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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 18 gennaio 2009, n. 17, p. 35&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
SCAFFALART&#13;
&#13;
Giotto? Buon investimento&#13;
&#13;
Enrico Scrovegni costruì e decorò la Cappella a Padova per manifestare solidità e buon uso dei soldi. E non, come s’è detto, per farsi perdonare di essere stato usuraio&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
«E or ha Giotto il grido». Il giudizio di Dante era destinato ad avere lunga vita. Ancora sulla spinta del restauro rivelatore degli Scrovegni il 2008 ha visto uscire a ruota libri a Giotto dedicati. In Italia ne sono stati pubblicati due importanti: L’O di Giotto di Serena Romano e L’affare migliore di Enrico di Chiara Frugoni. Storica dell’arte la prima, storica, con un particolare e consolidato interesse per il mondo delle immagini, la seconda. Diversi per la materia trattata e l’approccio, anche se entrambi hanno un bel corredo iconografico sono testi da leggere, non solo da guardare. Rivelatori, enigmatici i titoli. Qual è l’«affare migliore» di Enrico che dà nome al libro di Chiara Frugoni? A cosa avrà voluto alludere Serena Romano quando ha richiamato il celebre episodio raccontato o forse inventato dal Vasari?&#13;
Cominciamo di qui. Richiesto di un disegno di sua mano da portare al papa in Avignone Giotto, per mostrare la propria assoluta e inimitabile maestria, si sarebbe limitato a tracciare su un foglio a mano libera un perfetto O. Il fatto che pochi mesi dopo quello di Serena Romano uno studioso americano, Andrew Ladis, abbia pubblicato un libro con lo stesso titolo (The Giotto’s O. Narrative Figuration and Pictorial Ingenuity in the Arena Chapel) mostra quanto l’aneddoto sia considerato rivelatore ed emblematico. Per l’autrice questa scelta vuol essere una sorta di metafora del tragitto dell’artista nei suoi anni capitali. È questo percorso, dalle storie di Isacco in San Francesco ad Assisi alla cappella degli Scrovegni – una quindicina di anni appena che cambiarono il volto della pittura – a porre il problema che divide da oltre un secolo gli storici dell’arte. Fu la stessa persona a intervenire sulla parete settentrionale della Basilica superiore dipingendovi, verso il 1290 le due storie del patriarca, a dirigere quindi la realizzazione del sottostante ciclo con la leggenda di san Francesco, a realizzare infine la decorazione pittorica della cappella padovana conclusa attorno al 1305? Se sì, come spiegare l’incalzare del cambiamento stilistico in tempi tanto brevi? Problema annoso, puntualmente affrontato, costantemente irrisolto.&#13;
Serena Romano evoca analoghe accelerazioni e fratture consumatesi a Roma intorno al 1600, a Parigi nel primo Novecento e insiste con insolita ampiezza di orizzonti (attestata dalla vastissima bibliografia) nell’incrociare con il percorso di Giotto strumenti retorici, tecniche, contesti religiosi e liturgici, culturali e storico-politici, non per cercarvi delle spiegazioni, ma per individuare le attese e le domande che i tempi ponevano e le risposte venute dall’artista. Per illustrare e dimostrare la coerenza di una carriera pittorica, temi e aspetti diversi sono messi a fuoco nelle due parti che compongono il libro. La prima, l’assisiate, insiste sulla narrazione, sulla rappresentazione delle storie e su e come esse vengano strutturate dalla costruzione dello spazio, la seconda, la padovana, è centrata sul modo di rendere persone, volti, materie, cose nel loro rapporto con un nuovo modo di guardare e raffigurare la natura, ciò che i contemporanei sorpresi e ammirati esaltarono in Giotto. Vi è una intensa riflessione sui rapporti ipotizzati, complessi mutevoli e reiterati, di Giotto con Roma e con l’antico si trovano nuovi spunti sul soggiorno riminese, si propone una nuova interpretazione sulle cause della chiamata a Padova, sulla molteplicità dei personaggi coinvolti e sul convergere degli interessi che la determinarono. Ma valeva forse la pena di interrogarsi anche sulla decorazione della cappella di San Nicola nella chiesa inferiore di Assisi, la cui data precoce pone un bel problema nello svolgersi di quegli anni.&#13;
Veniamo ora a Enrico. Chiara Frugoni abborda il problema Scrovegni nelle intenzioni del committente e nelle realizzazioni dell’artista, e rovescia l’interpretazione e la motivazione correnti che sono ancora accolte nel recentissimo libro di Anna Derbes e Mark Sandona The Usurer’s Heart. Giotto, Enrico Scrovegni and the Arena Chapel in Padua. L’«affare migliore» di Enrico è stato quello che gli ha permesso di ottenere fama imperitura, di far sì che il nome della famiglia fosse ricordato attraverso i secoli: la costruzione della cappella, l’aver chiamato a lavorarvi Giotto e Giovanni Pisano.&#13;
L’edificazione di una piccola chiesa attigua allo splendido palazzo degli Scrovegni, la sua decorazione a opera del più grande artista del momento, la sua apertura a tutti i fedeli non furono un’espiazione, una penitenza per l’usura praticata del padre Reginaldo e dallo stesso Enrico ma sono da vedere in positivo come esaltazione dell’operosità, della generosità e del buon uso delle ricchezze, una gigantesca impresa promozionale, un’eccellente pedina in un progetto di legittimazione e di ascesa sociale e politica.&#13;
Lo attestano il titolo della cappella, Santa Maria della Carità, l’analisi della vita e degli atti del committente, quella delle forme e dei modi in cui le sue ultime volontà sono espresse nel testamento – analizzato e tradotto da un grande diplomatista come Attilio Bartoli Langeli – redatto da ben tre notai nel 1336 a Venezia dove Enrico Scrovegni era costretto in esilio, alla presenza di trentaquattro (sic!) testimoni di elevatissimo rango. La chiesa costruita e decorata "de bonis propriis", con il proprio danaro come la piccola comunità religiosa di cui venne dotata, fu un’impresa essenziale per lo Scrovegni. Qui fece preparare la propria tomba, qui volle fosse posta la propria immagine scolpita, qui volle l’altare coperto dai preziosi panni ricamati concessigli dalla Basilica veneziana di San Marco. E qui fece rivestire le pareti di finti marmi e di uno stupefacente ciclo di pitture che, dalle storie della Vergine, della Giovinezza e della Passione di Cristo, culminasse in un colossale Giudizio Universale. Vi sarà rappresentato tra gli eletti inginocchiato, nell’atto di offrire alla Vergine il modello dell’edificio, nella posa medesima in cui nella scena dell’Adorazione il re mago porge il suo dono al Bambino.&#13;
Ogni accenno all’usura è bandito fino a far scomparire le monete dai banchi dei cambiavalute della Cacciata dal tempio. Si prediligono personaggi ricchi e caritatevoli che abbiano fatto uso buono e ragionevole delle loro ricchezze, come il protagonista delle prime storie, Gioacchino, il padre della Vergine che dava in elemosina il terzo dei suoi beni. Nelle Virtù e nei Vizi dipinti nello zoccolo si oppone alla personificazione della Caritas non l’Avaritia, che poteva suscitare associazioni sgradevoli, bensì l’Invidia.&#13;
Tout se tient in questa argomentazione incalzante. Resta solo una domanda: chi fu l’«impaginatore» del ciclo, chi fu colui che seppe interpretare ma in qualche modo anche condurre il pensiero di Enrico e ne fu tramite all’artista? Perché se lo Scrovegni aveva scoperto in Giotto non solo il più grande artista del suo tempo ma anche chi condivideva con lui certi valori (e lo dimostrerebbe una canzone contro la povertà attribuita a Giotto), il problema di un mediatore, di una sorta di alter ego erudito del committente, rimane aperto.&#13;
Serena Romano, «La O di Giotto», Electa, Milano, pagg. 420, € 38,00;&#13;
Chiara Frugoni, «L’affare migliore di Enrico. Giotto e la cappella Scrovegni», Einaudi, Torino pagg. 536, € 65,00.&#13;
&#13;
Gran committente. Il banchiere padovano Enrico Scrovegni, immortalato da uno scultore anonimo nel 1303-1305. Nella foto in alto, l’interno della Cappella Scrovegni a Padova che il banchiere edificò e fece affrescare da Giotto. &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Alighieri, Dante&#13;
-	Bartoli Langeli, Attilio&#13;
-	Derbes, Anna&#13;
-	Einaudi&#13;
-	Electa&#13;
-	Frugoni, Chiara&#13;
-	Giotto&#13;
-	Giovanni Pisano&#13;
-	Ladis, Andrew&#13;
-	Romano, Serena&#13;
-	Sandona, Mark&#13;
-	Scrovegni, Enrico&#13;
-	Scrovegni, Reginaldo&#13;
-	Vasari, Giorgio&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Assisi [Perugia]&#13;
o	Basilica inferiore di San Francesco&#13;
	Cappella di San Nicola&#13;
o	Basilica superiore di San Francesco&#13;
-	Avignone [Francia]&#13;
-	Padova&#13;
o	Cappella degli Scrovegni [Cappella dell’Arena]&#13;
o	Palazzo degli Scrovegni&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
-	Roma&#13;
-	Venezia&#13;
o	Basilica di San Marco</text>
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                <text>Recensione delle opere:&lt;br /&gt;&#13;
&lt;ul&gt;&#13;
&lt;li&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Serena Romano, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;La O di Giotto&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;, Milano, Electa, 2008;&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&#13;
&lt;li&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Chiara Frugoni, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;L'affare migliore di Enrico. Giotto e la cappella Scrovegni&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;, con l'edizione, la traduzione e il commento del testamento di Enrico Scrovegni a cura di Attilio Bartoli Langeli e un saggio di Riccardo Luisi, Torino, Einaudi, 2008.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&#13;
&lt;/ul&gt;&#13;
&lt;span&gt;Castelnuovo aveva già introdotto la tematica giottesca in altri articoli, nel 1985 (&lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/60"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;La pecora di Giotto&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;), nel 1994 (&lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/211"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Nuove "O" di Giotto&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;), nel 1995 (&lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/124"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Torna Giotto con la forza degli azzurri&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;) e nel 2005 (&lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/273"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;La docta manus al lavoro&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;Una copia delle opere (&lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/la-o-di-giotto/UTO02653577"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;La O di Giotto&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;, &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/laffare-migliore-di-enrico-giotto-e-la-cappella-scrovegni/UTO00923600"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;L'affare migliore di Enrico&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;) è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”.&lt;/span&gt;</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 3 dicembre 2006, n. 327, p. 47&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
FIDENZA&#13;
&#13;
Il Duomo raccontato da Kojima&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Non è cosa usuale che una studiosa giapponese, studente a Pisa, scriva un bellissimo libro, direttamente in un forbito italiano, sulla cattedrale di Fidenza. È Yoshie Kojima, autrice del libro «Storia di una cattedrale. Il Duomo di San Donnino a Fidenza: il cantiere medievale, le trasformazioni, i restauri» edito dalle Edizioni della Normale (2006) con prefazione di Enrico Castelnuovo, di cui pubblichiamo uno stralcio.&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
&#13;
La grande chiesa di Fidenza, eretta tra gli ultimi decenni del XII e i primi decenni del XIII secolo, è un monumento assai importante nella storia dell'architettura medievale europea. Essa arriva a coniugare tradizioni costruttive locali (nell'impianto e nella facciata) a rimandi classici e alle recenti novità del gotico d'Oltralpe. Delle spinose questioni poste dall'edificio, degli apparenti contrasti tra l'esterno romanico e l'interno più marcatamente gotico, si sono occupati nel corso del tempo noti studiosi, da Arthur Kingsley Porter a Géza de Francovich, da Renate Wagner-Rieger a Roberto Tassi, da Willibald Sauerländer ad Arturo Carlo Quintavalle, ma molti problemi restano aperti.&#13;
In quali tempi, in che modi, seguendo quali modelli era stata realizzata la chiesa? Quali maestranze l'avevano costruita e decorata? Quali trasformazioni essa aveva subito nel tempo, quali modificazioni, quali restauri?&#13;
Una giovane studiosa giapponese, Yoshie Kojima, ha affrontato con costanza, determinazione e intelligenza la storia della chiesa fidentina, analizzando con ammirevole attenzione il monumento e, utilizzando ogni dato documentario, contestualizzandone la vicenda nel quadro della storia politica, sociale e religiosa della città e, last but not least, scrivendo il suo testo in un ottimo italiano. Ci ha dato in questo modo un'opera esemplare che non si limita a studiare il momento della costruzione restituendo, attraverso la lettura di ogni minimo particolare, la storia e l'aspetto primitivo dell'edificio, chiarendone filiazioni e rapporti, ma, considerandola come un organismo vivo, seguendone la vicenda fino a oggi, esaminando con eguale attenzione il momento della costruzione e quello, non meno significativo, della ricezione con quanto esso comporta di trasformazioni, di perdite, di aggiunte, di ripristini.&#13;
Ciò l'ha portata a muoversi in molte direzioni, a interrogarsi sulla parte avuta in questa storia dai vescovi di Parma alla cui giurisdizione la chiesa apparteneva ma con i quali i Borghigiani furono spesso in conflitto; dai pontefici, da Adriano II che già nel IX secolo avrebbe concesso particolari privilegi alla chiesa (lo si vede rappresentato accanto a Carlo Magno nel timpano del portale settentrionale mentre consegna mitra e pastorale all'arciprete di San Donnino) a Celestino III che in una bolla del 1196 li confermò e li estese; dagli imperatori, da Carlo Magno a Federico Barbarossa, con cui la città ebbe un legame particolare, a Federico II; dagli arcipreti, da Marco, nominato nel 1162 dal Barbarossa e poi bollato da Celestino III come «intrusum atque scismaticum», che dovette promuovere la costruzione della chiesa, ai tre fratelli da Sesso che si succedettero nella carica, tra il 1193 e il 1235, gli anni in cui la chiesa andava crescendo, dai Pallavicino, signori feudali del territorio, dai cistercensi di Chiaravalle della Colomba e di Fontevivo, possibili apportatori delle novità di Francia, e naturalmente da Benedetto Antelami la cui grande ombra plana sulla chiesa e sulle sue sculture.&#13;
L'autrice ha così messo in opera e verificato una imponente e fruttuosa serie di confronti con edifici che spaziano dalla Borgogna alla Provenza, alla Renania, dalla Cattedrale di Bamberga – uno dei grandi Kaiserdome germanici che per i Borghigiani, tradizionalmente ghibellini, avrebbe potuto costituire un riferimento – a Saint-Gilles-du-Gard, dal Duomo di Trento al Sant'Andrea di Vercelli di cui due dei prevosti fidentini, i fratelli Ugolino e Guidotto da Sesso, furono successivamente vescovi. Ma la sua ricerca non si è fermata, come si è detto, al lungo tempo della costruzione, ma ha abbracciato anche i tempi, assai più lunghi, della ricezione e anche in questo campo le novità apportate sono notevoli. Basti pensare agli inediti disegni e rilievi della chiesa, approntati o fatti approntare negli anni Settanta dell'Ottocento dal conte Edoardo Arborio Mella, celebre e appassionato studioso dell'architettura medievale e restauratore.&#13;
&#13;
Pietre parlanti. Un particolare del portale mediano del Duomo di Fidenza &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Adriano II, papa&#13;
-	Antelami, Benedetto&#13;
-	Arborio Mella, Edoardo&#13;
-	Carlo Magno, imperatore del Sacro Romano Impero&#13;
-	Celestino III, papa [Giacinto Bobone Orsini]&#13;
-	da Sesso, Gherardo&#13;
-	da Sesso, Guidotto&#13;
-	da Sesso, Ugolino&#13;
-	De Francovich, Géza&#13;
-	Federico I [Barbarossa], imperatore del Sacro Romano Impero&#13;
-	Federico II, imperatore del Sacro Romano Impero&#13;
-	Kojima, Yoshie&#13;
-	Marco [arciprete di Fidenza]&#13;
-	Pallavicino [famiglia]&#13;
-	Porter, Arthur Kingsley&#13;
-	Quintavalle, Arturo Carlo&#13;
-	Sauerländer, Willibald&#13;
-	Scuola Normale Superiore [Edizioni della Normale]&#13;
-	Tassi, Roberto&#13;
-	Wagner-Rieger, Renate&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Bamberga [Germania]&#13;
o	Duomo dei Santi Pietro e Giorgio&#13;
-	Borgogna [Francia]&#13;
-	Chiaravalle della Colomba [Alseno, Piacenza]&#13;
o	Abbazia di Chiaravalle della Colomba&#13;
-	Fidenza [Parma]&#13;
o	Cattedrale di San Donnino [Duomo]&#13;
-	Fontevivo [Parma]&#13;
o	Abbazia di San Bernardo di Fontevivo&#13;
-	Pisa&#13;
o	Scuola Normale Superiore&#13;
-	Provenza [Francia]&#13;
-	Renania [Germania]&#13;
-	Saint-Gilles [Francia]&#13;
o	Abbazia di Saint-Gilles&#13;
-	Trento&#13;
o	Cattedrale di San Vigilio [Duomo]&#13;
-	Vercelli&#13;
o	Basilica di Sant’Andrea</text>
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                <text>&lt;span&gt;Stralcio dalla prefazione redatta da Castelnuovo per: Yoshie Kojima, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Storia di una cattedrale. Il Duomo di San Donnino a Fidenza: il cantiere medievale, le trasformazioni, i restauri&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;, Pisa, Edizioni della Normale, 2006. L’autrice è stata allieva di Castelnuovo alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove nel 1997 ha conseguito il Perfezionamento in discipline storico-artistiche presso la Classe di Lettere.&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Una copia dell'opera è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/storia-di-una-cattedrale-il-duomo-di-san-donnino-a-fidenza-il-cantiere-medievale-le-trasformazioni-i/UTO04198951"&gt;&lt;span&gt;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 14 maggio 2006, n. 130, p. 40&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Un libro sul reliquiario di Galgano, capolavoro dell’oreficeria senese&#13;
&#13;
Testa e croce nella torre&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Tra le arti del Medioevo l’oreficeria fu per secoli la più dinamica e cosmopolita, quella mediante la quale si sperimentavano le novità e le si facevano circolare molto velocemente. Polivalenti, capaci di provarsi nei campi più diversi – come si dice fosse il biblico Bezeleel che lavorava l’oro, l’argento e il rame, la pietra e il legno e che Dio aveva indicato a Mosè per realizzare l’arca dell’Alleanza – i suoi artefici furono in grado di dominare materie preziose e di provarsi in tecniche diversissime, dalla scultura alla vetrata dallo smalto all’architettura.&#13;
Nel suo «Trattato di architettura» Antonio Filarete ne evoca così le preziosissime microarchitetture: «Gli orefici fanno loro a quella somilitudine e forma de’ tabernacoli e de’ turiboli... et a quella somilitudine e forma anno fatto i dificij perché a quegli lavori paiano belli... E questo uso e modo anno auuto... da tramontani, cioè da Todeschi e da Francesi». Di tali preziose creazioni fatte a forma di «dificij» il reliquiario del capo di san Galgano, conservato oggi al Museo dell’Opera di Siena, offre un esempio ammirevole.&#13;
Lo esamina e lo legge in modo rivelatore Elisabetta Cioni in un libro bello e importante edito con somma cura dalla S.P.E.S., casa editrice che nel 1998 aveva pubblicato con pari attenzione l’opus magnum di questa eccellente studiosa, il volume Scultura e smalto nell’oreficeria senese dei secoli XIII e XIV, rivelando ancora una volta come – sciogliendo l’acronimo – il nome di «Studio per Edizioni Scelte» sia giustificato.&#13;
Alto circa un metro il reliquiario è una sorta di torre a pianta poligonale in argento dorato, decorata da elaborate filigrane e tempestata di smalti e di pietre, che si sviluppa su tre piani ed è sormontata da un alto tetto piramidale coronato a sua volta da un tempietto su cui si alza una croce. Se la forma dell’opera fa pensare per il suo solido volume a una architettura romanica, il suo involucro, animato da contrafforti-tabernacoli abitati da angeli, archi acuti e colonnine esili e slanciate, è tutto vibrante di accenti gotici. Sulle sue pareti si sviluppano in un complesso programma iconografico che si estende sui tre piani le storie del santo.&#13;
Ma il reliquiario è anche un ostensorio: un ingegnoso meccanismo permette infatti di abbassarne la fascia mediana e mostrare al suo interno la preziosissima reliquia, la testa del santo.&#13;
La singolarità della soluzione e la scelta delle scene che illustrano la vita del santo, la sua morte e il suo ingresso in Paradiso, hanno la loro origine in un conflitto che oppose nella seconda metà del XIII secolo i cistercensi dell’abbazia di san Galgano e gli agostiniani, nel cui ordine erano confluiti i molti romiti che non avevano accettato di entrare nell’ordine cistercense e che provenivano dalla vicina Montesiepi, dove il santo si era ritirato, dove di lui testimoniava la spada piantata nella roccia e adorata come croce, e dove era morto nel 1181. Conflitto simbolico ma anche pratico e materiale, se si pensa agli stretti legami che i cistercensi avevano con il comune di Siena che assegnava loro incarichi di grande responsabilità, per cui era una fondamentale posta in gioco il potersi appropriare della memoria del santo eremita. E in questo conflitto il suntuoso reliquiario del capo di san Galgano era una pièce-maîtresse.&#13;
Di quest’opera, sotto ogni aspetto straordinaria, il grande Pietro Toesca scriveva ottant’anni or sono nel suo Medioevo: «È monumento dei più importanti nelle origini dell’arte senese, più complesse che ancora non siano state riconosciute». Di fatto alle radici della grande arte senese, quella di Duccio e Simone Martini, stanno certamente gli orafi, e Pace di Valentino – cui Elisabetta Cioni attribuisce l’opera anticipando la data di esecuzione all’ottavo decennio del Duecento – mostra la cultura altrimenti variegata e complessa dei pittori attivi attorno al 1270 (quali ad esempio Guido da Siena).&#13;
Niente resta delle opere documentate del maestro Pace, orafo senese documentato tra il 1257 e il 1296 al quale le testimonianze coeve tributano grandissime lodi. La non facile attribuzione del reliquiario a questo maestro si basa su un minutissimo confronto con un’altra opera, il calice di sant’Atto a Pistoia, che Irene Hueck gli aveva attribuito nel 1982 con molti, convincenti argomenti. Quanto alla data, i ripetuti e diretti riferimenti al pulpito del Duomo di Siena che Nicola Pisano con i suoi aiuti aveva terminato nel 1268 sembrano in tutto confermarla. Grazie al libro di Elisabetta Cioni, alla sua serrata argomentazione, all’apparato illustrativo assolutamente eccezionale che del reliquiario, prima e dopo il restauro, mostra ogni elemento, percorre ogni scena, il nome del ritrovato Pace di Valentino, viene così a porsi tra quelli dei grandi artisti del Duecento europeo.&#13;
Elisabetta Cioni, «Il Reliquiario di san Galgano», S.P.E.S., Firenze 2006, pagg. 380, sip.&#13;
&#13;
Pace di Valentino, «Reliquiario della testa di San Galgano», 1270-1280, Siena, Museo dell’Opera del Duomo &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Cioni, Elisabetta&#13;
-	Duccio di Buoninsegna&#13;
-	Filarete [Antonio Averlino]&#13;
-	Galgano, san&#13;
-	Guido da Siena&#13;
-	Hueck, Irene&#13;
-	Martini, Simone&#13;
-	Nicola Pisano&#13;
-	Pace di Valentino&#13;
-	SPES&#13;
-	Toesca, Pietro&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Chiusdino [Siena]&#13;
o	Abbazia di San Galgano&#13;
-	Montesiepi [Chiusdino, Siena]&#13;
-	Pistoia&#13;
o	Museo della Cattedrale di San Zeno [Antico Palazzo dei Vescovi]&#13;
-	Siena&#13;
o	Duomo [Cattedrale di Santa Maria Assunta]&#13;
o	Museo dell’Opera della Metropolitana&#13;
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                <text>&lt;span&gt;Recensione dell’opera: Elisabetta Cioni, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Il reliquiario di San Galgano. Contributo alla storia dell'oreficeria e dell'iconografia&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;, Firenze, SPES, 2005. Castelnuovo torna a parlare del ruolo dell'oreficeria nel sistema delle arti medievali, illustrando il capolavoro di Pace di Valentino; in un precedente articolo (&lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/156"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;La Liguria medievale, porto di orafi e miniatori&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;) della stessa studiosa, aveva già presentato &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Scultura e smalto nell'oreficeria senese dei secoli XIII e XIV&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (SPES, 1998).&lt;br /&gt;Una copia dell’opera è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/il-reliquiario-di-san-galgano-contributo-alla-storia-delloreficeria-e-delliconografia/UTO00934203?locale=eng"&gt;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/a&gt;.&lt;/span&gt;</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore, anno 142, n. 130, p. 40 (inserto &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;)</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore; digitalizzazione: Archivio storico dell'Università di Torino (2025)</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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                <text>&lt;spanhelvetica neue="" arial="" font-weight:normal="" font-style:normal="" color:="" 000000="" data-sheets-root="1"&gt;&lt;spanhelvetica neue="" arial="" font-weight:normal="" font-style:normal="" text-decoration:underline="" text-decoration-skip-ink:none="" -webkit-text-decoration-skip:none="" color:="" 1155cc=""&gt;&lt;a class="in-cell-link" target="_blank" href="https://atom.unito.it/index.php/il-sole-24-ore" rel="noopener"&gt;Inventario&lt;/a&gt;&lt;spanhelvetica neue="" arial="" font-weight:normal="" font-style:normal="" color:="" 000000=""&gt; del fondo Enrico Castelnuovo, unità archivistica «Il Sole 24 Ore» (Archivio storico dell'Università di Torino)&lt;/spanhelvetica&gt;&lt;/spanhelvetica&gt;&lt;/spanhelvetica&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 27 marzo 2005, n. 85, p. 43&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Una straordinaria stagione creativa inaugurata da Giunta Pisano e chiusa da Giotto&#13;
&#13;
La docta manus al lavoro&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
«Una scuola diversa dalla Fiorentina non si conosceva in Toscana, ed io con monumenti ve ne provai due, ponendo Pisa per l’Atene dell’arte risorgente, da cui derivarono la Senese e la Fiorentina» scriveva nel 1787 il padre Guglielmo Della Valle strenuo indagatore dei nostri primitivi. «Io mi lusingo... di provare che in Pisa fioriva una scuola di Pittura migliore dell’antecedente, e più lontana dalla barbarie comune all’altre scuole e che da questa Città, dee specialmente ripetersi il primo ristoramento dell’Arte» affermava negli stessi anni il patrizio pisano Alessandro Da Morrona nella sua Pisa illustrata nelle arti del disegno. Così sulla fine del Settecento il concetto della priorità anche cronologica della pittura fiorentina che Giorgio Vasari aveva postulato nelle sue Vite prendeva a sgretolarsi.&#13;
Il protagonista della scuola fiorita nel Duecento nella città marinara più ricca e dinamica del Mediterraneo, crocevia di scambi tra oriente e occidente, si chiamava Giunta. Nato verisimilmente negli ultimi anni del XII e vissuto fin al sesto o settimo decennio del nuovo secolo, fu conosciuto e ricercato in varie parti d'Italia. Chiamato ad Assisi nel 1236 da frate Elia il successore di Francesco per dipingere un crocifisso per la basilica allora in costruzione, presente a Roma, con un figlio prete e un famulus nel 1239, più tardi a Bologna dove gli venne commissionata dai domenicani una croce dipinta per la loro grande chiesa consacrata nel 1251, fu richiesto e conteso dai due ordini mendicanti in piena espansione.&#13;
Per la sua capacità di innovare, per la raffinata qualità delle sue pitture, per l'impatto che i suoi modelli e le sue forme continuarono ad avere per tutto il secolo Giunta ci appare come uno dei grandi artisti del Duecento italiano cui si guardò non solo a Pisa, ma in Umbria, in Emilia, a Siena, in Firenze stessa. A testimoniare della sua importanza vengono anche le firme poste sulle opere: se il Crocifisso di San Francesco d'Assisi suggellato dal suo nome accanto a quello del committente è oggi perduto altri conservano sottoscrizioni che lo ricordano, come quello di Bologna che orgogliosamente proclama: «Cuius docta manus me pinxit Iuncta Pisanus». Conoscitore dei modi della contemporanea arte di Bisanzio che a Pisa aveva modo di penetrare per molte e svariate vie – icone portatili, avori e anche artefici – ma che forse poté studiare in loco nel corso di un viaggio, li utilizzò e li dominò, trasformandoli, nel creare un nuovo tipo, altamente drammatico, dell'immagine di culto capitale per l'occidente: il Crocifisso.&#13;
Nelle sue croci Cristo è rappresentato con una forte accentuazione patetica, tale da coinvolgere emotivamente il riguardante: morto, con la testa abbandonata sulle spalle. Così appare nella splendida croce posta «nell’alto di una parete di fumo tinta nella cucina del monastero di S. Anna di Pisa» di cui nel 1793 un emozionato da Morrona riuscì a leggere gli aurei caratteri della sottoscrizione sotto «il nebbioso velo ond’era essa avvolta». Eliminate le scene della Passione sui tabelloni laterali, solo lo affiancano all'estremità del braccio orizzontale della croce le figure dolenti della Vergine e di san Giovanni mentre il corpo inarcato in un ultimo sussulto è isolato su uno sfondo di stoffe. É il modello che sarà seguito da Cimabue, da Giotto e dai pittori del Trecento.&#13;
Un altro grandissimo artista – «di certo il più alto dugentista della seconda metà del secolo accanto a Cimabue» lo disse Roberto Longhi – opera a Pisa dopo la morte di Giunta e agli esempi di Giunta guarda intensamente. Per molto tempo lo si chiamò, a causa della sua opera più celebre e bella eseguita per una chiesa cittadina il «Maestro di san Martino», oggi, seguendo una proposta di Luciano Bellosi, si ritiene sia da identificarsi con Ugolino di Tedice documentato tra il 1251 e il 1277 e membro con il fratello Enrico e il figlio Ranieri, di una famiglia di pittori molto richiesti dal clero cittadino. Nella chiesa di san Martino aveva lasciato una grande tavola con la Vergine al centro e lateralmente, come nelle icone bizantine, episodi della sua vita. Una qualità altissima, un dinamismo, una vivacità che si vorrebbe dire già gotica, ma che forse riemerge da esempi della tarda antichità anima i personaggi e le scene. A questo solenne e festoso capolavoro, dipinto quando Nicola Pisano terminava il pulpito del Battistero, guardò Cimabue.&#13;
I rapporti del fiorentino, nobile padre della pittura italiana, con Pisa e con la sua arte furono molti, intensi, ripetuti. Nella sua prima opera, il Crocifisso per san Domenico di Arezzo, si ispira agli esempi di Giunta, successivamente, ormai celebre e ricercato ovunque, gli viene richiesta una grande Madonna in Maestà per la chiesa pisana di san Francesco (la tavola giunta al Louvre con le spoliazioni napoleoniche e mai restituita) e non può che confrontarsi nuovamente con opere pisane, questa volta con la Maestà della chiesa di san Martino. Alla fine della vita, intorno al 1302 è ancora una volta a Pisa a lavorare al grande mosaico dell'abside della cattedrale per cui esegue il drammatico, splendente san Giovanni.&#13;
La città ripresasi dopo la tremenda sconfitta della Meloria inflittale dai genovesi nel 1284 cerca di attirare i migliori artisti del momento guardando anche al di fuori della cerchia delle mura. Così nell'anno santo 1300 il lucchese Deodato Orlandi decora con un grandioso ciclo di affreschi con storie di san Pietro – rifacendosi ad esempi della basilica vaticana – la venerabile chiesa di San Pietro in Classe e più o meno nel tempo in cui il vecchio Cimabue lavorava alla cattedrale viene installata nella chiesa di san Francesco una monumentale tavola con san Francesco stigmatizzato e una predella con tre storie del santo dove si riprendono le scene del ciclo assisiate firmata «Opus Iocti Florentini». In quello stesso tempo un senese reduce da Assisi, Memmo di Filippuccio, futuro suocero di Simone Martini installa in città la sua prolifica bottega di pittore e miniatore. Si chiude così il secolo smagliante per l’«Atene dell’arte risorgente» che la mostra pisana illustra e rievoca.&#13;
&#13;
Cimabue, «Maestà». La pala venne realizzata per la chiesa di San Francesco a Pisa e fu portata a Parigi da Napoleone. Oggi è conservata al Louvre &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Bellosi, Luciano&#13;
-	Cimabue&#13;
-	Da Morrona, Alessandro&#13;
-	Della Valle, Guglielmo&#13;
-	Elia d’Assisi [Elia da Cortona]&#13;
-	Enrico di Tedice&#13;
-	Francesco d’Assisi, san&#13;
-	Giotto&#13;
-	Giunta Pisano&#13;
-	Longhi, Roberto&#13;
-	Maestro di San Martino [vedi Ugolino di Tedice]&#13;
-	Martini, Simone&#13;
-	Memmo di Filippuccio&#13;
-	Napoleone I, imperatore&#13;
-	Nicola Pisano&#13;
-	Orlandi, Deodato&#13;
-	Ranieri di Ugolino&#13;
-	Ugolino di Tedice&#13;
-	Vasari, Giorgio&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Arezzo&#13;
o	Chiesa di San Domenico di Arezzo&#13;
-	Assisi [Perugia]&#13;
o	Basilica superiore di San Francesco d’Assisi&#13;
-	Bologna&#13;
o	Basilica di San Domenico di Bologna&#13;
-	Città del Vaticano&#13;
o	Basilica di San Pietro&#13;
-	Emilia&#13;
-	Firenze&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
o	Musée du Louvre&#13;
-	Pisa&#13;
o	Cattedrale di Santa Maria Assunta&#13;
o	Chiesa di San Francesco di Pisa&#13;
o	Chiesa di San Martino&#13;
o	Monastero di Sant’Anna&#13;
o	Museo Nazionale di San Matteo&#13;
-	Roma&#13;
-	San Piero a Grado [Pisa]&#13;
o	Basilica di San Pietro a Grado&#13;
-	Siena&#13;
-	Umbria</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione della mostra: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Cimabue a Pisa. La pittura pisana del Duecento da Giunta a Giotto&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (Pisa, Museo Nazionale di San Matteo, 25 marzo-25 giugno 2005), catalogo a c. di Mariagiulia Burresi e Antonio Caleca, edito da Pacini Editore. Castelnuovo offre un compendio dell'arte pisana del XIII secolo, da Giunta Pisano a Giotto. «Il Sole 24 Ore» dedica un’intera pagina all’esposizione, includendo un contributo di Franco Cardini sul ruolo di Pisa nel Mediterraneo tra XI e XII secolo, così da meglio comprendere le influenze culturali che toccarono l’arte pisana nel Duecento.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Una copia del catalogo è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/cimabue-a-pisa-la-pittura-pisana-del-duecento-da-giunta-a-giotto/UTO00581825"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;.&lt;/span&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli e delle schede redatti da Enrico Castelnuovo per «L'Indice dei libri del mese», dal 1984 al 2013</text>
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              <text>«L’Indice dei libri del mese» – marzo 2004, anno 21, n. 3, p. 29&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Un evento da parata&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
&#13;
Duccio alle origini della pittura senese, pp. 380, €48, Silvana, Milano 2003&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
La lunga preparazione della mostra di Duccio che apertasi a Siena a inizio ottobre vi rimarrà fino al 14 marzo, è stata accompagnata da due avvenimenti spettacolosi e spettacolari. Da un lato lo smontaggio e il restauro della grande (oltre cinque metri di diametro) vetrata circolare dell’abside del Duomo che Enzo Carli aveva già nel 1946 lucidamente attribuita al grande senese, dall’altro il ritrovamento e il recupero di un grande ambiente duecentesco sottostante all’abside della chiesa, interamente decorato da un ciclo di pitture murali con storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, i cui squillanti colori rivelano un eccezionale stato di conservazione. Se l’intervento di restauro durato molti anni che aveva permesso di constatare la straordinaria qualità della vetrata e confermato l’intuizione di Enzo Carli spinse alla realizzazione della mostra, il miracoloso ritrovamento sotto la cattedrale – avvenuto quando la mostra era da tempo in gestazione – venne a illustrare con sfarzo e autorità la fisionomia della pittura a Siena prima di Duccio.&#13;
Vetrata e chiesa sotterranea sono i due clou dell’“evento Duccio”, ché come tale la mostra è stata con ogni mezzo presentata e promossa in tutt’Italia. Non a torto però.&#13;
Infatti, anche se i circa cento pezzi esposti provengono per lo più da Siena e dal territorio (ma con alcune mirabili eccezioni), il solo fatto di poter vedere da vicino la splendida e altrimenti inaccostabile vetrata o la Maestà di Massa Marittima o ancora le molte tavole di maestri ducceschi sparse in pievi, musei e collezioni della Toscana costituiscono un’occasione unica. E se malgrado l’impegno di Luciano Bellosi e di Michel Laclotte non sono stati concessi i frammenti della predella della Maestà sparsi in vari musei e collezioni dei due emisferi, dagli Stati Uniti sono pur giunti due angeli già facenti parti delle cuspidi della medesima, mentre dall’Inghilterra è arrivato uno smagliante capolavoro di Duccio, il trittico delle collezioni reali, e un altro splendido Duccio – la piccola Madonna di Berna – ha prestato la Svizzera.&#13;
La mostra è illustrata da un ponderoso e bene illustrato catalogo (affiancato per quanto riguarda la chiesa sotterranea dal volume, pubblicato anch’esso da Silvana, Sotto il Duomo di Siena a cura di Roberto Guerrini) che – se il suo peso lo consentisse – accompagnerebbe utilmente il visitatore illuminandolo non solo attraverso le curatissime ed esaurienti schede, ma anche grazie alle succinte quanto ricche introduzioni alle diverse sezioni dovute a Luciano Bellosi – le cui ricerche sono alla base della mostra – e ad alcuni suoi collaboratori, primo fra tutti Alessandro Bagnoli, cui si devono tante e tante scoperte che hanno grandemente arricchito la conoscenza dell’arte senese.&#13;
Le diverse sezioni in cui sono articolate mostra e catalogo sono dedicate la prima ai precursori, quindi al percorso di Duccio, alle varie generazioni dei seguaci e agli esordi nel grembo di Duccio dei grandi senesi, Simone Martini, Ambrogio e Pietro Lorenzetti, l’ultima infine agli scultori e agli orafi.&#13;
Considerato finora il protagonista della pittura senese del tardo Duecento, Guido da Siena, che aveva lasciato il suo nome sulla grande Maestà della chiesa di San Domenico dipinta in giorni felici, come dichiara nella sottoscrizione (diehus depinxit amenis), si trova nella prima sezione della mostra a essere affiancato - per non dire spodestato – dalle figure di tre altri possibili primi attori: Diotisalvi di Speme, Rinaldo da Siena e Guido di Graziano, ricordati in documenti d’archivio e ricostruiti da Luciano Bellosi sulla base degli unici dipinti che spettano loro con certezza. Sono questi le effigi dei magistrati che appaiono in alcune tavolette di Biccherna, sulle coperte lignee cioè che rilegavano i registri dell’ufficio finanziario così chiamato, spesso affidate alle mani dei più celebri pittori della città. Si tratta di ricostruzioni condotte con un’impeccabile filologia visiva, di quelle che Max Friedländer avrebbe chiamato la marcia trionfale – der Parademarsch – del conoscitore, che hanno permesso di dotare ciascuno di questi artisti di un nutrito corpus di opere. Per venirle definitivamente a suffragare sarebbe necessario qualche ulteriore appoggio, la scoperta cioè di qualche nuova opera sicuramente documentata, ma è intanto importante che nel ciclo della chiesa sotterranea, come avverte Alessandro Bagnoli, si avvertano diversità di mani che possono illuminare la presenza di alcuni di questi artisti.&#13;
Un tale inizio è eloquente quanto ai criteri e alle scelte metodologiche seguite nella preparazione: si tratta di una mostra – e di un catalogo – imbastiti su un’attentissima lettura stilistica delle opere che necessariamente mette in secondo piano altre interrogazioni possibili, come l’iconografia (indagata a suo tempo da Henk van Os), la committenza, la storia sociale degli artisti esplorata recentemente (2001) da Hayden G.B. Maginnis nel suo The World of Early Sienese Painters, la tipologia e la funzione delle opere e via dicendo. Detto questo, mostra e catalogo costituiscono un decisivo contributo alla definizione del percorso stilistico di Duccio e alla variegata fisionomia della sua scuola.&#13;
Per iniziare con un problema chiave: il nesso tra Duccio e il grande caposcuola fiorentino Cimabue, su cui Longhi in tempi lontani aveva richiamato l’attenzione. Il contratto per la grande Maestà per Santa Maria Novella a Firenze chiarisce che nel 1285 Duccio, allora intorno alla trentina, riceveva l’incarico per quest’opera monumentale in cui chiarissimi sono i rapporti con il maestro fiorentino. La ricognizione fatta da Bellosi sulle pareti della cappella di San Gregorio nella stessa chiesa fiorentina e le foto pubblicate sul catalogo, eseguite in questa occasione di ciò che resta della sua più antica decorazione, mostrano che questi dipinti oggi evanescenti erano opera di Duccio e aggiungono un elemento fondamentale per chiarire il rapporto del pittore senese con Firenze e con Cimabue. Di qui a poco (1287-88) si colloca la grandiosa impresa della vetrata del Duomo dove i rapporti non sono solo con Cimabue ma anche con Giotto giovanissimo. E si pone qui il nodo di Assisi.&#13;
Duccio non avrà partecipato alla decorazione della chiesa superiore di San Francesco come aveva proposto Longhi, ma certamente il cantiere di Assisi deve averlo frequentato e avervi visto le pitture e le vetrate dei maestri d’oltralpe e, all’opera, Cimabue e Giotto. Nella splendida vetrata senese ci sono tracce più che evidenti di quest’esperienza e si vorrebbe anche capire qualcosa di più sul dialogo che a Siena ebbe luogo tra Duccio e i maestri vetrai, verisimilmente transalpini.&#13;
&#13;
Un poco dopo giunge una forte ventata orientale. In qual modo (attraverso disegni, miniature, viaggi?) Duccio abbia conosciuto la pittura paleoIoga (si veda in catalogo quanto scrive Victor M. Schmidt sulla Maestà di Berna) su cui aggiorna le più antiche conoscenze che aveva dell’arte di Bisanzio rimane un problema aperto. La componente bizantina, manifesta non solo in alcune iconografie ma in forme e modi diversi, rimarrà sempre presente nella sua opera, che realizzò una sintesi che riuscì a coniugare miracolosamente altissimi stilemi costantinopolitani con l’esempio della nuova pittura giottesca e con le dinamiche finezze del gotico francese tanto ammirato (come brillantemente dimostra Max Seidel nel suo saggio nel volume sulla chiesa sotterranea) dai ricchi mercanti della città. La meditazione sui modi bizantini persiste anche in opere tarde, come il consunto e mirabile polittico n. 47 della Pinacoteca di Siena, recedendo appena un poco nella vibrante Maestà di Massa Marittima che potremmo chiamare il “testamento gotico” di Duccio, replica o piuttosto nuova interpretazione di quella eseguita per Siena, realizzata intorno al 1316 quando già Simone aveva affrescato la sua grande Maestà in Palazzo Pubblico.&#13;
Le opere degli allievi e dei “creati” divisi per generazione continuano il discorso in pagine tra le più utili e interessanti del catalogo, mostrando attraverso le interpretazioni dei modelli ducceschi quali ne furono le molteplici valenze. Si passa qui da opere più antiche, databili all’ultimo decennio del Duecento, come la Maestà di Badia a Isola dipinta da un lucido e solenne alter ego di Duccio giovane, attraverso le accentuazioni espressive del geniale “Maestro degli Aringhieri”, ai fluenti ritmi gotici di Ugolino da Siena, l’interprete più sottile dell’ultimo Duccio, tanto apprezzato a Firenze da ricevere la commissione di due polittici per Santa Croce e Santa Maria Novella, così come nella stessa città sarà poi apprezzato – sì che un suo polittico era in Santa Croce – il sottile e ancora enigmatico Bartolomeo Bulgarini, che porta avanti fin nella seconda metà del secolo la lezione di Duccio. Una lezione unica nella storia dell’arte europea.&#13;
 &#13;
NOMI CITATI &#13;
-	Bagnoli, Alessandro&#13;
-	Bellosi, Luciano&#13;
-	Bulgarini, Bartolomeo&#13;
-	Carli, Enzo&#13;
-	Cimabue&#13;
-	Diotisalvi di Speme&#13;
-	Duccio di Buoninsegna&#13;
-	Friedländer, Max Jakob&#13;
-	Giotto&#13;
-	Guerrini, Roberto&#13;
-	Guido da Siena&#13;
-	Guido di Graziano&#13;
-	Laclotte, Michel&#13;
-	Longhi, Roberto&#13;
-	Lorenzetti, Ambrogio&#13;
-	Lorenzetti, Pietro&#13;
-	Maestro degli Aringhieri&#13;
-	Maginnis, Hayden B. J.&#13;
-	Martini, Simone&#13;
-	Os, Henk van&#13;
-	Rinaldo da Siena&#13;
-	Schmidt, Victor Michael&#13;
-	Seidel, Max&#13;
-	Silvana Editoriale&#13;
-	Ugolino di Nerio&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Abbadia a Isola [Monteriggioni, Siena]&#13;
o	Abbazia dei Santi Salvatore e Cirino&#13;
-	Assisi [Perugia]&#13;
o	Basilica superiore di San Francesco&#13;
-	Berna [Svizzera]&#13;
o	Kunstmuseum Bern&#13;
-	Colle di Val d'Elsa [Siena]&#13;
o	Museo San Pietro - Museo Civico e Diocesano d’Arte sacra&#13;
-	Firenze&#13;
o	Basilica di Santa Croce&#13;
o	Basilica di Santa Maria Novella&#13;
▪	Cappella Bardi (o di San Gregorio)&#13;
o	Galleria degli Uffizi [Gallerie degli Uffizi]&#13;
-	Istanbul [Turchia]&#13;
-	Londra [Regno Unito]&#13;
o	Hampton Court Palace&#13;
-	Massa Marittima [Grosseto]&#13;
o	Cattedrale di San Cerbone [Duomo]&#13;
-	Siena&#13;
o	Basilica di San Domenico&#13;
o	Complesso museale di Santa Maria della Scala&#13;
o	Duomo [Cattedrale di Santa Maria Assunta]&#13;
o	Palazzo Pubblico&#13;
o	Pinacoteca Nazionale di Siena</text>
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                <text>&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Recensione della mostra: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Duccio. Alle origini della pittura senese&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt; (Siena, Santa Maria della Scala, 4 ottobre 2003-11 gennaio 2004), a c. di Alessandro Bagnoli, Roberto Bartalini, Luciano Bellosi, Michel Laclotte, catalogo Silvana editoriale. L’esposizione si focalizza sul percorso stilistico di Duccio e dei suoi seguaci, collocandosi al termine del restauro della vetrata e della cripta affrescata del Duomo di Siena (per l’occasione è pubblicato lo studio di Roberto Guerrini e Max Seidel: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Sotto il Duomo di Siena. Scoperte archeologiche, architettoniche e figurative&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;, Siena-Cinisello Balsamo, Monte dei Paschi di Siena-Silvana, 2003).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;L'arte senese del Duecento è per Castelnuovo un interesse di lunga durata, già discusso in vari articoli sin dagli anni Ottanta (&lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/33"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;I fasti del gotico minuscolo&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;, &lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/38"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Pittori senesi alla corte dei papi&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;, &lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/68"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Color Medioevo&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;).&lt;/span&gt;</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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              <text>«L’Indice dei libri del mese» – novembre 1994, anno 11, n. 10, p. 19&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Nuove “O” di Giotto&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
&#13;
Giovanni Previtali, Giotto e la sua bottega, Fabbri, Milano 1993, 3a ed., 1a ed. 1967, 115 tavv. a col. e 510 ilI. in b.-n., pp. 412, Lit 350.000.&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
La prima edizione di questa monografia monumentale uscì nel 1967 quando il suo autore aveva poco più di trent’anni. Fu un’impresa coraggiosa, nata nella fucina dei “Maestri del Colore”, la fortunata serie dei Fratelli Fabbri che rivoluzionò le abitudini illustrative dei libri d’arte, condotta con impegno e chiarezza, con la filologia appresa nello studio di Longhi e con un entusiasmo giovanile che permise al suo autore di uscire dalle secche delle dispute più consuete e di proporre una nuova immagine di Giotto, della sua bottega, della banda dei suoi allievi e collaboratori.&#13;
Le novità si avvertivano fin dall’illustrazione, dai particolari a colori talora insospettati o mai visti addirittura, dalle pagine serrate di confronti incalzanti; che mettevano in luce derivazioni; stabilivano serie e potevano portare a conseguenze assai importanti sulla datazione di certe opere. Molti dei risultati rimasero acquisiti; in particolare la rivisitazione del complesso di decorazioni pittoriche della chiesa inferiore di San Francesco ad Assisi, l’identificazione della mano e della personalità di allievi come Memmo di Filippuccio, che già Longhi aveva visto accanto a Giotto nelle storie di san Francesco, e come il Maestro della Croce di Montefalco, la definizione di quel geniale aiuto che Previtali chiamerà “parente di Giotto” e in cui Carlo Volpe penserà di riconoscere l’elusivo Stefano Fiorentino.&#13;
Una nuova edizione rivista dell’opera vide la luce nel 1974, e oggi ne è apparsa una terza, a cura di Alessandro Conti e di Giovanna Ragionieri, che ne ha attentamente aggiornato le note, le schede e la bibliografia.&#13;
Qualche opera nuova è venuta ad aggiungersi al catalogo (in particolare la frammentaria Madonna con il Bambino di Borgo San Lorenzo o il disegno del Louvre con due figure sedute), qualcuna è stata sottoposta a un restauro in certi casi rivelatore (come la Maestà d’Ognissanti illustrata con le nuove smaglianti foto prese dopo l’operazione; il polittico Baroncelli; il polittico di Santa Reparata, il Crocifisso di San Felice in Piazza, il san Pietro in trono della chiesa dei Santi Simone e Giuda o la Madonna di Ricorboli, tutti documentati nel loro nuovo aspetto). Numerosi, in questi ultimi anni, sono stati gli studi che hanno portato su Giotto nuove conoscenze, proposto nuove precisioni cronologiche o ne hanno mostrato aspetti inediti. Per citarne alcuni, si va dal saggio di Carlo Volpe Il lungo percorso del “dipingere dolcissimo e tanto unito”, pubblicato nel 1983 nella Storia dell’arte Einaudi, alla Pecora di Giotto di Luciano Bellosi (1985), dalla localizzazione fatta da Creighton Gilbert (1977) nel palazzo dei Visconti a Milano della perduta Gloria mondana citata dal Ghiberti in modo poco chiaro alla scoperta che il Santo Stefano Horne non doveva far parte del medesimo polittico a cui appartengono la Madonna Goldman o i santi Jacquemart André (D. Gordon, 1989), dalla citazione di Giotto, additato alla precocissima data del 1310 come sommo ritrattista in un’opera di Pietro d’Abano (J. Thomann, 1991), all’attività bolognese (M. Medica, 1993), e ancora alla datazione intorno al 1288-89 del Crocifisso di Santa Maria Novella (Y. Nomura, 1989). Una storia della più recente critica su Giotto che esamina e discute questi e altri contributi è tracciata nella prefazione di Alessandro Conti. È triste pensare che anch’egli tanto prematuramente ci abbia lasciato. &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Bellosi, Luciano &#13;
-	Conti, Alessandro &#13;
-	Fabbri Editori&#13;
-	Ghiberti, Lorenzo &#13;
-	Gilbert, Creighton&#13;
-	Giotto&#13;
-	Gordon, Dillian&#13;
-	Longhi, Roberto&#13;
-	Maestro del Crocifisso di Montefalco&#13;
-	Medica, Massimo&#13;
-	Memmo di Filippuccio&#13;
-	Nomura, Yukihiro&#13;
-	Parente di Giotto&#13;
-	Pietro d’Abano&#13;
-	Previtali, Giovanni&#13;
-	Ragionieri, Giovanna&#13;
-	Stefano Fiorentino&#13;
-	Thomann, Johannes&#13;
-	Volpe, Carlo&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Assisi [Perugia]&#13;
o	Basilica inferiore di San Francesco&#13;
-	Borgo San Lorenzo [Firenze]&#13;
o	Pieve di San Lorenzo&#13;
-	Firenze&#13;
o	Basilica di Santa Croce&#13;
	Cappella Baroncelli&#13;
o	Basilica di Santa Maria Novella&#13;
o	Chiesa dei Santi Simone e Giuda&#13;
o	Chiesa di San Felice in Piazza&#13;
o	Chiesa di Santa Maria a Ricorboli&#13;
o	Duomo [Cattedrale di Santa Maria del Fiore]&#13;
o	Galleria degli Uffizi [Gallerie degli Uffizi]&#13;
-	Milano&#13;
o	Palazzo Visconti &#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
o	Musée du Louvre</text>
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                <text>&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Recensione dell'opera: Giovanni Previtali, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Giotto e la sua bottega&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;, Milano, Fabbri, 1993. In occasione della terza edizione postuma della monografia (I ed. 1967, II ed. 1974), curata da Alessandro Conti e Giovanna Ragionieri, Castelnuovo traccia un bilancio delle ricerche di Previtali su Giotto e, in generale, sugli ultimi studi dedicati al pittore. Nella stessa pagina è inoltre recensita la prima edizione italiana di &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Giotto e gli umanisti&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt; di Michael Baxandall (Jaca book, 1994): Marco Collareta, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Genesi della grandezza.&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Una copia della &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/giotto-e-la-sua-bottega/UTO00245900?locale=eng"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;prima edizione&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt; e della &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/giotto-e-la-sua-bottega/UTO04209156"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;terza edizione&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt; dell’opera è presente nel fondo librario dell’autore, conservato dalla Biblioteca storica d’Ateneo “Arturo Graf”.&lt;/span&gt;</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 7 ottobre 2001, p. XVI&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
MEDIOEVO FANTASTICO&#13;
A Bassano del Grappa una mostra su Ezzelino da Romano, il despota vissuto nel XIII secolo&#13;
&#13;
Le meraviglie del tiranno&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Quello di Ezzelino è un nome che ancora oggi, a distanza di tanti secoli dalla morte (1259), ha pessima fama, suscita, almeno nell’opinione comune, reazioni negative, timore, repulsione. Non abbiamo certezze sul suo aspetto, ci viene tramandato che avesse gigantesca figura, nera barba e sulla fronte un demoniaco ciuffo nerissimo. Testimonianze e cronache lo descrivono come personaggio di leggendaria ferocia, Dante lo colloca nel più profondo dell’inferno immerso nel sangue bollente del Flegetonte, Fra Salimbene lo dice simile al demonio, quanto San Francesco era stato simile al Cristo. Tragedie e testi letterari, a partire dall’Ecerinis (1315) del padovano Albertino Mussato ne fanno un assoluto eroe nero, il prototipo del tiranno. Tutto quanto lo riguarda è tragico: il suo potere si accresce grazie al terrore, agli incendi, alle devastazioni, agli assassinii, agli stupri, alle stragi. Tragica anche la sua fine: battuto e preso prigioniero dai milanesi dopo aver riportato eclatanti vittorie e aver espugnato Brescia si dà la morte solitario, di notte strappandosi le bende che coprivano le ferite. Nere leggende su di lui nascono e si diffondono con straordinaria rapidità quando era ancora in vita e subito dopo la morte. Delitti dovette averne commessi, e molti, anche se forse non superiori a quelle di altri signori suoi contemporanei se si pensa a come il marchese d’Este orribilmente sterminò o lasciò sterminare sotto i suoi occhi il fratello di Ezzelino, Alberico e l’intera sua famiglia che si era arresa nelle sue mani.&#13;
A Federico II Ezzelino fu molto legato; ne sposò la figlia naturale, Selvaggia e in Italia ne fu, come volle dirsi, delegato, nunzio e precursore. La sua colpa maggiore fu probabilmente quella di esser stato un inflessibile ghibellino, l’alter ego di Federico in Italia, di essersi impegnato totalmente dalla parte imperiale anche dopo la morte del sovrano, mentre l’impero declinava. E certo una parte dell’odio che comuni e pontefici portavano all’imperatore si riversò su di lui che d’altra parte non esercitò quel fascino, quell’attrazione non ebbe quella cultura, quegli interessi, quei progetti che resero nei secoli leggendaria e stupefacente la figura di Federico, stupor Mundi.&#13;
Almeno nella vulgata corrente Ezzelino resta dunque un personaggio totalmente negativo. Si tratta tuttavia di un nome che accanto a quelli di Federico II e di San Francesco grandeggia nell’Italia della prima metà del Duecento, di un signore che da Verona dominò per decenni la Marca trevigiana, vale a dire gran parte del Nord Est dell’Italia con Padova, Treviso, Vicenza, che controllò le vie che portano ai valichi alpini, arterie essenziali per i passaggi da Nord a Sud, vitali per l’imperatore.&#13;
Una mostra viene ora a ricordare gli Ezzelini a Bassano, nel cuore stesso del loro potere. Romano da cui la casata prende il nome (e che nel 1864 volle essere chiamata Romano di Ezzelino testimoniando così che la memoria del tiranno non era esecrata da tutti), è infatti a poche miglia, di là, scrive Dante: «... scese già una facella/che fece a la contrada un grande assalto». Una mostra molto suggestiva e intelligente che intitolandosi all’intera casata punta in particolare a illuminare l’ambiente e la personalità del più noto di essa, il terzo di questo nome, e, certo, una mostra non facile. Come presentare infatti una stirpe che almeno fino a ora non sembra essersi particolarmente illustrata nel mecenatismo artistico?&#13;
Almeno fino a ora... Alcuni anni fa infatti in palazzo Finco una antica casa ezzeliniana in Bassano, venne alla luce il frammento di una scena cortese rappresentante una coppia coronata – l’uomo che offre una rosa, la donna che tiene un falco – accanto a un suonatore di viola e un altro personaggio a braccia conserte. É stato proposto, che i personaggi rappresentati siano Federico e la sua terza moglie, Isabella d’Inghilterra e che il dipinto sia stato eseguito su committenza di Ezzelino nel 1239 durante un soggiorno dell’imperatore nella Marca. Molto si è discusso all’atto della sua scoperta di questo ritrovamento “fuori contesto” che rivelava nel cuore stesso del Veneto elegantissimi modi gotici federiciani. É il segno di una cultura e di una pratica artistica nell’ambiente della corte di Ezzelino, una testimonianza non unica (anche gli affreschi a soggetto imperiale della loggia di san Zeno a Verona potrebbero aggiungervisi) ma per il momento ancora abbastanza isolata.&#13;
Fino a che punto la corte di Federico ha costituito un modello da imitare per Ezzelino, fino a che punto artisti, musici, poeti, astrologi sono passati dall’una all’altra corte? Se si considerano la cultura scientifica e quella letteraria non c’è dubbio che il modello federiciano abbia funzionato. Ezzelino fu infatti in relazione con famosi astrologi e molti ne ebbe ospiti e similmente accolse, al pari del fratello Alberico, a Treviso, celebri trovatori primo fra tutti il caorsino Uc de Saint Circ, «forse la prima vera figura europea di poeta di corte» come lo definisce Marisa Meneghetti, fino a Sordello che con la sorella di Ezzelino, Cunizza, ebbe una celebre storia d’amore, rievocata in mostra da due deliziosi pastiches neo-gotici. É proprio grazie ai troubadours presenti nelle sue corti che la Marca trevigiana venne chiamata nelle Prophéties de Merlin, un testo tardo duecentesco attribuito nientedimeno che al celebre mago, la Marche Amoureuse un’espressione che il terrore seminato da Ezzelino trasformerà in quella di Marche Dolereuse.&#13;
Diverso il discorso per le arti figurative. Allo stato attuale delle conoscenze non possiamo parlare di un’arte ezzeliniana, né abbiamo modo di legare alla figura e alla committenza del tiranno ciò che è stato prodotto in quel tempo a Verona o nelle città della Marca. La scelta dunque – scrive opportunamente Giuliana Ericani nel saggio in catalogo – ha portato a presentare opere che «riflettessero i caratteri artistici specifici di quel periodo», in una parola ciò che Ezzelino poteva vedere attorno a lui, o meglio, ciò che può servire a documentare o piuttosto a evocare i tempi degli Ezzelini tra Adige, Piave e addirittura, a ricordarne le ascendenze nordiche, tra Isarco e Inn (massimamente suggestivi i due profeti lignei del Ferdinandeum di Innsbruck provenienti da Weens nella Pitztal), con qualche sforamento all’indietro o in avanti.&#13;
Questo compito è stato egregiamente svolto sviluppando diversi temi: dal sacro agli scenari urbani, dalla cultura scientifica e letteraria al rapporto di Ezzelino con Federico, dai castelli di Bassano e di Monselice, alla cultura militare, al mito.&#13;
Grazie a una attenta scelta di codici, illustrati e non, ora libri liturgici, ora statuti comunali, ora canzonieri, ora cronache, ora testi scientifici e astrologici, a una evocativa scelta di documenti d’archivio la cui attenta selezione rivela la mano di uno dei registi della mostra Giovanni Marcadella, direttore degli archivi di Vicenza, grazie a stupefacenti ritrovamenti come quell’autentico unicum venuto alla luce a Padova che è una porta di pietra cotta ancora dotata di serratura in cui la struttura lignea è ricoperta di antichi laterizi romani, all’uopo risagomati, vengono restituiti molti aspetti della vita della Marca al tempo di Ezzelino.&#13;
La produzione artistica è illustrata particolarmente, ma non solo, nella sezione dedicata al sacro che ai libri miniati, accosta crocifissi lignei – splendido quello della chiesa di Gries –, e capolavori di scultura in pietra provenienti da Verona, uno dei centri della scultura proto-gotica in Italia, come le due elegantissime cariatidi reggilastra opera di un grande scultore del Duecento. Parimenti di origine veronese la serie delle Vergini allattanti derivate da un prototipo della fine del XII secolo ora al museo canonicale di Verona, che avvicina a questo una duecentesca Madonna in pietra dipinta della basilica di Aquileia e un terzo superbo esempio già nella celebre collezione Stoclet e ora proprietà di uno degli eredi. Accanto a esse alcune vergini in trono tra cui una duecentesca Madonna Sedes Sapientiae tradizionalmente proveniente da Trento, oggi a Colonia, e una minuscola (8 cm) madonnina in osso già, pienamente gotica trovata negli scavi del castello di Scharfenberg in Friuli, e sontuose rilegature di manoscritti liturgici, vuoi in smalti limosini (una proveniente dalla chiesa di Monselice, piazzaforte ezzeliniana, una da Feltre oggi al museo civico di arte antica di Torino) vuoi in oreficeria. Tra queste quella dell’Ordo Missae appartenuto al Vanga vescovo di Trento e fedele dell’imperatore e quella “neo-paleocristiana” opera di orafi veneziani oggi a Gorizia, proveniente da Aquileia illustrano, insieme alla rarissima mitria di san Zeno, l’arte dei tesori ecclesiastici nelle sue varietà. E per finire un prezioso modellino ottocentesco del monumento principe dell’arte profana nella Marca, la loggia dei cavalieri di Treviso, oggetto recentemente di attenti restauri che ne hanno reso di nuovo leggibile la memorabile decorazione.&#13;
Il quadro che ne esce è quello di una cultura figurativa non monodirezionale, aperta piuttosto a incontri tra eredità bizantine e romaniche e precoci fermenti gotici. Introdotti, questi ultimi da Ezzelino e dai suoi fedeli?&#13;
«Ezzelini» a cura di Carlo Bertelli e Giovanni Marcadella, Bassano del Grappa, Palazzo Bonaguro, fino al 6 gennaio 2002. Catalogo Skira.&#13;
&#13;
«Muletta» o «Cristo sull’asina», scultura policroma del XIII secolo, Verona, Santa Maria in Organo. Nel riquadro, ritratto di Ezzelino da Romano&#13;
 &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Alighieri, Dante&#13;
-	Bertelli, Carlo&#13;
-	Da Romano [famiglia]&#13;
-	Da Romano, Alberico&#13;
-	Da Romano, Cunizza&#13;
-	Da Romano, Ezzelino III&#13;
-	Da Romano, Selvaggia [Hohenstaufen]&#13;
-	Ericani, Giuliana&#13;
-	Este, Azzo VII d’&#13;
-	Ezzelini [famiglia, vedi Da Romano]&#13;
-	Federico II, imperatore del Sacro Romano Impero&#13;
-	Francesco d’Assisi, san&#13;
-	Isabella d’Inghilterra, imperatrice&#13;
-	Marcadella, Giovanni&#13;
-	Meneghetti, Maria Luisa&#13;
-	Mussato, Albertino&#13;
-	Salimbene de Adam&#13;
-	Skira editore&#13;
-	Sordello da Goito&#13;
-	Stoclet [collezione]&#13;
-	Uc de Saint Circ&#13;
-	Vanga, Federico&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Adige&#13;
-	Aquileia [Udine]&#13;
o	Basilica di Santa Maria Assunta&#13;
-	Bassano del Grappa [Vicenza]&#13;
o	Castello degli Ezzelini&#13;
o	Palazzo Bonaguro&#13;
o	Palazzo Finco&#13;
-	Bolzano&#13;
o	Vecchia Chiesa parrocchiale di Gries&#13;
-	Brescia&#13;
-	Colonia [Germania]&#13;
o	Kolumba [Diözesanmuseum]&#13;
-	Faedis [Udine]&#13;
o	Castello di Soffumbergo&#13;
-	Feltre [Belluno]&#13;
-	Gorizia&#13;
-	Inn&#13;
-	Innsbruck [Austria]&#13;
o	Tiroler Landesmuseum Ferdinandeum&#13;
-	Isarco&#13;
-	Monselice [Padova]&#13;
o	Castello di Monselice&#13;
o	Collegiata di Santa Giustina&#13;
-	Padova&#13;
o	Palazzo Zuckermann&#13;
-	Piave &#13;
-	Pitztal [Austria]&#13;
-	Romano d'Ezzelino [Vicenza]&#13;
-	Torino&#13;
o	Museo Civico [Palazzo Madama]&#13;
-	Trento&#13;
-	Treviso&#13;
o	Loggia dei Cavalieri&#13;
-	Veneto&#13;
-	Verona&#13;
o	Basilica di San Zeno Maggiore&#13;
o	Chiesa di Santa Maria in Organo&#13;
o	Museo Canonicale&#13;
o	Museo di Castelvecchio&#13;
-	Vicenza&#13;
o	Archivio di Stato di Vicenza&#13;
-	Wenns [Austria]</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione della mostra:&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt; Ezzelini. Signori della Marca nel cuore dell'Impero di Federico II&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (Bassano del Grappa, Palazzo Bonaguro, 16 settembre 2001-6 gennaio 2002), a c. di Carlo Bertelli e Giovanni Marcadella, catalogo edito da Skira. Castelnuovo introduce le vicende del casato degli Ezzelini e presenta il più celebre dei suo esponenti, Ezzelino III Da Romano, soffermandosi sul suo legame con Federico II di Svevia e sull’ambiente culturale e sulle committenze della famiglia, che questa esposizione per la prima volta indaga.&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Una copia del catalogo è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/ezzelini-signori-della-marca-nel-cuore-dellimpero-di-federico-2/UTO02115406?locale=eng&amp;amp;tabDoc=tabcata"&gt;&lt;span&gt;Biblioteca Storica d’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore, anno 137, n. 276, p. XVI (supplemento &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;)</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 15 luglio 2001, n. 193, p. I&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
L’incredibile storia dei tesori della Sainte-Chapelle, esposti per la prima volta in una grande mostra al Louvre&#13;
&#13;
Nello scrigno di Re Luigi&#13;
&#13;
Fasti medievali nell’Ala Richelieu&#13;
&#13;
&#13;
Fino al 27 agosto nell’Ala Richelieu del museo del Louvre il visitatore potrà tuffare gli occhi in uno dei più celebri tesori del Medioevo cristiano: quello della Sainte-Chapelle di Parigi, qui per la prima volta ricostituito dopo le dispersioni della Rivoluzione.&#13;
Secondo solo al mirabolante tesoro di Saint-Denis, il tesoro della Sainte-Chapelle venne costituito da San Luigi IX a partire dal 1239, attorno a quelle che erano allora considerate le principali reliquie della Passione di Cristo – in particolare la corona di spine del Calvario –, provenienti dal tesoro imperiale di Costantinopoli, messo a sacco dai Crociati nel 1204.&#13;
Nell’esposizione parigina, molto ben curata da Jannic Durand, si possono infatti ammirare eccezionali reliquari di fattura bizantina, un tempo conservati nei palazzi imperiali della capitale d’Oriente, tra i quali spicca il cosidetto «Grande Cammeo di Francia», il più imponente e forse il più bel cammeo sopravvissuto dall’antichità. Attorno questo nucleo antico, il tesoro parigino andò a incrementarsi nei secoli, soprattutto durante il Medioevo, con paramenti, miniature, retabli scolpiti, dipinti o smaltati e sculture d’avorio, sopra le quali emerge per fama la quasi leggendaria «Madonna della Sainte-Chapelle», un raffinatissimo rilievo eburneo con decorazioni in oro risalente alla fine del XIII secolo. Il tesoro della Sainte-Chapelle venne arricchito fino alla vigilia della Rivoluzione, quando venne smembrato: una sezione della mostra rievoca le rocambolesche vicende della dispersione.&#13;
Alla Sainte-Chapelle, al Louvre e agli altri musei parigini è dedicato il focus online di questa settimana (al solito indirizzo: http://sole.ilsole24ore.com/cultura).&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Nel Medioevo, ma anche nei secoli successivi almeno fino a tutto il Seicento, le sacre reliquie esercitarono un fascino e un richiamo potentissimi quali oggi stentiamo a immaginare. Possedere il corpo, il capo o anche solo qualche resto di un santo venerato, per non parlare di quanto potesse essere stato in rapporto con il Cristo o con la Vergine, determinava la notorietà, la fortuna, la gloria di una chiesa, di un’abbazia, di un tesoro dinastico. Le reliquie venivano ricercate con ogni mezzo e senza scrupolo alcuno, a esse si indirizzavano le folle di pellegrini per ricercarvi la salute del corpo e dell’anima, i potenti per riceverne protezione e legittimazione. Cattedrali e abbazie accoglievano nei loro armadi preziosi tesori dove accanto ai reliquiari e al loro contenuto inestimabile si accumulavano gli oggetti legati alla decorazione della chiesa, raccolti negli inventari sotto il nome di ornamentum, e quelli, designati come ministerium, necessari alla celebrazione del culto, evangeliari, antifonari, vasi, bacini, calici, patene, croci, turiboli, mitre e altri paramenti ecclesiastici. In questi oggetti orafi, smaltisti, miniatori, ricamatrici, scultori in avorio gareggiarono, spesso vittoriosamente, con i grandi esempi dell’arte monumentale; in essi si espresse al più alto grado la creatività artistica del Medioevo, come sottolineò ora è circa un cinquantennio, un eccellente storico dell’arte, Hans Swarzensky, che intitolò appunto Monumenti dell’arte romanica (Monuments of Romanesque Art) un suo gran libro consacrato all’arte dei tesori ecclesiastici uscito a Londra nel 1954.&#13;
Negli ultimi anni le mostre che hanno tentato di restituire lo splendore di queste insigni raccolte avvicinando per un breve tempo i resti dispersi in vari musei e collezioni, si sono moltiplicate. Nel 1991 fu a Parigi la volta del Tesoro di Saint-Denis, quest’anno dopo essere stata esposta al Metropolitan Museum di New York si aprirà a luglio a Basilea una mostra dedicata al ricchissimo tesoro di questa cattedrale, mentre è da poco aperta al Louvre, fino al 27 agosto, quella consacrata al tesoro della Sainte-Chapelle. Un tesoro la cui storia inizia nella reggia di Bisanzio.&#13;
Un’impareggiabile raccolta di reliquie, massime della Passione, faceva infatti la fama del palazzo imperiale di Costantinopoli. Nel 1237 durante un suo passaggio in Francia Baldovino II di Courtenay, giovanissimo imperatore latino di Costantinopoli, propose al cugino Luigi IX, futuro San Luigi, il più potente monarca d’Europa, di acquistare la corona di spine che aveva cinto la testa di Cristo di cui la sua famiglia si era appropriata nel sacco della città nel 1204. Il re, uomo di profonda religiosità, fu affascinato dalla proposta che gli permetteva di aiutare l’impero franco d’Oriente e di acquisire la più preziosa reliquia della cristianità, simbolo al tempo stesso per eccellenza dell’istituto monarchico. Tuttavia in assenza di Baldovino i reggenti dell’impero a causa dei gravi bisogni finanziari resi più urgenti dalla guerra che dovevano sostenere contro i greci di Nicea e i Bulgari avevano già impegnato la sacra reliquia consegnandola in pegno contro una somma altissima al patrizio veneziano Niccolò Quirino che contava di poterla includere nel favoloso tesoro di reliquie della Serenissima. Il monarca francese fece valere la propria priorità, accettò che la reliquia transitasse per Venezia e vi fosse esposta per un breve tempo e la riscattò versando la somma pattuita. La reliquia attraversò l’Italia settentrionale e la Germania e prese la strada della Francia. Il re le andò incontro scalzo, l’accompagnò per parte del viaggio e finalmente giunta a Parigi la depose il 19 agosto del 1239 nella cappella palatina di San Nicola.&#13;
La vicenda è raccontata dettagliatamente da un contemporaneo che aveva partecipato in prima persona agli avvenimenti, l’arcivescovo di Sens e primate di Francia Gautier Cornut nella sua Historia Susceptionis Coronae Spineae Jesu Christi e i suoi episodi salienti sono rappresentati in una vetrata della Sainte-Chapelle, il nuovo edificio che San Luigi volle far erigere entro la cinta del palazzo al posto dell’antica cappella di San Nicola. Qui la preziosa reliquia venne raggiunta da molte altre vendute anch’esse dallo sprovveduto Baldovino sempre a corto di denaro; quelle della vera croce, del sangue di Cristo, della lancia e della spugna della crocifissione, della croce di Sant’Elena che gli imperatori bizantini portavano in guerra, della verga di Mosè.&#13;
Luigi IX si trovò così in possesso di un incomparabile tesoro di reliquie e quasi a voler fondare il suo potere su questi resti venerandi e per eccellenza regali quali la corona di spine e il frammento della vera croce sul quale gli imperatori di Costantinopoli prestavano giuramento, non volle consegnarle all’abbazia reale di Saint-Denis, ma desiderò tenerle sempre vicine a sé all’interno del suo palazzo tanto che per dar loro un’adeguata sede fece costruire tra il 1243 e il 1248 la nuova cappella che con la sua architettura aerea e le pareti rutilanti di vetro dovette apparire ai contemporanei un monumentale reliquiario di pietre e vetro anziché d’oro e di smalti. Nacque così verso la metà del Duecento un nuovo tesoro, quello della cappella palatina del re di Francia, della Sainte-Chapelle, che per l’eccezionalità delle sue reliquie eclissò addirittura quello raccolto nel luogo emblematico della monarchia francese, l’abbazia reale di Saint-Denis. Se le origini di questo sprofondavano nella notte dei tempi quello della Sainte-Chapelle era dunque un tesoro recente, un tesoro “gotico” creato per volontà del sovrano.&#13;
I grandi reliquiari in metalli preziosi furono fusi nel periodo rivoluzionario quando nel 1793 l’imposero le necessità della difesa del Paese. Quanto venne salvato fu soprattutto ciò che Luigi XVI aveva fatto trasportare nel 1791 alla Bibliothèque Royale: il Grand Camée de France, gli Evangeliari della Sainte-Chapelle dalle fulgenti rilegature, il busto di calcedonio di Costantino.&#13;
Quasi tutto ciò che di questo mitico tesoro è giunto sino a noi è presentato al Louvre fino al 27 agosto in un’esposizione non molto grande ma che conta pezzi di una qualità eccezionale, assoluta.&#13;
Per cominciare con quelli che giunsero da Bisanzio come ciò che resta del Reliquiario della pietra del sepolcro, insigne opera di oreficeria comnena della fine del XII secolo, come il Grand Camée de France, la stupefacente gemma incisa con il Trionfo di Augusto, cui era stato attribuito un significato cristiano ravvisandovi il Trionfo di Giuseppe Ebreo e aveva ricevuto a Bisanzio una sontuosa cornice d’oreficeria che l’aveva trasformato in un prezioso reliquiario. Quest’opera composita e stupefacente fu mutilata della sua incorniciatura quando venne rubata nel 1804 privandoci così di ciò che doveva essere un capolavoro del l’oreficeria bizantina; si salvò per fortuna il più grande cammeo che ci sia giunto dall’antichità.&#13;
Un altro caso di riutilizzazione di gemme antiche nel Medioevo è quello del busto di Costantino in calcedonio anch’esso proveniente da Bisanzio che venne trasformato nel Trecento da un orafo di corte con un fluente panneggio e posto su uno splendido capitello a motivi vegetali in argento dorato per essere montato all’apice della mazza del maestro del coro della cappella.&#13;
San Luigi fece trasferire la maggior parte delle reliquie giunte da Costantinopoli in nuovi reliquiari commissionati per l’occasione e li fece sistemare nella grande chasse, monumentale ciborio in argento e rame dorato alto più di tre metri. Esso era situato proprio sopra l’altare della cappella superiore in modo che quando le porte ne erano aperte la vista delle sacre reliquie si offrisse ai fedeli. In questo modo la cappella palatina del re di Francia divenne al tempo stesso una meta di pellegrinaggi.&#13;
Uno solo dei reliquiari eseguiti per la cappella al tempo di San Luigi si è salvato, è quello dei tre santi martiri, oggi al Musée de Cluny di un gotico elegantissimo, ma altri, eseguiti per ricevere una spina della corona che il re volle inviare a varie chiese d’Europa come dono d’infinito pregio, sono in parte conservati. Quanto poi alle rilegature degli Evangeliari confezionati per i servizi divini della cappella, essi costituiscono una delle meraviglie dell’esposizione. É un’occasione unica di vedere accostate in una vetrina le loro rilegature in oro o in argento dorato che sono tra le grandi creazioni della plastica duecentesca e che illustrano fasi e personalità diverse dell’oreficeria parigina. Accanto a questi è la Vergine della Sainte-Chapelle una sublime statuetta (quarantun centimetri di altezza) d’avorio profilata appena dall’oro di una sottile policromia, un capolavoro degli ivoiriers parigini e in assoluto un apice della scultura gotica europea. Per le loro dimensioni opere di questo genere viaggiavano e si posero come modelli agli scultori dell’intero occidente.&#13;
Dopo la morte di San Luigi il tesoro si accrebbe continuamente nel corso del Trecento e particolarmente ai tempi di re Carlo V quando conobbe il suo apogeo occupando tutti gli spazi disponibili nella cappella e nella contigua casa del tesoriere. Al tempo di questo re, bibliofilo e collezionista, spetta la singolarissima rilegatura di un antico manoscritto che era stato illustrato verso il 984 dal più grande miniatore del tempo, il cosiddetto «Maestro del Registrum Gregorii». A circa quattro secoli di distanza, nel 1389, il re lo donò alla Sainte-Chapelle e in quest’occasione fece incidere un piatto della rilegatura con un’immagine di San Giovanni Evangelista che imita e interpreta con una eccezionale aderenza il modello ottoniano.&#13;
A chi volesse intendere cosa sia stato il senso della tradizione e il significato della copia nel Medioevo, quest’opera che per eccellenza rappresenta l’idea di continuità proposta dai grandi tesori medievali può fornire un esempio incomparabile.&#13;
&#13;
Un episodio della storia di Giuditta, particolare delle vetrate della Sainte-Chapelle di Parigi, 1242-1248 (restaurate nel 1848). Accanto, «La Vergine della Sainte-Chapelle», avorio, fine XIII, Parigi, Museo del Louvre&#13;
 &#13;
NOMI CITATI&#13;
-	Baldovino II di Courtenay, imperatore di Costantinopoli&#13;
-	Carlo V, re di Francia [il Saggio]&#13;
-	Cornut, Gautier&#13;
-	Durand, Jannic&#13;
-	Luigi IX, re di Francia [il Santo]&#13;
-	Luigi XVI, re di Francia&#13;
-	Maestro del Registrum Gregorii&#13;
-	Quirino, Niccolò&#13;
-	Swarzenski, Hanns &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Basilea [Svizzera]&#13;
o	Historisches Museum Basel&#13;
-	Costantinopoli [Istanbul, Turchia]&#13;
-	New York [Stati Uniti]&#13;
o	Metropolitan Museum of Art&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
o	Basilica di Saint-Denis&#13;
o	Bibliothèque Nationale de France&#13;
▪	Cabinet des Médailles&#13;
o	Cappella di Saint-Nicolas [Sainte-Chapelle]&#13;
o	Musée de Cluny [Musée national du Moyen Âge-Thermes et Hôtel de Cluny]&#13;
o	Musée du Louvre&#13;
▪	Ala Richelieu&#13;
o	Sainte-Chapelle&#13;
-	Venezia</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione mostra: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Le trésor de la Sainte Chapelle&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (Parigi, Musée du Louvre, 31 maggio-27 agosto 2001), catalogo edito da Réunion des Musées Nationaux. Castelnuovo ripercorre le vicende della Sainte Chapelle di Parigi, eretta da Luigi IX per conservare il tesoro di reliquie acquistate da Costantinopoli, dalla fondazione sino alla dispersione delle opere durante la Rivoluzione, soffermandosi su alcuni dei capolavori di arte suntuaria e miniatura commissionati dalla famiglia reale. L’articolo richiama alcune mostre affini a quella in corso:&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&#13;
&lt;ul&gt;&#13;
&lt;li style="font-weight: 400;" aria-level="1"&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Le trésor de Saint-Denis&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt; (Parigi, Musée du Louvre, 12 marzo-17 giugno 1991),&lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/le-tresor-de-saintdenis-musee-du-louvre-paris-12-mars17-juin-1991/UTO04176435?locale=eng"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt; catalogo&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt; edito dalla Reunion des musees nationaux;&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&#13;
&lt;li style="font-weight: 400;" aria-level="1"&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;The Treasury of Basel Cathedral&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt; (New York, Metropolitan Museum of Art,&amp;nbsp; 28 febbraio-27 maggio 2001; Basilea, Historisches Museum Basel, 13 luglio-31 ottobre 2001), catalogo edito dal museo e dalla Yale University press.&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&#13;
&lt;/ul&gt;&#13;
&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Una copia del catalogo è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/le-tresor-de-la-sainte-chapelle-paris-musee-du-louvre-31-mai-200127-aout-2001/UTO00430431?locale=eng"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Biblioteca Storica d’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;.&lt;/span&gt;</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore, anno 137, n. 193, p. I (supplemento &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;)</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 3 giugno 2001, p. XII&#13;
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RESTAURI&#13;
Dopo tredici anni di lavori di ripristino è parzialmente visitabile la sede del Museo Civico di Arte Antica&#13;
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Torino, riapre Palazzo Madama&#13;
&#13;
La ripresa delle attività celebrata con una mostra di scultura medievale. L’apertura totale è prevista per il 2004&#13;
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di Enrico Castelnuovo&#13;
Miracolo a Torino. Dopo tredici anni di chiusura per interventi edilizi e impiantistici, messe a norma, ristrutturazioni, false partenze, ripensamenti, interruzioni, restauri, risistemazioni e via dicendo Palazzo Madama, prestigiosa sede del Museo civico di arte antica riapre, sia pure parzialmente, sia pure provvisoriamente, le sue porte. La riapertura completa ne è prevista per il 2004.&#13;
Il monumento suntuoso e solenne, che prende nome dalla “madama reale” Maria Giovana Battista di Savoia-Nemours, vedova di Carlo Emanuele II e committente di Filippo Juvarra, è una summa della storia della città: un castello medievale già residenza dei principi d’Acaja, cresciuto sopra e attorno a una porta romana e completato nel primo Settecento, per volontà, appunto, della suddetta “madama reale” da un atrio, uno scalone e una facciata che sono tra i capolavori del barocco europeo.&#13;
Tre gli avvenimenti, o, come oggi si preferisce chiamarli, gli eventi: un restauro, uno scavo, una mostra, segnano una nuova tappa della sua storia.&#13;
Il restauro, veramente rivelatore, condotto sotto la direzione dell’architetto Carlo Viano, è quello dell’atrio e dello stupendo scalone juvarriani aperti finalmente al pubblico che potrà liberamente circolarvi e restituiti nei loro colori, nei loro materiali, nella loro leggerezza e nella loro leggibilità originarie.&#13;
Lo scavo è quello del grande ambiente, adiacente all’atrio, già corte del castello medievale fatto coprire nel Seicento da Maria Cristina di Francia e per questo detto «il voltone», dove l’esplorazione archeologica ha permesso di mettere in luce stratificazioni e fasi costruttive del palazzo.&#13;
La mostra, allestita fino agli inizi di novembre nella grande Sala del Senato (che, dopo il restauro che avverrà l’anno prossimo, è destinata a essere lo spazio delle mostre) riunisce una cinquantina di sculture tra Duecento e Quattrocento tratte dalle ricche collezioni del museo integrate con opere provenienti dal territorio. Si intitola Tra Gotico e Rinascimento. Scultura in Piemonte ed evoca auguralmente quella che fu la grande occasione del museo: la splendida e irripetibile mostra Gotico e Rinascimento in Piemonte che nel 1939 riuscì a riunire all’interno del palazzo, da poco sede del museo, oltre seicento opere.&#13;
Sul piano artistico Torino non ha un’immagine di punta, se si eccettuano le splendide architetture barocche, il museo egizio e, più recentemente, il museo del cinema. Non solo, grava sulla città come sulla regione, il celebre giudizio del Lanzi: «Non ha il Piemonte un’antica successione di Scuola come gli altri Stati… Questa bell’arte (la pittura) figlia di una fantasia quieta, tranquilla contemplatrice delle immagini più gioconde, teme non pur lo strepito, ma il sospetto delle armi. Il Piemonte per la sua situazione è paese guerriero; e se ha il merito di aver al resto d’Italia protetto l’ozio necessario per le belle arti, ha lo svantaggio di non aver mai potuto proteggerlo durevolmente a se stesso».&#13;
Di tanto in tanto i torinesi hanno saputo reagire a questo giudizio; ciò avvenne con la straordinaria operazione che portò alla costruzione nel 1884 del Borgo medievale, copiosissima antologia d’arte, artigianato e architettura del tardo Medioevo piemontese condotta sotto la guida e lo stimolo illuminati di Alfredo d’Andrade, avvenne con la mostra del 1939, autentica difesa e illustrazione dell’arte in Piemonte concepita e diretta con mano ferrea dal mitico direttore Vittorio Viale. Oggi dopo tanti anni di chiusura quando si poteva temere che i torinesi avessero perso la memoria delle ricche collezioni del loro museo (una selezione ne fu peraltro esposta nel 1996 a Stupinigi sotto il titolo «Il tesoro della Città»), questa mostra organizzata dalla direttrice Enrica Pagella viene a ricordarglielo.&#13;
Una mostra non grande (una cinquantina di opere, trentacinque appartenenti alle collezioni del museo, le altre scelte con molto acume sul territorio), una mostra che, suggerendo interi capitoli di storia della pietà, riunisce policromi paliotti d’altare, crocifissi, immagini ora elegantissime ora severe della Vergine con il Bambino o di santi particolarmente venerati, Pietà, solenni gruppi del Compianto del Cristo, dossali di stalli, busti reliquiari, e che risulta straordinariamente stimolante per bellezza delle opere e la varietà dei protagonisti, una mostra da cui emerge il panorama sfaccettato di una terra aperta in varie direzioni, dominata da poteri diversi, dai Savoia, agli Angiò ai Visconti, diversificata nei suoi centri, sedi di corti o luoghi del potere ecclesiastico o ancora città mercantili, traversata da diverse esperienze, percorsa da Aosta ad Asti da Chieri a Saluzzo a Pinerolo da artisti itineranti o da opere che giungevano qui dalla Borgogna, dalle Fiandre o dall’Alsazia.&#13;
Fin dai suoi primi anni il museo vanta una raccolta nutrita, unica addirittura, di sculture lignee aostane. Partiamo dunque dalla Valle d’Aosta rappresentata in mostra da un gruppo di opere importanti e di gran qualità dal duecentesco, rarissimo paliotto di Courmayeur ai molti paliotti trecenteschi al precoce (1320-30) Cristo morto di Gressan. Che tante opere siano giunte sino a noi dipende dal fatto che dopo un periodo di intensi traffici e di benessere economico tra Duecento e Quattrocento la valle conobbe una lunga eclisse che frenò gli ammodernamenti e le trasformazioni e assicurando così la conservazione di molti dei suoi antichi manufatti. Per l’abbondanza e la ricchezza del materiale conservato l’esempio della Val d’Aosta evoca situazioni che dovettero esistere anche Oltralpe in altre regioni degli Stati sabaudi, dove invece quasi tutto è andato distrutto.&#13;
Una vivace tradizione di scultura lignea dovette esistere in valle almeno fin dal XIII secolo con maestri capaci che sapientemente seppero riprendere, interpretare e sviluppare formule e motivi provenienti da oreficerie, pagine miniate o avori transalpini. Un atelier particolarmente produttivo operò tra Duecento e Trecento ad Aosta impegnandosi per rispondere alle domande crescenti di committenti ecclesiastici e laici, a decorare con singolare dovizia di immagini isolate e grandi paliotti in legno dipinto, gli altari di pievi e cappelle, come risulta anche dalle testimonianze delle antiche visite pastorali che sottolineano la presenza di imagines sanctorum, magnae tabulae, tabernacula e via dicendo. Se mai occorresse esemplificare come le Alpi non siano state nel Medioevo luoghi dell’isolamento e del ritardo ma al contrario aree di passaggi, di incontri e di tempestivi aggiornamenti queste sculture fornirebbero abbondante materiale.&#13;
Altro volto presenta Asti, potente e ricchissimo comune divenuto nel Trecento caposaldo angioino e quindi visconteo dove si incrociarono modelli (e artisti) francesi e lombardi, dando luogo a opere talora di un livello eccezionale come la regale santa coronata in puro stile Filippo il Bello, proveniente forse dalla cattedrale di Asti o, più tardi la deliziosa edicola della chiesa di Viatosto dove l’incoronazione della Vergine avviene entro un tripudio giocoso e ronzante di angeli musicanti che bonariamente interpretano modelli provenienti dal cantiere del Duomo di Milano.&#13;
Un grande momento per gli Stati sabaudi fu quello vissuto nella prima metà del Quattrocento all’ombra della grande personalità di Amedeo VIII, che dopo aver governato per decenni ricchi di ingrandimenti territoriali e di significativi avvenimenti (fu innalzato dall’imperatore alla dignità di duca) abbandonò le cure del principato per ritirarsi nell’eremitaggio di lusso di Ripaille e poi essere eletto papa dal concilio di Basilea sotto il nome di Felice V. In stretto rapporto con le grandi corti europee, da quella del re di Francia a quelle del duca di Borgogna e del duca di Berry, chiamò a lavorare per lui accanto a piemontesi come Jaquerio o al grande friburghese Jean Bapteur, uno dei geni pittorici del suo tempo, illustratore dell’Apocalisse di Savoia, oggi all’Escorial artisti provenienti da Digione o da Bourges. Fare luce su questo momento sviluppando la ricerca svolta nella mostra di Jaquerio del 1979 è una delle molte novità dell’esposizione ed è quanto avviene avvicinando a opere, quali la splendida Madonna già sulla facciata del Duomo di Chieri o la sua deliziosa riduzione in piccolo formato proveniente da Candia Canavese, attribuite al fiammingo Jan van Prindall, chiamato da Digione, dove lavorava come compagno un poco più anziano del grande Sluter, a lavorare alla Sainte Chapelle di Chambery a sculture dovute alla notevole personalità di Etienne Mossetaz per decenni tra il Venti e il Cinquanta attivo ad Aosta e menzionato nei conti della corte sabauda.&#13;
Attraverso questo confronto di personalità, attraverso accostamenti talora inattesi e inediti di opere e di tipologie, la mostra, che mette a frutto decenni di buoni studi, illustra con intelligenza quale crocevia e luogo di incontro di tendenze e di artisti sia stato anticamente il Piemonte, come su questa varietà di apporti si siano sviluppate esperienze originali e aperte, di cosa insomma sia stata capace la cultura figurativa di una regione di frontiera.&#13;
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Scultore franco-piemontese (Maestro della Madonna Grande di Asti), «Santa Coronata», 1310. Accanto, Palazzo Madama di Torino, veduta parziale della facciata dopo il restauro&#13;
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NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Acaia [famiglia]&#13;
-	Amedeo VIII, duca di Savoia&#13;
-	Angioini [famiglia]&#13;
-	Bapteur, Jean&#13;
-	Carlo Emanuele II, duca di Savoia&#13;
-	Carlo VI, re di Francia [il Folle]&#13;
-	D’Andrade, Alfredo&#13;
-	Felice V, papa [vedi Amedeo VIII]&#13;
-	Filippo II, duca di Borgogna [l’Ardito]&#13;
-	Giovanni di Borgogna, duca di Borgogna [Giovanni senza Paura]&#13;
-	Jaquerio, Giacomo&#13;
-	Jean de Valois, duca di Berry&#13;
-	Juvarra, Filippo&#13;
-	Lanzi, Luigi Antonio&#13;
-	Maestro della Madonna Grande di Asti&#13;
-	Maria Cristina di Francia, duchessa di Savoia&#13;
-	Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, duchessa di Savoia&#13;
-	Mossettaz, Stefano&#13;
-	Pagella, Enrica&#13;
-	Prindall, Jean de&#13;
-	Savoia [famiglia]&#13;
-	Sluter, Claus&#13;
-	Viale, Vittorio&#13;
-	Viano, Carlo&#13;
-	Visconti [famiglia]&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Alpi&#13;
-	Alsazia [Francia]&#13;
-	Aosta&#13;
-	Asti&#13;
o	Cattedrale di Santa Maria Assunta di Asti&#13;
-	Basilea [Svizzera]&#13;
-	Borgogna [Francia]&#13;
-	Bourges [Francia]&#13;
-	Candia Canavese [Torino]&#13;
o	Chiesa di San Michele Arcangelo&#13;
-	Chambéry [Francia]&#13;
o	Castello di Chambéry&#13;
▪	Sainte-Chapelle [Chambéry]&#13;
-	Chieri [Torino]&#13;
o	Collegiata di Santa Maria della Scala [Duomo]&#13;
-	Courmayeur [Valle d’Aosta]&#13;
-	Digione [Francia]&#13;
-	Fiandre [Belgio]&#13;
-	Gressan [Valle d’Aosta]&#13;
-	Milano&#13;
o	Duomo [Cattedrale della Natività della Beata Vergine Maria]&#13;
-	Piemonte&#13;
-	Pinerolo [Torino]&#13;
-	Saluzzo [Cuneo]&#13;
-	San Lorenzo de El Escorial [Spagna]&#13;
o	Real Monasterio de San Lorenzo de El Escorial&#13;
-	Stupinigi [Torino]&#13;
o	Palazzina di caccia&#13;
-	Thonon-les-Bains [Francia]&#13;
o	Castello di Ripaille&#13;
-	Torino&#13;
o	Borgo Medievale&#13;
o	Museo civico [Palazzo Madama]&#13;
▪	Sala del Senato&#13;
o	Museo Egizio&#13;
o	Museo Nazionale del Cinema&#13;
-	Valle d’Aosta&#13;
-	Viatosto [Asti]&#13;
o	Chiesa di Santa Maria Ausiliatrice</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione della mostra: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Tra Gotico e Rinascimento. Scultura in Piemonte&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (Torino, Museo Civico d’Arte Antica, 2 giugno-4 novembre 2001), a c. di Enrica Pagella, catalogo edito dalla Città di Torino. &lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;Castelnuovo presenta gli eventi promossi per la parziale riapertura al pubblico del Museo Civico d'Arte Antica di Torino, dopo la chiusura della sede di Palazzo Madama nel 1988: l’intervento di restauro dell’atrio e dello scalone di Filippo Juvarra, lo scavo archeologico della corte medievale e, soprattutto, la mostra della scultura in Piemonte tra il Duecento e il Quattrocento, con opere del museo e del territorio. L’articolo si concentra sulle sculture lignee in rassegna, facendo emergere i principali centri del Piemonte, spesso punto di incontro di influenze e artisti di diverse origini, ed i committenti più rilevanti. Non manca di ricordare il giudizio di Luigi Lanzi sul Piemonte, descritto come terra di confine colpita da guerre e pertanto priva di una scuola pittorica antica, (tratto dalla prima edizione della &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Storia pittorica della Italia&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;, tomo secondo, parte seconda, p. 348), ricordando alcune mostre affini a quella in corso:&lt;/span&gt;&#13;
&lt;ul&gt;&#13;
&lt;li style="font-weight: 400;" aria-level="1"&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Gotico e Rinascimento in Piemonte. 2° Mostra d’arte a Palazzo Carignano&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt; (Torino, Palazzo Carignano, 1939), a c. da Vittorio Viale, &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/gotico-e-rinascimento-in-piemonte-2-mostra-darte-a-palazzo-carignano-catalogo/UTO00145381?locale=eng"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;catalogo &lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;edito dalla Città di Torino;&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&#13;
&lt;li style="font-weight: 400;" aria-level="1"&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Giacomo Jaquerio e il gotico internazionale &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;(Torino, Palazzo Madama, aprile-giugno 1979), a c. di Enrico Castelnuovo e Giovanni Romano;&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&#13;
&lt;li style="font-weight: 400;" aria-level="1"&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Il tesoro della città. Opere d'arte e oggetti preziosi da Palazzo Madama&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt; (Stupinigi, Palazzina di Caccia, 31 marzo-8 settembre 1996), a c. di Silvana Pettenati e Giovanni Romano, &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/il-tesoro-della-citta-opere-darte-e-oggetti-preziosi-da-palazzo-madama/UTO00362377?locale=eng"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;catalogo &lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;edito da Allemandi.&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&#13;
&lt;/ul&gt;&#13;
&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Una copia del catalogo e degli altri in evidenza sono presenti nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/tra-gotico-e-rinascimento-scultura-in-piemonte-torino-museo-civico-darte-antica-e-palazzo-madama-2-g/UTO00084735?locale=eng"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Biblioteca Storica d’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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      <description>A resource consisting primarily of words for reading. Examples include books, letters, dissertations, poems, newspapers, articles, archives of mailing lists. Note that facsimiles or images of texts are still of the genre Text.</description>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 7 gennaio 2001, n. 6, p. 33&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
GLI ENIGMI DELL’ARTE&#13;
Uno studio sul colossale bronzo medievale conservato a Milano&#13;
&#13;
Il Candelabro Trivulzio? Un bel tenebroso&#13;
&#13;
Un capolavoro presente in Duomo dal 1500 ma ancora sconosciuto e carico di misteri&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Sono cinque secoli che svetta tra le navate del Duomo di Milano nel transetto sinistro. Ce lo piazzò l’arciprete Giovanni Battista Trivulzio prelevandolo da chissà dove e chissà perché. Un oggetto che non passa inosservato: un bronzo colossale, alto quasi sei metri, traforato, istoriato e decorato con settecento pietre semipreziose. É il più grande oggetto del genere esistente al mondo giuntoci dal Medioevo, eppure non si può dire che sia un’opera d’arte famosa.&#13;
Molti dei misteri che ancora avvolgono l’impressionante manufatto vengono ora affrontati (ma solo in parte risolti) nel bel volume Il Candelabro Trivulzio nel Duomo di Milano edito da Silvana Editoriale per il Credito Artigiano (Milano 2000, pagg. 184, s.i.p.). Enrico Castelnuovo – che si imbatté nel tenebroso candelabro milanese ai tempi dell’alunnato con Roberto Longhi – ci parla del mirabile manufatto e del nuovo libro che adesso tenta di forzarne i segreti. (M. Car.)&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Il Candelabro Trivulzio è un oggetto misterioso giunto verso la metà del Cinquecento, non si sa bene da dove né come, nel Duomo di Milano per munifico dono di un ecclesiastico appartenente a una famiglia che ebbe un gran ruolo nella storia della città. Come quest’opera monumentale, creata intorno all’anno 1200 e quindi già assai antica al tempo della donazione, fosse giunta nelle mani dei Trivulzio resta un enigma; in ogni modo da poco meno di mezzo millennio essa si innalza nel buio del transetto sinistro della cattedrale. Un’oscurità che non è solo quella fattuale suscitata dalla penombra in cui è immersa, ma in qualche modo culturale, quasi che i milanesi non avessero mai compiutamente fatta propria quest’opera, non l’avessero mai riconosciuta come appartenente alla loro storia, al loro patrimonio, alla loro cultura. E questo vale in genere non solo per i milanesi ma per gli italiani, pochi dei quali conoscono questo straordinario capolavoro della plastica medievale che pure si trova sul loro suolo.&#13;
Ricordo bene il mio primo contatto col Candelabro Trivulzio. Devo andare molto indietro nel tempo, fino agli anni Cinquanta, per ritrovarmi a Firenze nell’auletta dove Roberto Longhi teneva le sue esercitazioni un pomeriggio in cui noi, suoi allievi, ci passavamo stupiti di mano in mano un piccolo libro aperto a una pagina che mostrava una sorprendente riproduzione in bianco e nero.&#13;
Le esercitazioni di Longhi consistevano di solito nella lettura di alcune fotografie di opere in intero o in particolare (ma talvolta poteva anche capitare che si trattasse di un originale, per esempio un fondo d’oro di piccole dimensioni staccato da una parete del suo studio) che dovevamo cercare di collocare nello spazio e nel tempo e ciò dava luogo a una specie di sforzo collettivo. Quel che vedevamo quel giorno era lo splendido nudo di una sorta di satiro avviluppato nei grovigli di un cespo d’acanto. Eravamo stupefatti e incerti di fronte a questo intreccio di classicismo spinto, che ci faceva pensare al Riccio, e di nervosi fogliami medievali e la pagina vicina non ci levava d’imbarazzo con una figuretta giovanile nuda a cavallo di un’analoga foglia. Vedevamo bene che doveva trattarsi di un’opera medievale in bronzo, ma di un’opera che aveva caratteri così singolari e apparentemente contraddittori che ci coglievano impreparati. Diciamo a nostra discolpa che a quel tempo non era stato ancora inventato quello “stile 1200” che, dopo l’esposizione newyorkese «The Year 1200» del 1970, prese a furoreggiare per ogni dove. Il nostro stupore e la nostra sorpresa mostravano chiaramente che non conoscevamo uno dei grandi capolavori dell’arte medievale europea che si trovava in Italia e che non era accessibile a pochi in una raccolta privata nel deposito di un museo o in un luogo di difficile accesso, ma anzi era esposto al pubblico, sia pure in una avvolgente oscurità, in un luogo ampiamente frequentato oltre che dai fedeli dagli storici dell’arte. Era quindi un segno non solo dell’ignoranza dei riguardanti, ma della scarsa notorietà di cui il monumento godeva da noi, del fatto che esso non era entrato nel canone delle grandi opere medievali esistenti nella Penisola, se alcuni apprendisti storici dell’arte si mostravano tanto sorpresi davanti alle foto che avevano dinnanzi.&#13;
Così, non appena ne ebbi l’occasione, mi precipitai nel transetto sinistro del Duomo di Milano e cercai con una lampadina tascabile di scrutare, vedere, leggere questo ammirevole monumento immerso nell’ombra. Anni dopo (1966), dovendo scrivere poche pagine su Nicolas de Verdun per I Maestri della Scultura Fabbri, l’emozione e la sorpresa di quel primo incontro mi spingeva a far inserire nel testo due immagini del candelabro con didascalie poco compromettenti e a parlarne come di un’ «opera di stupefacente bellezza e modernità ricca di brani di sorprendente ispirazione classica» limitandomi a scrivere che «il problema dell’origine del candelabro Trivulzio (Inghilterra?, Mosa?, Lombardia?) non è d’altronde risolto e occorrerebbe ancora tornare sui rapporti che lo legano e le diversità che lo separano da altre opere analoghe e più antiche…».&#13;
Questi “desiderata” sono stati esauditi, e ben al di là delle richieste, dal libro di Fulvio Cervini che esplora, analizza e indaga il Candelabro Trivulzio da ogni punto di vista. L’interesse di questo volume non sta infatti solo nel rivelarci e farci leggere passo per passo le pagine scolpite di questo oggetto meraviglioso, nel collocarlo, attraverso esaurienti confronti nell’orizzonte europeo dell’anno 1200, nel seguire, discutere, scartare o sviluppare le proposte che sono state fatte riguardo alla sua origine e alla cultura che l’ha originato e di proporne con fermezza e buoni argomenti una, nel rintracciare la vicenda della sua fortuna (o sfortuna), di chiarirne la funzione e il complesso programma iconografico, ma anche nell’interrogarsi sul significato che ha potuto avere la ripresa di un modello e di una tipologia che il libro dell’Esodo (XXV,31) descrive e prescrive minutamente («Farai anche un candelabro d’oro puro. Il candelabro sarà lavorato a martello, il suo fusto e i suoi bracci, i suoi calici, i suoi bulbi e le sue corolle saranno tutti d’un pezzo. Sei bracci usciranno dai suoi lati…»), della menorah che l’artefice poliedrico e polivalente per eccellenza, il mitico Bezaleel, esempio e paragone inarrivabile per l’artista medievale, aveva creato.&#13;
L’attenta disamina del grande patrimonio di candelabri medievali a sette braccia, e non solo dei pochi conservati, ma dei molti di cui si ha testimonianza, l’interrogarsi sulle loro diverse e variabili funzioni e sui modi in cui venivano percepiti spingono l’autore molto lontano, a riflettere sul simbolismo arboreo, sugli scambi e le compenetrazioni reciproche che si davano tra i candelabri, alberi di luce, e gli alberi di Jesse che illustravano la genealogia di Cristo. E ad andare oltre. A questo proposito l’ultimo capitolo di questo libro, che prende spunto dal fiorire e poi dallo spegnersi in tutt’Europa – dall’Inghilterra, alla Francia, alla Germania – della produzione di candelabri a sette braccia per proporre una riflessione sui rapporti e le dispute tra cristiani ed ebrei nel Medio Evo prima dello scatenarsi delle persecuzioni antigiudaiche, è estremamente stimolante.&#13;
Ogni aspetto di questa opera e della sua vicenda è in questo libro. Ciò non significa che il caso sia chiuso. Per parte mia, nonostante le serrate e documentate argomentazioni dell’autore che, attraverso ampi e stringenti confronti, vede quest’opera nascere in Inghilterra e giungere a Milano solo a metà Cinquecento, conservo la speranza che un giorno o l’altro si possa arrivare a scoprire che il Candelabro sia stato progettato ed eseguito a Milano da orafi nordici che qui lavoravano e che un filo rosso colleghi questo episodio ad altre enigmatiche emergenze in Italia di quel «West Romanzo» caro a Roberto Longhi. Ma si tratta di un wishful thinking e niente di più. Per realizzarlo – ammesso che sia possibile – bisognerà ripartire, grazie a Fulvio Cervini con più solide basi, da questo bel libro destinato a divenire uno standard work sul Candelabro Trivulzio.&#13;
&#13;
Il Candelabro Trivulzio, conservato nel Duomo di Milano, veduta dell’insieme e di un particolare &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Briosco, Andrea [il Riccio]&#13;
-	Carminati, Marco&#13;
-	Cervini, Fulvio&#13;
-	Credito Artigiano [Crédit Agricole Italia]&#13;
-	Fabbri Editori&#13;
-	Longhi, Roberto&#13;
-	Nicolaus de Verdun&#13;
-	Silvana Editoriale&#13;
-	Trivulzio [famiglia]&#13;
-	Trivulzio, Giovanni Battista&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Firenze&#13;
o	Università degli Studi di Firenze&#13;
-	Milano&#13;
o	Duomo [Cattedrale della Natività della Beata Vergine Maria]&#13;
-	New York [Stati Uniti]&#13;
o	Metropolitan Museum of Art</text>
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                <text>&lt;span&gt;Stralcio dell’intervento &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;I misteri di un candelabro &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;redatto da Castelnuovo per &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Il candelabro Trivulzio nel Duomo di Milano &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;(Milano, Silvana editoriale, 2000; una seconda emissione fuori commercio è pubblicata per il Credito Artigiano di Milano).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;Castelnuovo torna con la memoria a una delle esercitazioni di Roberto Longhi sul candelabro Trivulzio, durante gli studi di perfezionamento all’Università di Firenze (1951-1955), ricordando che allora nessuno dei partecipanti era riuscito a identificarlo. Con questo episodio intende mostrare quanto poco si sapesse di quest’opera prima dell’indagine di Fulvio Cervini, cuore del volume, nonostante la sua collocazione pubblica nel Duomo di Milano sin dal Cinquecento (Castelnuovo richiama anche il fascicoli su Nicolas de Verdun de &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/nicolaus-di-verdun/UTO03379041?locale=eng"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;I maestri della scultura&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;, curato nel 1966, dove nelle didascalie non era riuscito a specificare l’ambito di provenienza). A partire da queste esperienze personali, è introdotta la disamina di Cervini (&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Alberi di luce. Il Candelabro Trivulzio nella cultura medievale&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;) che fa luce sull’origine, sulla funzione, sul programma iconografico e sui legami con opere affini al candelabro Trivulzio.&lt;br /&gt;Il contributo è introdotto dalla presentazione di Marco Carminati.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</text>
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