei libri del mese», dal 1984 al 2013</text>
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              <text>«L’Indice dei libri del mese» – ottobre 2012, anno 29, n. 10, p. 16&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Dettagli innalzati alla dignità di eroi&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
“Ma ho incontrato anche dei ‘crocevia’ (...) assumendo come oggetto di studio non più i testi ma le immagini, un cambiamento che è avvenuto con il mio libro Elogio del quotidiano. Saggio sulla pittura olandese del Seicento” dichiara Tzvetan Todorov nell’intervista qui pubblicata, che sintetizza la sua vocazione e le sue svolte. Altrove, nell’Elogio dell’individuo. Saggio sulla pittura fiamminga del Rinascimento, scrive cosa significhi per lui pensare per immagini: “La scelta di una forma anziché di un’altra è essa stessa portatrice di senso e di idee (...) anziché passare attraverso il linguaggio questo pensiero si manifesta nell’immagine (e più propriamente nelle modalità della rappresentazione) senza che quest’ultima abbia quale unica funzione quella di esprimerla”, e questo gli fa sostenere che all’inizio del Quattrocento scrittori e teologi come Christine de Pizan e Jean Gerson fossero “in ritardo” rispetto ai pittori della loro epoca.&#13;
Alla pittura, in certi suoi momenti, ad alcuni suoi protagonisti, Todorov si è ripetutamente dedicato. Non era un terreno nuovo per lui. In effetti, dalla sua fondazione nel 1983, aveva diretto il Centre de recherches sur les arts et le langage del Consiglio delle ricerche francese, che riuniva in una prospettiva interdisciplinare storici della letteratura, dell’arte, della musica, filosofi, sociologi. Ma il suo interesse aveva un’origine più antica e lo suggerisce lui stesso quando nella conversazione autobiografica con Catherine Portevin, Un vita da passatore (Sellerio, 2010), ricorda gli amici pittori della sua giovinezza a Sofia, la scoperta della pittura occidentale fatta a vent’anni nelle splendide collezioni di Mosca e Leningrado o di un Brueghel nel museo di Budapest , e dichiara le sue profonde preferenze: “Da un certo momento in poi ho capito che la mia emozione mi portava ai pittori del nord, fiamminghi e olandesi”.&#13;
Ma cosa l’ha spinto ad abbandonare l’orizzonte della semiotica dove aveva fatto le sue prime, celebri prove? Rimando di nuovo all’intervista: “Verso il 1980 si è prodotto un cambiamento: ho voluto passare dalle strutture al senso, e inoltre stabilire una continuità tra l’oggetto del mio lavoro e le mie esperienze vissute, in particolare la mia identità di straniero e di emigrato”. Gli scritti di storia dell’arte intendono così partecipare a quell’approccio etico alla storia – “Le scelte estetiche di uno scrittore, di un pittore figurativo hanno egualmente un significato sul piano etico” – a quel “pensiero umanista” che ha caratterizzato i suoi libri negli ultimi anni. In Una vita da passatore mostra come il percorso da lui seguito nel campo della pittura coincida con le sue scelte in altri ambiti: “Di fronte all’estremo, il saggio sulla vita morale nei campi di concentramento, tutt’altro universo rispetto alla pittura olandese del XVII secolo, era una riflessione sui valori eroici e i valori quotidiani. Il legame con Elogio del quotidiano è qui, secondo me in modo diretto”.&#13;
I suoi interventi sull’arte olandese del Seicento – oltre all’Elogio del quotidiano (Apeiron, 2000) la plaquette su Rembrandt L’arte o la vita! (Donzelli, 2010) – e su quella fiamminga del Quattrocento, Elogio dell’individuo (Apeiron, 2001), sono stati pubblicati in Francia da Adam Biro. Dall’editore due anni lo separavano: Biro era nato nel 1941, Todorov nel 1939, l’uno a Budapest, l’altro a Sofia. Arrivarono a Parigi uno quindicenne nel 1956 l’altro ventiquattrenne nel 1963. Non so se questa comune esperienza di immigrati da un paese nell’Est – Quelque un d’ailleurs è il titolo del primo romanzo di Biro, tradotto in inglese con una prefazione rivelatrice e tristemente esilarante: One Must Also Be Hungarian – li abbia avvicinati, posso crederlo.&#13;
L’Elogio del quotidiano inizia con una visita a un museo le cui collezioni offrono “molte cesure tematiche e stilistiche”. A un tratto: “Al posto dei grandi dipinti raffiguranti personaggi storici, mitologici o religiosi compaiono immagini di madri dedite a spogliare i loro figli, sarti concentrati sul proprio lavoro, fanciulle intente a leggere lettere o a suonare il clavicembalo”.&#13;
Su questa pittura della vita quotidiana, su questi incunaboli della pittura di genere, su questi quadri senza eroi di Jan Steen e di Gerard Dou, di Gerard Ter Borch e di Gabriel Metsu, di Pieter de Hooch e di Vermeer si sono susseguite e alternate nel tempo molte e diverse interpretazioni. Da quando, nel 1798, La donna idropica di Gerard Dou giunse al Louvre, appena aperto, come “premier don du peuple” da parte di un generale di Napoleone, il quadro fu oggetto per più di un secolo di un’ammirazione pari a quella di cui godeva la Monna Lisa di Leonardo. Sulla pittura olandese del Seicento, nelle lezioni sull’estetica tenute a Berlino negli anni venti del XIX secolo, Hegel esprime un giudizio assai favorevole sottolineando la novità dei soggetti, l’amore per quel che apparentemente è di poco conto, la concentrazione in ciò che è più conchiuso e limitato. Più tardi Thoré-Burger scopriva Vermeer mentre Eugène Fromentin, nei Maîtres d’autrefois (1875), rileggeva in chiave pittorica “le delicatezze di un Metsu, il mistero avvolto, sfuggente velato” di Pieter de Hooch, vedendovi “la più giudiziosa applicazione della legge dei valori”. La côte nel mercato dell’arte dei quadri di genere olandesi fu a lungo altissima e, se a un certo momento cominciò a scendere, fu anche a causa dell’interpretazione e dell’imitazione improntata a un naturalismo semplicista che ne avevano dato i pittori ottocenteschi dei Salons ormai fuori moda.&#13;
In reazione alla lettura realistica prevalente, da Hegel a Fromentin, fino a tempi relativamente recenti sia pur con profonde differenze, uno storico dell’arte olandese, Eddy de Jongh, sostenne una cinquantina d’anni fa che si trattava di un “realismo apparente”, mettendo in luce con una fine analisi iconologica tutto il bagaglio allegorico emblematico che si celava dietro le apparenze aneddotiche. A questa tendenza reagì un celebre libro di Svetlana Alpers, Arte del descrivere. Scienza e pittura nel Seicento olandese (Boringhieri, 1984), che con una strumentazione critica diversa e più ampia giunse a recuperare l’interpretazione realista. Todorov non parteggia per alcuna delle due parti affermando però che l’esistenza di significati allegorici “non ci dice ancora nulla circa la funzione esatta che dobbiamo loro attribuire”. Per lui le due tesi possono convivere senza eliminarsi a vicenda. Quello che cerca nei quadri olandesi è il loro significato etico, questa capacità di innalzare i dettagli alla dignità di eroi, lo “spinozismo implicito di questa pittura”, ma anche le sue ambiguità. Le indaga nella presentazione dei personaggi, non solo nei loro sguardi e nei loro gesti, ma anche nel loro apparire e nel loro nascondersi, nel modo in cui sono rappresentati nei voluti contrasti che una scena presenta tra centro tematico e centro pittorico, quando, attraverso l’ambiguità, se ne accrescono i possibili significati. In una comune scena di genere come la scrittura, la dettatura o la lettura di una lettera, un personaggio apparentemente secondario, un testimone, può assumere il ruolo più importante. Altrove del vero protagonista non si scorge il viso, come avviene in un quadro di Ter Borch, la cosiddetta Ammonizione paterna della galleria di Berlino. Qui il centro della scena non è l’uomo che parla, piuttosto la giovane che ascolta, ma il suo volto è celato perché è vista di spalle. Come già sottolineava Wölfflin un secolo fa nei Principi fondamentali della storia dell’arte (1915), è stato il barocco a rendere possibile questo tipo di rappresentazione, il XVI secolo l’avrebbe considerato niente più che uno scherzo. In qualche modo, nelle sue acute attente e partecipi descrizioni dei dipinti, Todorov ricorda Wölfflin, ma ciò che per il secondo era innanzitutto un problema estetico per il primo diviene un problema morale.&#13;
 &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Alpers, Svetlana&#13;
-	Apeiron Edizioni&#13;
-	Biro, Adam&#13;
-	Bollati Boringhieri&#13;
-	Borch, Gerard ter&#13;
-	Brueghel, Pieter il Vecchio&#13;
-	Centre de Recherches sur les Arts et le Langage [CRAL]&#13;
-	Centre National de la Recherche Scientifique [CNRS]&#13;
-	Clauzel, Bertrand&#13;
-	Cristina da Pizzano&#13;
-	Donzelli editore&#13;
-	Dou, Gerrit&#13;
-	Fromentín, Eugéne&#13;
-	Gerson, Jean&#13;
-	Hegel, Georg Wilhelm Friedrich&#13;
-	Hooch, Pieter de&#13;
-	Jongh, Eddy de&#13;
-	Leonardo da Vinci&#13;
-	Metsu, Gabriel&#13;
-	Napoleone I, imperatore&#13;
-	Portevin, Catherine&#13;
-	Rembrandt, Harmenszoon van Rijn&#13;
-	Sellerio Editore&#13;
-	Steen, Jan&#13;
-	Thoré, Théophile&#13;
-	Todorov, Tzvetan&#13;
-	Vermeer, Johannes&#13;
-	Wölfflin, Heinrich&#13;
 &#13;
&#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Berlino [Germania]&#13;
o	Gemäldegalerie&#13;
o	Università Humboldt di Berlino&#13;
-	Budapest [Ungheria]&#13;
o	Szépművészeti Múzeum&#13;
-	Mosca [Russia]&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
o	Musée du Louvre&#13;
-	San Pietroburgo [Russia]&#13;
-	Sofia [Bulgaria]&#13;
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                <text>&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Castelnuovo presenta un ritratto di Tzvetan Todorov (Sofia [Bulgaria], 1° marzo 1939-Parigi [Francia], 7 febbraio 2017) a partire dai suoi studi sulla pittura olandese del Seicento e dalla personale interpretazione che di questa offre, focalizzandosi in particolare su un suo saggio, l’&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Elogio del quotidiano &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;(ed. originale Adam Biro, 1993; I ed. italiana Apeiron, 2000). &lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;«L’Indice dei libri del mese» dedica a Todorov la sezione &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Primo piano&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;, pubblicando l’intervista rilasciata a Santina Mobiglia (&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Da uomo spaesato a eclettico umanista&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;) e la recensione di Carlo Galli (&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Tra autonomia e dell'individuo e bene comune&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;) dell’opera &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;I nemici intimi della democrazia&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;, tradotta dalla casa editrice Garzanti.&lt;/span&gt;</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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                <text>&lt;span data-sheets-root="1"&gt;&lt;a class="in-cell-link" target="_blank" href="https://atom.unito.it/index.php/lindice-dei-libri-del-mese" rel="noopener"&gt;Inventario&lt;/a&gt; del fondo Enrico Castelnuovo, unità archivistica «L'Indice dei libri del mese» (Archivio storico dell'Università di Torino)&lt;/span&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli e delle schede redatti da Enrico Castelnuovo per «L'Indice dei libri del mese», dal 1984 al 2013</text>
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              <text>«L’Indice dei libri del mese» – giugno 2012, anno 29, n. 6, p. 26&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Studioso melanconico tra neogiottismo e Gotintern&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
&#13;
Fabio Massaccesi, Francesco Arcangeli nell’officina bolognese di Longhi. La tesi su Jacopo di Paolo, 1937, pp. 191, € 20, Silvana, Cinisello Balsamo (MI) 2011&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
“In fondo all’aula gremitissima, Longhi, alto, tutto nero, leggeva i suoi mirabili Momenti della pittura bolognese”. Arcangeli ricordò per sempre come, nella sua prolusione del 1934, Roberto Longhi dipanasse l’aurea matassa della tradizione pittorica felsinea. Sulla fine del 1936 si decise a chiedergli la tesi. Gli venne affidata una ricerca su un pittore bolognese della fine del Trecento Jacopo di Paolo, che sarà discussa nell’ottobre del 1937. È questo il testo che viene pubblicato ora con esemplare attenzione filologica, con i necessari aggiornamenti, un saggio sull’officina longhiana bolognese e uno straordinario carteggio Longhi-Arcangeli. Quali le ragioni del maestro per affidare al primo dei suoi allievi la tesi su una “persona non altissima, ma tuttavia molto significante della pittura bolognese” e quali le ragioni per pubblicarla oggi? Risposta evidente al secondo punto: Arcangeli è stato un grande, originale, appassionato storico dell’arte, uno scrittore e un poeta. Insieme ad Alberto Graziani ha partecipato alla nascita di una scuola, quella longhiana, che ha avuto un gran ruolo nella storia della storia dell’arte e non solo. Quanto a Jacopo di Paolo (c. 1345-1426), questi rappresentava un’eccezione nello svolgimento della pittura trecentesca bolognese. Operoso alla cerniera tra due secoli e alfiere di una sorta di cubismo neogiottesco, si era dimostrato capace di agire in controtendenza agli umori prevalenti, ma anche di sconvolgere i suoi schemi e di accordarsi alle nuove tendenze del “Gotintern”, dando prova di una così felice fantasia ritmica da “rivolar per l’ultima volta fra le braccia del lirico patriarca Vitale” e tale da rendere la predella dell’altare Bolognini a San Petronio “vibrante al pari dei più fulgidi pittori di vetro”. È questo l’artista problematico, ora alto ora basso, prima neogiottesco poi convintamente internazionale, che Longhi propone all’attenzione del giovane. Sono stato allievo di Longhi, amico di Arcangeli e tanto di lui, della sua passione della sua testardaggine, dei suoi dubbi, dei suoi umori, della sua fatale melanconia ritrovo in questo libro. Si confronta con un pittore che all’inizio non ama, ne intuisce l’alta statura rispetto all’“accademia abbastanza povera” di Simone dei Crocifissi o di Cristoforo, si diverte a scorgere negli angeli osannanti dell’ Incoronazione della Vergine della Pinacoteca di Bologna “la più rustica e graziosa cantoria che si possa vedere” (Longhi chiosa: “Non insista troppo su cotesti motivi e cerchi di scoprire rapporti più interni di linguaggio figurativo”), ma si sforza di capire il senso del revivalismo fin de siècle, la natura morale del ritorno a Giotto e anche della svolta successiva, iniziata forse prima dell’approdo in San Petronio del turbinoso Giovanni da Modena. Perlustra chiese e cappelle di Bologna, scopre sempre nuove opere, azzarda attribuzioni, le sottopone a Longhi che puntualmente le verifica e le discute, avvertendo: “E guardi però che in questo campo le impressioni debbono diventare al più presto constatazioni”. Il libro architettato da Massaccesi ha un altissimo merito: permette di seguire passo passo la tortuosa strada di una ricerca. “Ma vede quanto dà da fare anche un artista di seconda fila (o terza) come Jacopo di Paolo – conclude Longhi. – Però è un da fare molto divertente, almeno lo auguro tale per Lei”. &#13;
NOMI CITATI&#13;
-	Arcangeli, Francesco&#13;
-	Cristoforo di Iacopo [Cristoforo da Bologna]&#13;
-	Giotto&#13;
-	Giovanni da Modena&#13;
-	Graziani, Alberto&#13;
-	Jacopo di Paolo&#13;
-	Longhi, Roberto&#13;
-	Massaccesi, Fabio&#13;
-	Silvana Editoriale&#13;
-	Simone di Filippo Benvenuti [Simone dei Crocifissi]&#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Bologna&#13;
o	Basilica di San Petronio&#13;
▪	Cappella Bolognini&#13;
o	Pinacoteca Nazionale di Bologna</text>
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                <text>&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Recensione dell'opera: Fabio Massaccesi, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Francesco Arcangeli nell'officina bolognese di Longhi. La tesi su Jacopo di Paolo, 1937&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;, Cinisello Balsamo, Silvana, 2011. Attraverso i propri ricordi Castelnuovo tratteggia un ritratto di Arcangeli (1915-1974) focalizzato sugli anni giovanili della sua tesi di laurea, discussa 1937 all’Università di Bologna, pur tenendo ben presente sullo sfondo il rapporto col comune maestro Roberto Longhi.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;Una copia dell’opera è presente nel fondo librario dell’autore, conservato dalla &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/francesco-arcangeli-nellofficina-bolognese-di-longhi-la-tesi-su-jacopo-di-paolo-1937/UTO01361973"&gt;&lt;span&gt;Biblioteca storica d’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;.&lt;/span&gt;</text>
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