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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 26 agosto 2012, n. 235, p. 34&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
ARTE &amp; DIPLOMAZIA&#13;
&#13;
Sir James, ministro dei quadri italiani&#13;
&#13;
La figura di Hudson, il diplomatico inglese esperto di pittura che facilitò la partenza di molti capolavori dall’Italia per Londra&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Nei dodici anni, dal 1852 al 1863, trascorsi a Torino che si apprestava ad essere – per poi divenire – capitale d’Italia, sir James Hudson, ministro plenipotenziario di Gran Bretagna presso il re di Sardegna e poi d’Italia Vittorio Emanuele II, fu un importante protagonista della nostra storia. Suggerì a Cavour e con lui architettò l’intervento piemontese in Crimea e negli anni cruciali dell’Unificazione si impegnò a fondo, anche disubbidendo più di una volta alle istruzioni del suo governo, nel favorire l’impresa. «Aveva un aspetto attraente e amichevolmente franco, risultato senza dubbio del suo buon carattere e delle sue nobili origini» lo ricorda nel 1861 Caroline Marsh, moglie dell’ambasciatore americano appena arrivata a Torino. «Un inglese impetuoso» lo definisce lo storico Luigi Bulferetti. Del resto, quando assai giovane, era stato spedito a Roma d’urgenza per rintracciare Robert Peel che era stato in sua assenza nominato primo ministro, compì la missione con tale celerità da guadagnarsi, grazie a Disraeli, il nomignolo di «hurry Hudson».&#13;
Un inglese non sempre compassato, tanto che parlando del marchese Alberto Ricci diplomatico e senatore avrebbe detto: «Lo considero una canaglia, gli sputerò in faccia e lo scaraventerò fuori della porta». Con disinvoltura poco minore si sarebbe espresso privatamente sui suoi superiori diretti, i ministri degli esteri di sua maestà britannica, qualificando di imbecille Lord George Clarendon e affermando che Lord John Russell non conosceva l’Italia più di quanto la conoscessero i tacchi delle sue scarpe. Sir James invece la conosceva bene la amava appassionatamente. Se il fatto di coinvolgere Cavour e Vittorio Emanuele nell’avventura di Crimea era stato molto apprezzato dal governo inglese, la sua incondizionata adesione alla politica cavouriana non lo fu altrettanto per il timore che un conflitto tra l’Austria e il Piemonte alleato della Francia facesse aumentare il peso europeo di quest’ultima.&#13;
Hudson non era troppo amato dai Tories, era guardato con sospetto dalla regina Vittoria che lo conosceva fin da quando era segretario di re Guglielmo IV ma lo considerava più o meno un carbonaro, ed era visto con apprensione da Lord Malmesbury ministro degli esteri nel 1858-1859, italofilo ma preoccupato dal fatto che Hudson fosse «più italiano degli italiani e stesse tutto il tempo con gli ultras della causa».&#13;
Il nostro uomo era più favorevolmente considerato dai Whigs. Il suo modo di agire impulsivo era apprezzato da Palmerston che riconosceva in lui un carattere simile al proprio e lo protesse sempre, fu molto amico dello scopritore di Ninive Austen Henry Layard (anche lui un diplomatico marchand-amateur, collezionista, vero fondatore della British Museum Library), ebbe buoni rapporti con John Charles Robinson del South Kensington Museum (impareggiabile talent scout) e con il personaggio più eminente del mondo dell’arte londinese, Charles Lock Eastlake, direttore della National Gallery. Tra gli amici italiani aveva molte teste calde (in una cena, tutti i convitati, tranne Hudson e un suo collaboratore, erano dei condannati a morte, esuli a Torino) ma era legatissimo a Cavour, amico di Massimo e soprattutto di Emanuele d’Azeglio (ambasciatore a Londra e raffinato collezionista), di Antonio Panizzi (mitico bibliotecario del British Museum) e persino di Giuseppe Verdi. Ma era anche fedele discepolo di Giovanni Morelli, che aveva conosciuto nell’esilio torinese.&#13;
Torino era allora frequentata e apprezzata dagli anglosassoni. Nel 1850 ci era passato Gladstone che visitando la Galleria Sabauda si era fermato a lungo a studiarne le opere. Nel 1858 arriva John Ruskin che interrotti i suoi giri nelle Alpi e deluso dalla rustica ospitalità di Bellinzona e ancor più da Torre Pellice, dov’era andato in pio pellegrinaggio, aveva trovato a Torino un delizioso rifugio nell’Hôtel de l’Europe e passava gran parte delle giornate – soprattutto di pioggia – in Palazzo Madama ad ammirare estatico, studiare e disegnare Salomone e la regina di Saba di Veronese e i van Dyck. Con Gladstone, allora Cancelliere dello Scacchiere, Hudson corrisponderà non solo sulle più scottanti urgenze politiche ma anche sulle porcellane di Vinovo, infatti, al pari dell’amico Emanuele d’Azeglio, nutriva un vivo interesse per le ceramiche, tanto da far ripubblicare l’elogio del creatore della fabbrica di porcellana di Vinovo, Vittorio Amedeo Gioanetti, che uscito nel 1818 era stato totalmente ignorato.&#13;
Sir James fu un diplomatico e un politico, ma anche un collezionista, un abile mediatore, un mercante-amatore come ricordò John Fleming in un bellissimo saggio, Art Dealing and the Risorgimento (1973). Un ministro plenipotenziario «mordu par la peinture», che ospitava nel suo studio in vista di una possibile vendita splendidi dipinti come il Ritratto di giovane, un capolavoro del Moretto, ora alla National Gallery di proprietà del conte Teodoro Lechi (un bresciano esule a Torino), che mostrava un gusto sicuro quando comprava dall’erede di una grande collezione torinese il Falcone, una rara tavoletta di Jacopo de’ Barbari anch’essa alla National Gallery. E che segnalava ad Eastlake opere interessanti da acquistare in Italia ed era, purtroppo per noi, molto efficiente quando si trattava di facilitare l’arrivo in Inghilterra di opere italiane, come la Madonna della Rondine di Carlo Crivelli, rimossa a forza dalla chiesa di Matelica per cui era stata dipinta.&#13;
L’incontro torinese con Morelli fu per Hudson una rivelazione. Grazie a lui scoprì la grandezza dei pittori bresciani e bergamaschi, a lui fu sempre devotissimo riconoscendolo come un maestro. Se qualche volta sbagliava un giudizio bastava una parola di Morelli a farlo ravvedere. Come quando, dopo aver avvertito Layard che gli spediva un elenco di «stunning good pictures» in vendita a Milano, ritornava precipitosamente sui propri passi avvertendo: «Morelli mi dice che la lista dei dipinti che vi ho mandato dovrebbe chiamarsi piuttosto una lista di croste».&#13;
Morto Cavour, Hudson non accettò un incarico a Costantinopoli che lo avrebbe allontanato dall’Italia, ma si ritirò a Firenze, dove l’inverno era più dolce che nell’“iperboreo” Torino, e qui continuò la sua attività di marchand-amateur per poi morire a Strasburgo, dove era andato per curarsi di un cancro pochi giorni dopo il suo matrimonio con una dama milanese cui era stato per molti anni legato.&#13;
Felice è stata l’idea di Andrea Comba, presidente della Fondazione Crt, di ricordare James Hudson nel centocinquantenario dell’Unità e a duecento anni dalla nascita. Ne sono nati un convegno, una lapide posta sulla facciata di quella che era stata la sede della legazione britannica, e due libri di notevole spessore scientifico: Diplomazia, musei e collezionismo tra il Piemonte e l’Europa negli anni del Risorgimento, a cura di Giovanni Romano, edito dalla Crt, e Sir James Hudson nel Risorgimento italiano, a cura di Edoardo Greppi e Enrica Pagella (Rubbettino), che hanno fatto luce sui molti volti di un gran personaggio del Risorgimento.&#13;
&#13;
Il personaggio e le «prede». Una caricatura di sir James Hudson, il plenipotenziario inglese presso la corte dei Savoia. Appassionato di arte italiana, il diplomatico segnalò al suo Paese importanti opere in vendita, come il «Ritratto» di Moretto e «Il falcone» di Jacopo de’ Barbari (nelle foto) oggi a Londra &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Azeglio, Massimo Taparelli, marchese d’&#13;
-	Azeglio, Vittorio Emanuele Taparelli, marchese d’&#13;
-	Barbari, Jacopo de’&#13;
-	Benso, Camillo, conte di Cavour&#13;
-	Bertalazzone d’Arache [collezione]&#13;
-	Bulferetti, Luigi&#13;
-	Cassa di Risparmio di Torino [Fondazione CRT]&#13;
-	Castellani, Lorenzo, conte di Varzi&#13;
-	Comba, Andrea&#13;
-	Crivelli, Carlo&#13;
-	Disraeli, Benjamin&#13;
-	Dyck, Anton van&#13;
-	Eastlake, sir Charles Lock&#13;
-	Fleming, John&#13;
-	Gioanetti, Vittorio Amedeo&#13;
-	Gladstone, William Ewart&#13;
-	Greppi, Edoardo&#13;
-	Guglielmo IV, re del Regno Unito&#13;
-	Harris, James Howard, III conte di Malmesbury&#13;
-	Hudson, sir James&#13;
-	Layard, Austen Henry&#13;
-	Lechi, Teodoro&#13;
-	Marsh, Caroline [Caroline Crane]&#13;
-	Morelli, Giovanni&#13;
-	Moretto [Alessandro Bonvicino]&#13;
-	Pagella, Enrica&#13;
-	Panizzi, Antonio&#13;
-	Peel, Robert&#13;
-	Ricci, Alberto&#13;
-	Robinson, John Charles&#13;
-	Romano, Giovanni&#13;
-	Rubbettino Editore&#13;
-	Ruskin, John&#13;
-	Russell, John, I conte di Russell&#13;
-	Temple, Henry John, III visconte Palmerston&#13;
-	Vanotti, Eugenia [lady Hudson]&#13;
-	Veronese, Paolo&#13;
-	Villiers, George William Frederick, IV conte di Clarendon&#13;
-	Vittoria, regina del Regno Unito&#13;
-	Vittorio Emanuele II di Savoia, re d’Italia &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Alpi&#13;
-	Bellinzona [Svizzera]&#13;
-	Crimea [Ucraina]&#13;
-	Firenze&#13;
-	Istanbul [Turchia]&#13;
-	Londra [Regno Unito]&#13;
o	British Museum&#13;
o	British Museum Library [vedi British Library]&#13;
o	National Gallery&#13;
-	Matelica [Macerata]&#13;
o	Chiesa di San Francesco di Matelica&#13;
-	Milano&#13;
-	Ninive [Iraq]&#13;
-	Roma&#13;
-	Strasburgo [Francia]&#13;
-	Torino&#13;
o	Galleria Sabauda [Musei Reali Torino]&#13;
o	Hôtel de l'Europe&#13;
o	Museo Civico [Palazzo Madama]&#13;
-	Torre Pellice [Torino]&#13;
-	Vinovo [Torino]</text>
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                <text>Recensione delle opere:&amp;nbsp;&#13;
&lt;ul&gt;&#13;
&lt;li style="font-weight: 400;" aria-level="1"&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Diplomazia, musei e collezionismo tra il Piemonte e l'Europa negli anni del Risorgimento&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;, a c. di Giovanni Romano, con la collaborazione di Enrica Pagella, Paola Manchinu, Alessia Rizzo, Torino, Fondazione CRT, 2011;&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&#13;
&lt;li style="font-weight: 400;" aria-level="1"&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Sir James Hudson nel Risorgimento italiano&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;,&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt; a c. di Edoardo Greppi ed Enrica Pagella, Soveria Mannelli-Torino, Rubbettino editore e Fondazione CRT, 2012 (atti del convegno: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Sir James Hudson. Il ruolo della diplomazia a Torino negli anni dell'unificazione d'Italia&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt; Torino, Archivio di Stato, 12-13 novembre 2010).&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&#13;
&lt;/ul&gt;&#13;
&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;I volumi sono editi in occasione del centocinquantenario dell'Unità d’Italia e del bicentenario della nascita di James Hudson (Londra, 2 gennaio 1810-Strasburgo, 20 settembre 1885), ministro plenipotenziario del Regno Unito presso il Regno di Sardegna e poi d'Italia dal 1852 a 1863. A Torino, Hudson è ricordato da una lapide posta su quella che era stata la sede della legazione britannica, l’attuale Palazzo dal Pozzo della Cisterna.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;Una copia della prima opera è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/diplomazia-musei-collezionismo-tra-il-piemonte-e-leuropa-negli-anni-del-risorgimento/UTO01345081"&gt;&lt;span&gt;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 12 agosto 2012, n. 222, p. 35&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
VENARIA REALE/ 1&#13;
&#13;
La mirabile Pinacoteca di Eugenio&#13;
&#13;
Una mostra tenta di rievocare lo splendore del leggendario principe di casa Savoia che governò la Lombardia austriaca e costruì il Belvedere di Vienna, riempiendolo di dipinti&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
«Eugenio Maurizio, sposa Olimpia Mancini celebre nipote di Mazarino, ne viene avvelenato, ma mette al mondo il principe Eugenio, generale e collezionista a Vienna, con una quadreria poi lasciata alla nipote povera Anna-Vittoria che esce di convento, sposa un Sassonia minore e scapestrato e rivende le tele ai parenti di Torino, donde l’interesse di una nuova mostra». L’auspicio di Alberto Arbasino fatto in occasione della bella rassegna torinese Diana Trionfatrice (1989) viene raccolto dopo più di vent’anni nella Reggia di Venaria.&#13;
Il 18 marzo scorso, la Galleria Sabauda aveva chiuso le sue porte, incalzata dalla brama di spazio del museo Egizio assai prima che venissero ultimati i lavori per la sua nuova destinazione. Sotto il titolo I quadri del re e fino al 9 settembre, un centinaio delle sue opere più celebri è presentato al pianterreno della manica nuova del Palazzo Reale che sarà la sua nuova sede, mentre una buona parte di quelle che appartennero al principe con intelligenti integrazioni di arazzi, stampe, sculture, libri, porcellane e armi sono esposte nella Reggia sotto il titolo Le raccolte del principe Eugenio condottiero e intellettuale.&#13;
A suo tempo, Prinz Eugen era l’uomo più celebre d’Europa, personaggio dai molti volti: abile diplomatico, statista e grande stratega che seppe scuotere – scrive Voltaire – «la grandeur di Luigi XIV e la potenza degli Ottomani». Sodale e compagno d’arme del duca di Malborough, il leggendario Malbruch che spesso aveva messo in scacco il Re Sole, vincitore di tante battaglie a capo dell’esercito imperiale contro i turchi, i francesi, gli spagnoli, i bavaresi, celebrate in una incalzante serie di tele dall’olandese Jan Huchtenburg, ma anche curioso delle scienze e delle arti, vero “filosofo guerriero”. Amico e corrispondente di Leibniz, e di Montesquieu, protettore di Giannone e frequentatore del nunzio papale a Vienna il futuro cardinale Passionei giansenista, avversario dei gesuiti e illustre bibliofilo i cui 60mila volumi costituiscono il fondo più importante della romana Biblioteca Angelica. Anche Eugenio sull’esempio dell’amico prelato e del proprio aiutante di campo barone di Hohendorf, fu un bibliomane scatenato: la sua biblioteca, la Eugeniana, ha oggi un posto d’onore nella Österreichische Nationalbibliothek e la sua collezione grafica, ora all’Albertina di Vienna, «superiore a quante altre di simil sorte si ammirano in Europa», a detta del Passionei, fu raccolta con l’aiuto dei più celebri esperti i parigini Jean e Pierre-Jean Mariette. Fu protettore e committente dei grandi architetti che segnarono il volto della Vienna barocca: Johann Bernard Fischer von Erlach, che costruì nella capitale il suo palazzo di città e Johann Lucas von Hildebrandt il suo architetto preferito creatore dello splendido complesso dei due palazzi e del giardino del Belvedere minutamente illustrati e documentati nelle novanta suntuose tavole delle Residences Memorables De l’incomparable Heros de nôtre Siecle... Son Altesse Serenissime Monseigneur Le Prince Eugene Francois Duc de Savoye et de Piemont di Salomon Kleiner stampate ad Augsburg tra il 1731 il 1740.&#13;
Era nato a Parigi e con Parigi aveva mantenuto stretti contatti, era in relazione con mercanti, collezionisti e artisti, era stato governatore della Lombardia e dei Paesi Bassi imperiali, aveva eccellenti rapporti con i principi elettori di Baviera, Max Emanuel II e, soprattutto, del Palatinato, Johann Wilhelm che aveva fatto di Düsseldorf sua capitale un centro artistico di importanza europea. Era un grande ammiratore dei pittori fiamminghi e olandesi di cui aveva «quasi vuotato l’intera Fiandra e l’Olanda» e di cui generosamente offerse a Eugenio splendidi esemplari.&#13;
Il principe morì nel 1736 e i suoi beni passarono a una nipote che si affrettò a vendere all’imperatore la biblioteca e la raccolta di stampe, mentre la collezione di quadri – o per meglio dire una gran parte di quelli che erano a Vienna e nei pressi, nello Schlosshof – fu acquistata dal re di Sardegna Carlo Emanuele III e giunse a Torino nel 1741 un po’ intaccata da precedenti cessioni. Nella Storia Pittorica della Italia l’abate Luigi Lanzi ricorda come la quadreria di Torino fosse stata arricchita dall’arrivo di «quattrocento pezzi di Fiamminghi che ... si distinguono dagli altri dal finissimo intaglio e da tutto il gusto delle cornici». La figura, la storia, il gusto del Principe sono ben evocati e rappresentati nella mostra della Venaria e nel suo catalogo buono e maneggevole, curato da Carla Enrica Spantigati insieme a eccellenti collaboratori, in cui la raccolta viennese viene contestualizzata nel confronto con quelle parigine (e superbe) della duchessa di Verrua, la Pompadour transalpina, già amante di Vittorio Amedeo II, e del dissipato scialacquatore Vittorio Amedeo di Savoia Carignano che ne aveva sposato la figlia naturale. Di esse sono presenti radi esempi, ma aiuta il confronto il denso saggio del catalogo.&#13;
Un’antologia della corrispondenza e degli inventari del principe e un ampio corredo illustrativo permettono di integrare ciò che è esposto a ciò che non lo è, o perché mai arrivato a Torino, o perché portato in Francia al tempo di Napoleone e mai più ritornato (tra l’altro la Visitazione di Rembrandt oggi a Detroit, la Donna Idropica di Gerard Dou oggi al Louvre che per lungo tempo fu il dipinto seicentesco olandese più celebrato), o perché se ne sono perse le tracce, o perché attualmente presentato nella mostra di Palazzo Reale come la Santa Margherita di Poussin, I quattro tori di Paul Potter uno degli eroi dei Maitres d’autrefois di Fromentin, Amarilli e Mirtillo di Van Dyck, La ragazza alla finestra di Dou. Capolavori che a Venaria avrebbero contribuito non poco all’immagine del principe amatore d’arte.&#13;
Grazie all’ingegnosa trovata di proiettare le incisioni di Kleiner sulle pareti e sul soffitto di una saletta, il visitatore può entrare virtualmente nelle stanze del Belvedere e verificare la disposizione dei dipinti. Quindi di fronte agli originali potrà riconoscere i vari aspetti del gusto del principe: l’amore per il classico che gli faceva cercare Guido Reni, Albani i bolognesi e Poussin, l’interesse per i maestri fiamminghi e olandesi, del Seicento per la virtuosità dei “pittori di fino” di Leida, per le scene di genere di Teniers, per le battaglie di Wouwerman o del Borgognone, per le nature morte di de Heem o di Abraham Mignon, per le smaltate eleganze di van der Werff, per i paesaggi di Paul Bril, di Roelandt Savery, per i rami dipinti da Jan Brueghel dei Velluti e per i microcosmi del singolare Jan Griffier. Di questo olandese anglicizzato che visse e dipinse per anni in un’abitazione galleggiante sul Tamigi, naufragò presso Rotterdam perdendo opere e beni ma riuscì a riprendersi e a tornare a Londra dove era assai apprezzato, Eugenio aveva una splendida raccolta. I suoi cieli cangianti, i suoi visionari paesaggi dove si svolgono fiere, approdano traghetti, si pattina sul ghiaccio, dove emergono tra i fumi degli spari le chiese, i castelli e i bastioni di una città assediata, dove ampi fiordi tortuosi scorrono sotto montagne bianche sulle cui cime si addensano tempeste, sono superbe rivisitazioni dei magici paesaggi fiamminghi del primo seicento visti da un occhio partecipe e, al tempo stesso, lontano nel tempo. L’interesse dal principe per la sua pittura conferma che «ora siano richiesti i dipinti più curiosi» come si legge nella contemporanea corrispondenza scambiata da due mercanti, e forse anche quelle splendide cornici intagliate che ancora in parte sussistono e che inquadrano, come una gabbia dorata, i piccoli dipinti boreali rinviano al medesimo atteggiamento che l’aveva spinto ad acquistare stipi giapponesi e a ordinare in Cina piatti di porcellana o lacche con i suoi stemmi.&#13;
I quadri del Re. Una quadreria alla Reggia: le raccolte del Principe Eugenio condottiero e intellettuale, Venaria Reale, fino al 9 settembre.&#13;
&#13;
A cavallo. Il principe Eugenio di Savoia Soissons di Jacob (o Jacques) van Schuppen in un olio su tela ante 1721 proveniente dalla Galleria Sabauda di Torino. &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Albani, Francesco&#13;
-	Arbasino, Alberto&#13;
-	Brill, Paul &#13;
-	Brueghel, Jan [il Vecchio]&#13;
-	Carlo Emanuele III di Savoia, re di Sardegna&#13;
-	Courtois, Jacques [il Borgognone]&#13;
-	De Heem, Jan Davidsz  &#13;
-	Dou, Gerrit&#13;
-	Dyck, Anton van&#13;
-	Eugenio di Savoia-Soissons, principe&#13;
-	Eugenio Maurizio di Savoia-Soissons&#13;
-	Fischer von Erlach, Johann Bernhard &#13;
-	Fromentín, Eugéne&#13;
-	Giannone, Pietro&#13;
-	Giuseppe Maria Federico Guglielmo di Sassonia-Hildburghausen&#13;
-	Griffier, Jan I&#13;
-	Hildebrandt, Johann Lucas von&#13;
-	Hohendorff, Georg Wilhelm von&#13;
-	Huchtenburgh, Jan van &#13;
-	Jeanne Baptiste d’Albert de Luynes, duchessa di Verrua&#13;
-	Jeanne-Antoinette Poisson, marchesa di Pompadour&#13;
-	Johann Wilhelm, elettore Palatino &#13;
-	John Churchill, I duca di Marlborough&#13;
-	Kleiner, Salomon &#13;
-	Lanzi, Luigi Antonio&#13;
-	Leibniz, Gottfried Wilhelm von&#13;
-	Luigi XIV, re di Francia&#13;
-	Mancini, Olimpia&#13;
-	Maria Anna Vittoria di Savoia-Soissons&#13;
-	Mariette, Jean&#13;
-	Mariette, Pierre-Jean&#13;
-	Massimiliano II Emanuele, elettore di Baviera&#13;
-	Mazzarino, Giulio&#13;
-	Mignon, Abraham&#13;
-	Montesquieu&#13;
-	Napoleone I, imperatore&#13;
-	Passionei, Domenico Silvio&#13;
-	Potter, Paulus&#13;
-	Poussin, Nicolas&#13;
-	Rembrandt, Harmenszoon van Rijn&#13;
-	Reni, Guido&#13;
-	Savery, Roelant &#13;
-	Schuppen, Jacob van&#13;
-	Spantigati, Carla Enrica&#13;
-	Teniers, David [il Giovane]&#13;
-	Vittoria Francesca di Savoia&#13;
-	Vittorio Amedeo di Savoia-Carignano&#13;
-	Vittorio Amedeo II di Savoia, re di Sardegna&#13;
-	Voltaire&#13;
-	Werff, Adriaen van der&#13;
-	Wouwerman, Philips&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Augusta [Germania]&#13;
-	Detroit [Stati Uniti]&#13;
o	Detroit Institute of Arts Museum&#13;
-	Düsseldorf [Germania]&#13;
-	Engelhartstetten [Austria]&#13;
o	Castello di Hof &#13;
-	Leida [Paesi Bassi]&#13;
-	Londra [Regno Unito]&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
o	Musée du Louvre&#13;
-	Roma&#13;
o	Biblioteca Angelica&#13;
-	Rotterdam [Paesi Bassi]&#13;
-	Torino&#13;
o	Galleria Sabauda [Musei Reali Torino]&#13;
o	Museo Egizio&#13;
o	Palazzo Reale [vedi Musei Reali]&#13;
-	Venaria Reale [Torino]&#13;
o	Reggia di Venaria Reale&#13;
-	Vienna [Austria]&#13;
o	Albertina&#13;
o	Biblioteca Imperiale di Vienna [Österreichische Nationalbibliothek]&#13;
o	Palazzo d’Inverno del Principe Eugenio&#13;
o	Palazzo del Belvedere [Österreichische Galerie Belvedere]</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione della mostra: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;I quadri del Re. Una quadreria alla Reggia: le raccolte del principe Eugenio condottiero e intellettuale&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (Venaria Reale [Torino], Reggia di Venaria Reale, 5 aprile-9 settembre 2012), a c. di Carla Enrica Spantigati, catalogo edito da Silvana Editoriale. È parte dell’iniziativa la presentazione di una selezione di capolavori della Galleria Sabauda nella nuova sede della Manica Nuova del Palazzo Reale di Torino, a seguito del trasferimento della pinacoteca dal Palazzo del Collegio dei Nobili: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;I quadri del re. Torino, Europa. Le grandi opere d’arte della Galleria Sabauda &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;(5 aprile 2012-13 gennaio 2013).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Castelnuovo introduce la ricca collezione del principe Eugenio di Savoia-Soissons (1663-1736), cugino di re Vittorio Amedeo II, celebre nelle corti europee del tempo tanto per le abilità militari quanto per l’interesse verso le arti e le scienze. Fondatore della Biblioteca Eugeniana, oggi presso la Österreichische Nationalbibliothek, e di una straordinaria raccolta grafica, confluita nell’Albertina di Vienna, le sue collezioni giunsero a Torino all’indomani della morte grazie all’acquisizione di Carlo Emanuele III.&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Una copia del catalogo è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/le-raccolte-del-principe-eugenio-condottiero-e-intellettuale-collezionismo-tra-vienna-parigi-e-torin/UTO01874582"&gt;&lt;span&gt;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;.&lt;/span&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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      <description>A resource consisting primarily of words for reading. Examples include books, letters, dissertations, poems, newspapers, articles, archives of mailing lists. Note that facsimiles or images of texts are still of the genre Text.</description>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 17 giugno 2012, n. 166, p. 38&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
PARIGI&#13;
&#13;
Preghiere colorate per il duca&#13;
&#13;
Esposto al Louvre, slegato e a fogli sciolti, il «Libro d’ore» di Jean de Berry, realizzato nel 1408 dai fratelli Limbourg&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Un codice miniato, scriveva John Ruskin, è come una cattedrale piena di vetrate, di musiche e di preghiere, il tutto rilegato per poterlo mettere in tasca. Ce ne vorrebbe una assai capace per contenere Les Belles Heures du Duc de Berry, un capolavoro del gotico internazionale conservato dal 1954 ai Cloisters di New York. Chi potesse farlo avrebbe in tasca non solo la chiesa con le sue vetrate, le sue preghiere e le sue musiche, ma un mondo straordinariamente vario e variegato con i suoi mari, i suoi cieli, le sue nuvole, i suoi verdi pascoli, le sue montagne, i suoi torrenti, i suoi deserti, i suoi castelli, i suoi monasteri e le sue certose, le sue città turrite, i suoi cimiteri, i suoi santi, i suoi angeli, i suoi diavoli, i suoi animali, il tutto condotto con colori di infinita sottigliezza, ora tenui, sfumati, ora lucidi e squillanti. Temporaneamente liberati per il restauro dalla rilegatura, un centinaio di fogli del codice sono esposti ora a Parigi (dopo aver fatto tappa a Los Angeles e New York). È l’ultima occasione di poter vedere non il codice aperto a una pagina come accade nelle mostre, ma uno accanto all’altro tutti i suoi fogli miniati come fossero scene di un ciclo di affreschi squadernato sulle mura di una chiesa.&#13;
Un "libro d’ore" è una raccolta di preghiere a uso dei laici per tutte le ore del giorno, per le feste dell’anno, per implorare la Vergine, evocare la passione di Cristo, illustrare i salmi, onorare e pregare i santi, seguire l’uffizio dei morti e recitare le litanie. Durante gli ultimi secoli del Medioevo, quando – come è stato detto – «la pittura era nei libri», il libro d’ore fu il bestseller per eccellenza, richiesto da monarchi, aristocratici e ricchi borghesi a officine librarie e a celebri artisti. Le loro immagini potevano aiutare il fedele a immedesimarsi nelle vicende sacre ed essere al tempo stesso fonte di piacere per lo sguardo. Non era solo un libro di preghiere, era un simbolo di rango sociale, non a caso le pagine spesso erano marcate dagli stemmi o dalle imprese di chi li aveva ordinati.&#13;
Sulle pareti della Salle de la Chapelle del Louvre si susseguono le delicate e sfolgoranti immagini miniate dai fratelli Herman, Paul e Jean de Limbourg tra il 1405 e il 1408 per il duca Jean de Berry, figlio del re Carlo V e zio del re folle, Carlo VI. Il duca, il più grande bibliofilo e collezionista del suo tempo, aveva avuto al suo servizio artisti come André Beauneveu (il grande scultore cui aveva chiesto di illustrare un breviario), aveva commissionato probabilmente a Jean d’Orléans le Très Belles Heures de Notre-Dame, a Jacquemart de Hesdin le Grandes Heures e le Heures de Bruxelles. Quando nel 1404 morì suo fratello Filippo l’Ardito duca di Borgogna, il duca di Berry prese al suo servizio i giovani fratelli de Limbourg, che per Filippo avevano suntuosamente illustrato una «très belle et très notable Bible» affidando loro il compito di miniare le Belles Heures i cui fogli sono oggi in mostra. In rassegna i fogli miniati sono accompagnati da pochi oggetti di altissima qualità: sculture, avori, oreficerie, dipinti e altri codici miniati.&#13;
I Limbourg venivano da Nimega, in Olanda, erano nipoti di Jean Malouel pittore del Duca di Borgogna, forse il maggiore dell’Europa attorno al 1400, di cui il Louvre espone oggi, accanto alla celebre Grande Pietà, uno splendido Cristo in Pietà appena acquistato (si veda Dominique Thiébaut, Le Christ de pitié, éditions du Louvre, Paris 2012, pagg 64 € 9,70). Dallo zio avevano appreso molto: le delicate armonie dei colori, la gamma ineguagliabile dei rosa, degli azzurri, dei grigi, dei verdi, degli aranci e dei viola in tutte le gradazioni e le tonalità, l’eleganza preziosa del segno unita alla capacità nella resa plastica, l’eccezionale finezza nel dettaglio, ma i tre giovani seppero tenergli testa e andare più avanti. Nei quattro anni passati tra Parigi e Bourges decorarono le pagine delle Belles Heures con circa centocinquanta miniature. Osserviamole: la luce digradante – chiaro il primo piano, poi un crescente imbrunirsi verso il fondo – dei loro paesaggi teatri di martìri e di prodigi, popolati da pastori, cori angelici, soldati, pellegrini, monaci, re, eremiti, leoni e draghi, le città turrite evanescenti negli sfondi, l’aprirsi improvviso di una sala o di una loggia sottolineato dalla fuga delle piastrelle multicolori, della navata di una chiesa, di una scalinata che sfonda letteralmente una muraglia (nella Caduta di Simon mago), l’incresparsi ora tumultuoso ora placido delle onde intorno a una imbarcazione, l’oscurità innaturale solcata da sprazzi e meteore che avvolge la Crocifissione sono frutto di pennelli sapienti e ispirati, capaci di evocare la preziosità delle vesti e la macabra putrefazione dei cadaveri, i fondi di rabeschi dorati ma pure l’azzurro dei cieli per la prima volta percorsi da nuvole che ora si incupiscono ora si rischiarano.&#13;
La vita dei tre fratelli fu breve (una trentina d’anni o poco più) stroncata nel corso del 1416, l’anno che vide anche la morte del duca, loro protettore. Nei quindici anni avevano operato avevano fatto prodigi. L’ultimo, il più celebre libro da loro miniato, le Très Riches Heures, ora a Chantilly, rimase incompiuto. Negli anni che passarono tra la fine del 1408 – quando venne terminata l’illustrazione delle Belles Heures – e l’inizio di quella delle Très Riches Heures i tre fratelli (o forse il solo Paul) dovettero scendere in Italia per un viaggio di studio. L’ipotesi, un tempo data per certa, è ora molto discussa: si sottolinea come la ricchezza di opere italiane nelle raccolte del duca di Berry e la presenza di artisti italiani a Parigi potessero offrire loro modelli sufficientim senza mettersi in viaggio.&#13;
&#13;
Les Belles Heures du duc de Berry, Parigi, Museo del Louvre fino al 25 giugno&#13;
&#13;
Carte che ridono. Fratelli de Limbourg, «Annuncio ai pastori», miniatura tratta da «Le Belle Heures» del duca di Berry, New York, The Metropolitan Museum of Art, The Cloisters &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Beauneveu, André&#13;
-	Carlo V, re di Francia [il Saggio]&#13;
-	Carlo VI, re di Francia [il Folle]&#13;
-	Éditions du Musée du Louvre&#13;
-	Filippo II, duca di Borgogna [l’Ardito]&#13;
-	Hesdin, Jacquemart de&#13;
-	Jean d’Orléans&#13;
-	Jean de Valois, duca di Berry&#13;
-	Limbourg [fratelli]&#13;
-	Limbourg, Herman&#13;
-	Limbourg, Jean&#13;
-	Limbourg, Paul&#13;
-	Malouel, Jean&#13;
-	Ruskin, John&#13;
-	Thiébaut, Dominique&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Bourges [Francia]&#13;
-	Chantilly [Francia]&#13;
o	Musée Condé&#13;
-	Los Angeles [Stati Uniti]&#13;
o	J. Paul Getty Museum Trust&#13;
-	New York [Stati Uniti]&#13;
o	Museum of Modern Art&#13;
o	The Met Cloisters&#13;
-	Nimega [Paesi Bassi]&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
o	Musée du Louvre&#13;
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                <text>&lt;span&gt;Recensione della mostra:&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt; Les Belles Heures du duc de Berry&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (Parigi, Musée du Louvre, 5 aprile-25 giugno 2012), a c. di Hélène Grollemund e Pascal Torres, catalogo edito da Somogy Éditions d'Art. Protagoniste dell’esposizione sono le miniature dei fratelli Limbourg, che decorano il manoscritto oggi conservato nelle collezioni del Met Cloisters di New York (inv. 54.1.1a, b). La rassegna ne presenta le pagine sciolte, in occasione del restauro della legatura, e segue la mostra intitolata &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;The Art of Illumination: The Limbourg Brothers and the Belles Heures of Jean de France, Duc de Berry&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (New York, The Metropolitan Museum of Art, 1° marzo-12 giugno 2010; Los Angeles, J. Paul Getty Museum, 18 novembre 2008-8 febbraio 2009).&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Una copia del catalogo è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/les-belles-heures-du-duc-de-berry/UTO01361975"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;.&lt;/span&gt;</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 26 febbraio 2012, n. 56, p. 39&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
TORINO&#13;
&#13;
Savoia, che bibliofili!&#13;
&#13;
Una mostra all’Archivio di Stato ha permesso di riconsiderare la quantità, la varietà e la bellezza delle raccolte librarie della dinastia&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Nelle severe sale dell’Archivio di Stato di Torino sono stati esposti (oggi è il loro ultimo giorno) una miriade di codici membranacei e cartacei, di libri illustrati, mappe, carte e planisferi, disegni, atlanti, suntuose legature, assieme a varie ed eccezionali raccolte di disegni di architettura (come il museo portatile di Filippo Juvarra). In tutto 537 numeri di catalogo che testimoniano di tre secoli di acuta, informata e intelligente bibliofilia, anzi di qualcosa di più. Resta un catalogo ponderoso a testimoniare tanta ricchezza.&#13;
Quando Emanuele Filiberto decise di spostare la capitale dei suoi Stati da nord a sud delle Alpi trasferendola da Chambéry a Torino accanto al progetto politico, edificatorio, militare ne aveva uno culturale che si lascia rivelare negli accenni a un Theatrum omnium disciplinarum. Un progetto ancora nebuloso ma che appartiene bene al tempo in cui (1550), di Giulio Camillo, il grande architetto della mnemotecnica, veniva pubblicato L’idea del Theatro (cinque copie esistevano ai tempi di Carlo Emanuele I nella Biblioteca granducale), e in cui si attendeva con ansia l’invenzione e la messa in pratica di un congegno, di una macchina che permettesse di impadronirsi di tutto il sapere universale.&#13;
Queste attese si concretarono nella costruzione e nella decorazione da parte del figlio, Carlo Emanuele I, della Grande Galleria che congiungeva l’antico castello al nuovo palazzo ducale di Torino. La sua intenzione era di farne una gigantesca «Kunst und Wunderkammer» dove i prodotti della natura e della cultura potessero felicemente armonizzarsi sovrastati nella volta dalle immagini celesti, il moto de’ cieli, de’ pianeti e delle stelle, in un programma che avrebbe dovuto allargarsi fino a essere un «compendio di tutte le cose del mondo». L’ambizioso progetto fu mutato e fu ai libri più che alle immagini che venne affidato il compito di presentare questo «compendio». Qui infatti «entro credenzoni messi a oro» si trovava «una numerosa, varia e peregrina quantità di libri scritti e stampati». Un incendio devastò la galleria nel 1667 ma alcuni dei suoi tesori poterono essere salvati. Parte di qui, attraverso un duro impegno di esplorazione degli inventari e di riconoscimento delle opere, la restituzione di questo ammirevole teatro della memoria che è il primo capitolo della ricchissima esposizione torinese.&#13;
Carlo Emanuele I fu un singolare personaggio. Una testa calda che si slanciava con passione in ogni avventura guerresca conducendo, privo di carte geografiche, una sorta di Blitzkrieg che lo portò fino a Marsiglia per essere regolarmente trattenuto, battuto e respinto da Lesdiguières la volpe del Delfinato, generale e amico di Enrico IV, ma fu anche, un uomo di mille curiosità. Aveva appena letto il Sidereus Nuncius galileiano che già chiedeva al figlio di procurargli «quel canone di ferro bianco chel serve per vedere di lontano», oppure voleva assolutamente avere quel «libro de’ pesci» di Ippolito Salviano che, splendidamente illustrato da Nicolas Béatrizet, era stato stampato a Roma più di mezzo secolo prima e ottenutolo se ne servì come libro di modelli per i suoi artisti. Nel 1615 compra ventisei volumi di disegni, un’autentica enciclopedia dell’antichità, di Pirro Ligorio che tutt’Europa gli invidia. Acquista dagli eredi i libri del cardinale Domenico Della Rovere compreso il portentoso Messale e da Carlo I Gonzaga la Mensa Isiaca che era appartenuta a Pietro Bembo e codici miniati di straordinaria importanza.&#13;
Nel 1720 si istituì una «amplia e scelta biblioteca per commodo sì degli studenti che del pubblico» destinata all’Università, cui Vittorio Amedeo II, divenuto ormai re, conferì gran parte delle collezioni librarie dei Savoia. Chi le aveva consultate negli ultimi decenni, grandi eruditi come Mabillon e Montfaucon, le aveva trovate molto trascurate. Una biblioteca universitaria del Settecento è altra cosa nel progetto e nelle scelte di un «teatro della memoria» o di una collezione di meraviglie. I curatori della mostra compulsando in lungo lavoro i registri di pagamento ancora conservati hanno potuto stabilire, così come per quella dei Regi archivi, la provenienza, il costo e la data d’entrata dei singoli libri che si tratti dell’Encyclopédie, di un blocco di incunaboli, di trattati medici, astronomici geografici, botanici, magari acquistati in Olanda, di testi arabi o di manoscritti miniati provenienti da un’antichissima abbazia, come le splendide pagine dipinte a Bobbio, il cenobio fondato da san Colombano, un monaco irlandese. C’è poi anche da considerare la Biblioteca antica degli archivi di Corte dove – dopo la costituzione di una biblioteca pubblica – rimasero libri, carte e documenti utili al governo dello Stato, alla storia della dinastia e una notevole parte degli antichi manoscritti. Sappiamo fino a che punto l’incendio del 1904 della Biblioteca Nazionale fece celebri vittime nel patrimonio librario torinese, ma alla mostra spiccavano molte testimonianze di redivivi, superbe pagine restaurate di miniatori francesi e fiamminghi del Quattrocento, di manoscritti appartenuti al duca di Berry, alle più nobili case d’Italia e ad antiche abbazie, insieme a quelli conservati agli Archivi che non avevano subito la prova del fuoco. Per la prima volta si poteva avere un’idea della ricchezza, della singolarità e della varietà della biblioteca di una corte di frontiera di cui nel 1711 Scipione Maffei, aveva rivendicato l’importanza scrivendo ad Apostolo Zeno: «Di tutt’altro avrete inteso parlare che della Biblioteca di Torino e dei suoi manoscritti, credendosi comunemente che questa estrema parte d’Italia sia priva di quelle preziose rarità, delle quali abbondano tutte l’altre...».&#13;
&#13;
Autori Vari, Il Teatro di tutte le Scienze e le Arti. Raccogliere libri per coltivare idee in una capitale di età moderna. Torino 1559-1861 (catalogo della mostra, Archivio di Stato di Torino, 22 novembre 2011 - 26 febbraio 2012), Centro Studi Piemontesi, Torino, pagg. 560, s.i.p.&#13;
&#13;
Miniature. Il Messale della Rovere&#13;
 &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Béatrizet, Nicolas&#13;
-	Bembo, Pietro&#13;
-	Camillo, Giulio&#13;
-	Carlo Emanuele I, duca di Savoia&#13;
-	Centro Studi Piemontesi&#13;
-	Della Rovere, Domenico&#13;
-	Emanuele Filiberto, duca di Savoia&#13;
-	Enrico IV, re di Francia&#13;
-	Gonzaga-Nevers, Carlo I, duca di Mantova e del Monferrato&#13;
-	Jean de Valois, duca di Berry&#13;
-	Juvarra, Filippo&#13;
-	Lesdiguières, François de Bonne duca di&#13;
-	Ligorio, Pirro&#13;
-	Mabillon, Jean&#13;
-	Maffei, Scipione&#13;
-	Montfaucon, Bernard de&#13;
-	Salviani, Ippolito &#13;
-	Savoia [famiglia]&#13;
-	Vittorio Amedeo II di Savoia, re di Sardegna&#13;
-	Zeno, Apostolo&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Bobbio [Piacenza]&#13;
o	Abbazia di San Colombano&#13;
-	Chambéry [Francia]&#13;
-	Marsiglia [Francia]&#13;
-	Roma&#13;
-	Torino&#13;
o	Archivio di Stato di Torino&#13;
o	Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino&#13;
o	Biblioteca Reale [Musei Reali Torino]&#13;
o	Grande Galleria&#13;
o	Palazzo Ducale [Palazzo Reale, vedi Musei Reali]&#13;
o	Palazzo Madama [vedi Museo Civico]</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione della mostra: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Il teatro di tutte le scienze e le arti. Raccogliere libri per coltivare idee in una capitale di età moderna. Torino 1559-1861&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (Archivio di Stato di Torino, 22 novembre 2011-26 febbraio 2012), &lt;/span&gt;&lt;span&gt;a c. di Marco Carassi, Isabella Massabò Ricci e Silvana Pettenati, catalogo edito dal Ministero per i beni e le attività culturali, Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Piemonte, Consiglio regionale del Piemonte, Centro studi piemontesi.&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Castelnuovo ripercorre la storia delle ricche ed eterogenee raccolte librarie dei Savoia, dal progetto del &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Theatrum omnium disciplinarum &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;di Emanuele Filiberto, passando per la costruzione della Grande Galleria di Carlo Emanuele I, terminando con la consistente donazione di Vittorio Amedeo II all’Università, base delle collezioni della Biblioteca universitaria. Dell’esposizione parlerà anche su &lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/244"&gt;&lt;span&gt;«L’Indice dei libri del mese»&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Una copia del catalogo è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/il-teatro-di-tutte-le-scienze-e-le-arti-raccogliere-libri-per-coltivare-idee-in-una-capitale-di-eta-/UTO01345004"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;&amp;nbsp;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;. &lt;/span&gt;</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore, anno 148, n. 56, p. 39 (inserto &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;)</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore; digitalizzazione: Archivio storico dell'Università di Torino (2025)</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 05 febbraio 2012, n. 35, p. 39&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
PARIGI&#13;
&#13;
Grande caccia in miniatura&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
«Io, Gaston soprannominato Fébus, per grazia di Dio conte di Foix e signore del Béarn, mi sono sempre dedicato a tre cose: le armi, l’amore e la caccia; ma poiché nelle due prime ci sono stati maestri migliori di me…»&#13;
Inizia così il Livre de la chasse scritto verso il 1390 da un principe pirenaico dalle molte ambizioni che si era dotato del soprannome solare di Fébus, per testimoniare il suo primato nella terza delle attività che caratterizzavano la società cortese: la caccia, modello delle virtù principesche. Una sorta di manuale, un’enciclopedia dello sport aristocratico per eccellenza, che il suo autore dedicò al duca di Borgogna Filippo l’Ardito. Per farlo illustrare, si era recato di persona ad Avignone poco prima della sua morte affidandone l’incarico al capo della maggiore officina libraria del tempo Jean de Toulouse. Avignone, al tempo dell’antipapa aragonese Benedetto XIII, era ancora un centro artistico di grande importanza dove confluivano artisti di varia provenienza, dove si illustravano splendidi manoscritti, dove le rappresentazioni della caccia avevano una tradizione che le aveva imposte anche nella decorazione degli appartamenti papali. Forse questa scelta era pure dettata da ragioni politiche: Gaston Fébus che unendo il Béarn alla contea di Foix era riuscito a costituire un vero e proprio stato pirenaico anche se si dichiarava fedele del re di Francia era infatti riuscito sempre a barcamenarsi tra i due avversari della guerra dei cent’anni.&#13;
Nel suo libro si trova tutto sulla caccia a eccezione tuttavia di quella «cum avibus». Niente uccelli e uccellatori, qui i cani che «sur toutes bestes il amoit», levrieri, spaniels, mastini, segugi sono i veri protagonisti. Vi si racconta come educare e istruire i cacciatori (una lunghissima formazione che durava oltre dieci anni) a usare il corno che, con le sue diverse modulazioni, era un prezioso strumento di comunicazione, a conoscere i cani, a curarli, a dare loro un nome, a gestire un canile. Infine a inseguire e stanare a cavallo o a piedi gli animali docili, rossi (erbivori): il cervo, il daino, il capriolo, lo stambecco, la lepre, il coniglio, fin la renna che Fébus aveva cacciato in Norvegia e quelli selvaggi (neri, carnivori): il lupo, il cinghiale (un erbivoro feroce e demonizzato) l’orso, la lince, la volpe, il gatto selvatico, la lontra. A inseguirli con la lancia, la spada e la balestra e anche, pur se Fébus trovava questo modo di cacciare poco nobile, a preparare e istallare reti, lacci e trappole d’ogni specie.&#13;
Degli animali, delle loro virtù e dei loro vizi, del loro significato simbolico si era discusso durante tutto il medioevo e non era questo il primo libro sulla caccia; l’avevano preceduto di pochi anni e ispirato il Roman des deduits di Gace de la Buigne un religioso, a lungo cappellano dei re di Francia, che immagina una tenzone tra i falconieri e i cacciatori veri e propri, tra «Amour des chiens e Amour d’Oiseaulx» e il Livre du Roy Modus et de la Royne Ratio scritto da un aristocratico normanno Henri de Ferrières; ma fu certamente quello di Fébus che ebbe maggior successo, che più venne copiato e diffuso. Jean Froissart, cronista e poeta che era stato suo ospite e aveva subito il suo fascino ne dà un quadro al tempo stesso fiammeggiante e tenebroso. Il principe di bellissimo aspetto, ardito guerriero e buon diplomatico, gran viaggiatore, ottimo amministratore, amico del lusso, attento ascoltatore di poemi cavallereschi, uomo devoto (al suo libro sulla caccia unisce, raccomandandolo a Filippo l’Ardito, un piccolo testo di preghiere), amato dai sudditi, impareggiabile cacciatore e paradigma di virtù cavalleresche, aveva cacciato la moglie Agnès de Navarre e aveva imprigionato e ucciso il proprio figlio.&#13;
A questo personaggio dai molti volti è dedicata al Musée de Cluny a Parigi una mostra che in seguito si trasferirà a Pau, nei suoi Pirenei. Brocche e vasi in cristallo di rocca, oreficerie, tessuti orientali, lampassi lucchesi come quelli assai lussuosi che indossava Fébus, strumenti musicali straordinari come la trecentesca chitarra prestata dal British Museum i cui fianchi sono intagliati con scene di caccia e dei lavori dei mesi, sculture e soprattutto manoscritti miniati ne illustrano i gusti, le vicende e l’immagine. Ma sono le splendide miniature del manoscritto francese 616, della Bibliothèque Nationale de France, uno dei capolavori del gotico internazionale, a dominare l’esposizione. Se ad Avignone Gaston Fébus aveva fatto illustrare due esemplari del suo libro, uno miniato destinato al duca di Borgogna ora all’Ermitage di Pietroburgo, uno per sé, con le immagini in grisaglia su un fondo nudo di pergamena oggi a Parigi (Bibliothèque Nationale de France, ms. fr.619), la più splendida edizione ne venne realizzata circa vent’anni più tardi da eccellenti miniatori parigini in due manoscritti gemelli: il parigino fr.616 forse eseguito per il delfino Louis de Guyenne e il manoscritto 1044 della Pierpont Morgan Library. I soggetti e l’impaginazione restano i medesimi dei manoscritti realizzati in Avignone, ma i costumi sono cambiati e profondamente mutata è la natura in cui si svolgono. Non più arbusti schematici ma alberi di diverse essenze: meli e viti, erbe e fiori, papaveri, narcisi, fiordalisi, mughetti, trifogli, spighe, cani di diversa taglia, pelame, colore animano le pagine. Le ricerche lombarde di Giovannino de’ Grassi e di Michelino da Besozzo sul modo di rendere animali e piante avevano trovato nella Parigi del primo Quattrocento un terreno fertile su cui svilupparsi.&#13;
&#13;
«Gaston Fébus. Prince Soleil 1331-1391», Parigi, Musée de Cluny-Musée National du Moyen Age, fino al 5 marzo (dal 17 maggio al 17 giugno, Musée national du Château de Pau)&#13;
&#13;
Carte che ridono. Gaston Fébus, «Le Livre de chasse», codice miniato del XV secolo.&#13;
 &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Agnese di Navarra&#13;
-	Benedetto XIII, antipapa [Pedro Martínez de Luna]&#13;
-	Ferrières, Henri de &#13;
-	Filippo II, duca di Borgogna [l’Ardito]&#13;
-	Foix, Gastone III conte di [Fébus]&#13;
-	Froissart, Jean&#13;
-	Grassi, Giovannino de’&#13;
-	Jean de Toulouse&#13;
-	La Buigne, Gace de&#13;
-	Luigi di Valois, duca di Guyenna&#13;
-	Michelino da Besozzo&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Avignone [Francia]&#13;
-	Béarn [Francia]&#13;
-	Foix [Francia]&#13;
-	Londra [Regno Unito]&#13;
o	British Museum&#13;
-	New York [Stati Uniti]&#13;
o	The Morgan Library &amp; Museum&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
o	Bibliothèque Nationale de France&#13;
o	Musée de Cluny [Musée national du Moyen Âge-Thermes et Hôtel de Cluny]&#13;
-	Pau [Francia]&#13;
o	Musée national et domaine du château de Pau&#13;
-	San Pietroburgo [Russia]&#13;
o	Hermitage [The State Hermitage Museum]</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione della mostra: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Gaston Fébus. Prince Soleil 1331-1391&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (Parigi, Musée de Cluny. Musée national du Moyen Âge, 30 novembre 2011-05 marzo 2012; Pau, Musée national du Château de Pau, 17 marzo-17 giugno 2012), catalogo edito da Reunion des Musées Nationaux e Grand Palais. Castelnuovo presenta Gastone III, il conte di Foix ricordato con il soprannome di Fébus per le sue doti nell’arte della caccia. Proprio questa passione è al centro del prezioso codice miniato da lui commissionato, protagonista dell’esposizione: un’opera le cui illustrazioni a tema venatorio furono realizzate ad Avignone.&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Una copia del catalogo è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/gaston-febus-prince-soleil-13311391-musee-de-cluny-musee-national-du-moyen-age-paris-30-novembre-201/UTO04180841"&gt;&lt;span&gt;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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                <text>&lt;spanhelvetica neue="" arial="" font-weight:normal="" font-style:normal="" color:="" 000000="" data-sheets-root="1"&gt;&lt;spanhelvetica neue="" arial="" font-weight:normal="" font-style:normal="" text-decoration:underline="" text-decoration-skip-ink:none="" -webkit-text-decoration-skip:none="" color:="" 1155cc=""&gt;&lt;a class="in-cell-link" target="_blank" href="https://atom.unito.it/index.php/il-sole-24-ore" rel="noopener"&gt;Inventario&lt;/a&gt;&lt;spanhelvetica neue="" arial="" font-weight:normal="" font-style:normal="" color:="" 000000=""&gt; del fondo Enrico Castelnuovo, unità archivistica «Il Sole 24 Ore» (Archivio storico dell'Università di Torino)&lt;/spanhelvetica&gt;&lt;/spanhelvetica&gt;&lt;/spanhelvetica&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 19 giugno 2011, n. 165, p. 40&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
BASILEA&#13;
&#13;
Witz, il più grande degli svizzeri&#13;
&#13;
Una mostra al Kunstmuseum rivaluta un protagonista del Quattrocento europeo, formatosi nella città del concilio e poi attivo a Ginevra&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Il pittore Konrad Witz è stato scoperto solo agli inizi dello scorso secolo, eppure è uno dei più grandi artisti del Quattrocento europeo e giustamente oggi il Kunstmuseum di Basilea gli dedica una grande esposizione. Fu Daniel Burckhardt nel 1901 a decifrarne la firma sulla cornice della Pesca Miracolosa, scomparto di un grande altare dedicato a San Pietro conservato nel Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra: «Hoc opus pinxit Magister Conradus Sapientis de Basilea 1444». Sapientis è una versione latina del termine germanico Witz, un cognome, o forse un soprannome dato al padre, anche lui pittore. Konrad era giunto a Basilea da Rottweil (Germania meridionale), una decina d’anni prima del grande Concilio che si tenne nella città svizzera dal 1431 per l’unificazione della Chiesa dilaniata da decenni dal grande scisma. Basilea era una città in piena trasformazione, economica e culturale: «Il centro della cristianità, o quasi», la definì Enea Silvio Piccolomini. Qui si incontravano re, imperatori, cardinali, i principi della Chiesa e quelli della terra, e sulla loro scia si assiepavano religiosi, diplomatici, eruditi, intellettuali e artisti, tutti in cerca di lavoro. Niente sappiamo di Witz prima dell’approdo a Basilea. La sua scienza pittorica era nata dallo studio delle opere dei grandi fiamminghi, da Jan Van Eyck e da Robert Campin certo viste direttamente, ma la lezione era stata appresa in un tempo record: l’altare di Gand era stato terminato nel 1432, quello di san Leonardo a Basilea – il suo capolavoro giovanile – intorno al 1435. Inoltre Witz non segue fedelmente i maestri, non li copia, dà un’interpretazione molto personale delle loro opere, le semplifica al massimo, è a suo modo un fondamentalista, un fanatico assertore della realtà attraverso una cernita rigorosa dei suoi elementi.&#13;
Nell’altare di san Leonardo i personaggi situati nella parte esterna degli sportelli rappresentati entro basse celle cubiche dall’architettura essenziale, sono solidi, tarchiati, proiettano ombre sottolineate, vistose e tangibili; le mura, semplicemente intonacate, mostrano screpolature, i marmi sono qua e là scheggiati, i legni ostentano fessure estese, la ruggine lascia il suo segno sulle pietre. All’interno, nelle scene destinate a essere viste nei giorni festivi, velluti, damaschi e stoffe hanno consistenza e peso, le armature degli antichi eroi, elmi, schinieri, cotte di maglia, visiere, rotelle tirate a lucido mandano bagliori, perle, gioielli, pietre preziose hanno una tangibile presenza, si profilano con una nettezza inconsueta, l’oro dei fondi non ha niente di astratto è quello di un consistente tessuto operato teso lungo una parete.&#13;
Come un cieco che avesse d’un tratto riacquistata la vista Witz scopre esplora e sfrutta con entusiasmo le infinite sottigliezze dell’ottica. In un quadro stupendo oggi al Muséee de l’Oeuvre Notre-Dame di Strasburgo dove all’interno di una chiesa siedono due sante, Caterina e Maddalena, un pilastro della navata nasconde parzialmente una tavola con la Crocifissione posta sopra un altare laterale. Una delle due candele accese sulla mensa dell’altare è visibile, dell’altra – un vero coup de maître – si indovina la presenza grazie al riflesso della fiamma rappresentato nel dipinto. Attraverso la porta spalancata della chiesa si rivela nitidamente la vita della città e, quasi una firma, la casa e la bottega stessa dell’artista.&#13;
A eccezione delle stupefacenti tavole di Ginevra, che per ragioni di conservazione non hanno potuto viaggiare e sono sostituite da ottime riproduzioni, tutte le sue opere, dipinti, affreschi, miniature, disegni sono qui riunite. Attorno a loro si dispiega una costellazione ricca e problematica: sono i dipinti ritenuti dei compagni, dei collaboratori, dei seguaci. Talora, autentici capolavori come quelli attribuiti ad Hans Witz, non un familiare, ma ancora una volta un “sapiente”, stabilitosi a lungo a Chambéry per poi recarsi a Milano presso la vedova di Galeazzo Maria Sforza – Bona di Savoia – e lasciare un suo affresco a Chiaravalle. Il Calvario di Berlino, il Cristo deposto Frick che gli sono attribuiti attestano la qualità altissima e la grande originalità di un’arte sviluppatasi nelle terre dei Savoia, grazie al grande esempio di Konrad Witz, un’arte che attorno alla metà del secolo ha delineato con forza l’esistenza, di un nuovo polo culturale nel panorama europeo.&#13;
&#13;
Konrad Witz, Basilea, Kunstmuseum, fino al 3 luglio 2011, www.kunstmuseumbasel.ch&#13;
&#13;
Maestro dei pennelli. Konrad Witz, «Presentazione del cardinale de Mies alla Vergine Maria», 1443-44, Ginevra, Musée d’Art et d’Histoire &#13;
NOMI CITATI&#13;
-	Burckhardt, Daniel&#13;
-	Campin, Robert [Maestro di Flémalle]&#13;
-	Eyck, Jan van&#13;
-	Pio II, papa [Enea Silvio Piccolomini]&#13;
-	Savoia [famiglia]&#13;
-	Savoia, Bona di&#13;
-	Sforza, Galeazzo Maria&#13;
-	Witz, Hans&#13;
-	Witz, Konrad&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Basilea [Svizzera]&#13;
o	Chiesa di san Leonardo&#13;
o	Kunstmuseum Basel&#13;
-	Berlino [Germania]&#13;
o	Gemäldegalerie&#13;
-	Chambéry [Francia]&#13;
-	Gand [Belgio]&#13;
o	Cattedrale di San Bavone&#13;
-	Ginevra [Svizzera]&#13;
o	Musée d’art et d’histoire&#13;
-	Milano&#13;
o	Abbazia di Santa Maria di Chiaravalle&#13;
-	New York [Stati Uniti],&#13;
o	The Frick collection&#13;
-	Rottweil [Germania]&#13;
-	Strasburgo [Francia]&#13;
o	Musée de l'Œuvre Notre-Dame</text>
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                <text>&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Recensione della mostra: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Konrad Witz. Die einzigartige Ausstellung &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;(Basilea, Kunstmuseum Basel, 6 marzo-3 luglio 2011), a c. di Bodo Brinkmann, catalogo edito da Hatje Cantz. Castelnuovo introduce Konrad Witz, artista svizzero della prima metà del XIV secolo riscoperto dalla critica solamente all’inizio del Novecento, soffermandosi sul suo rapporto creativo con le opere dei grandi artisti fiamminghi del suo tempo e sulla sua eredità artistica.&lt;/span&gt;</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 16 gennaio 2011, n. 3, p. 18&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
TRENTO&#13;
&#13;
Boston restituisce un ricamo rubato &#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Nel 1390 l’aristocratico boemo Giorgio di Liechtenstein venne nominato vescovo di Trento. Il prelato era amante delle arti e appena arrivato a Trento fece decorare i suoi appartamenti nel castello del Buonconsiglio da un grande pittore boemo, il maestro Venceslao. Sempre dalla Boemia il vescovo Giorgio aveva fatto giungere anche alcuni splendidi ricami destinati a ornare i paramenti sacri in uso nelle liturgie tridentine e sui paramenti aveva fatto illustrare storie del suo predecessore San Vigilio, vescovo di Trento e martire del IV secolo.&#13;
Queste bellissime immagini in seta, oro e argento (disegnate da un ottimo pittore e realizzate da ricamatori tra i migliori dell’Europa del tempo), furono per secoli gelosamente conservate nel tesoro della cattedrale tridentina e da qui passarono, ai primi del Novecento, al Museo Diocesano.&#13;
Nella confusione dell’ultimo conflitto mondiale uno dei cinque pannelli che componevano la preziosissima serie sparì dal museo e per decenni risultò irreperibile.&#13;
Il giallo si è risolto solo di recente. La studiosa Evelyn Wetter (che su questi ricami aveva fatto la tesi di dottorato) ha rinvenuto presso Abegg Stiftung di Riggisberg una vecchia foto del pannello scomparso con a tergo il timbro del Museum of Fine Arts di Boston. La studiosa ha scritto al museo americano ricevendo conferma: il pannello scomparso da Trento si trovava lì ed era stato acquistato a New York nel 1946 per 3mila dollari.&#13;
I successivi contatti intercorsi tra il museo di Boston e quello di Trento hanno portato alla felice soluzione del caso. Grazie alla tenacia di Domenica Primierano, vice direttrice del Museo Diocesano, l’istituzione americana ha riconosciuto la giusta provenienza del pezzo e ne ha deciso – documenti alla mano – la pronta restituzione al museo tridentino. E a fine dicembre il ricamo “mancante” con le storie di San Vigilio è tornato felicemente a casa.&#13;
&#13;
Paramento recuperato. L’arredo rubato a Trento nel 1945, finito a Boston e ora restituito &#13;
NOMI CITATI&#13;
-	Liechtenstein, Giorgio di&#13;
-	Maestro Venceslao&#13;
-	Primierano, Domenica&#13;
-	Wetter, Evelyn &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Boemia [Repubblica Ceca]&#13;
-	Boston [Stati Uniti]&#13;
o	Museum of Fine Arts di Boston&#13;
-	New York [Stati Uniti]&#13;
-	Riggisberg [Svizzera]&#13;
o	Fondazione Abegg-Stiftung&#13;
-	Trento&#13;
o	Castello del Buonconsiglio&#13;
o	Museo Diocesano di Trento</text>
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                <text>&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Castelnuovo segnala la restituzione di uno dei pannelli del ciclo di ricami con storie di san Vigilio, realizzato alla fine del XIV secolo da una manifattura boema su committenza del principe‑vescovo di Trento Giorgio di Liechtenstein. L’opera, dispersa durante il secondo conflitto mondiale e successivamente confluita nelle collezioni del Museum of Fine Arts di Boston, è stata restituita al Museo Diocesano Tridentino grazie all’identificazione condotta da Evelyn Wetter (i risultati dei suoi studi sono pubblicati nell’articolo: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;I ricami boemi dei paramenti per la consacrazione a vescovo di Giorgio di Liechtenstein&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;, in «Studi&amp;nbsp; trentini&amp;nbsp; di&amp;nbsp; Scienze&amp;nbsp; storiche», sez. II, LXXV-LXXVII, 1996-1998, pp. 7-91).&lt;/span&gt;</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 9 maggio 2010, n. 126, p. 39&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
IL MESTIERE DELL’ARTISTA&#13;
&#13;
Una holding chiamata Tiziano&#13;
&#13;
Il funzionamento delle botteghe aperte dal pittore a Venezia e ad Augusta, gremite di parenti e allievi che aiutavano il maestro&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
Tiziano e bottega, ambito di Tiziano, bottega di Tiziano, Tiziano e aiuti. Vorremmo capire meglio cosa significhino certi termini, che cosa si celi dietro i cartellini che leggiamo nelle sale dei musei. Crediamo di saperlo: «bottega di Tiziano» è termine diminutivo, l’opera pur chiaramente tizianesca, non ha le qualità che si riconoscono all’autore; «Tiziano e aiuti» indica che il dipinto non è interamente autografo, si tratta insomma di termini limitativi se non peggiorativi. Ma esiste l’autografia integrale cara ai connoisseurs e al mercato? Ed esiste una “bottega di Tiziano” o piuttosto ne esistono diverse?&#13;
La cosa non è così semplice e il libro è assai importante non solo per le notizie sovente inedite sui diversi collaboratori di Tiziano, ma per quanto vi si legge sul formarsi e il funzionamento delle “botteghe”. Il fatto che se ne scriva al plurale è già di per sé un dato assai significativo che coinvolge tempi, spazi, persone e aspetti differenti, pur rimanendone al centro la casa-atelier di Biri Grande, non lontana dalle Fondamenta Nuove dove Tiziano visse e operò per quasi un mezzo secolo durante il quale il laboratorio ebbe modo di mutare aspetto e composizione.&#13;
Partiamo dall’aspetto più ovvio: il coinvolgimento familiare. Cosa abbastanza comune per gli artisti, ma singolarmente esteso nel tempo nel caso di Tiziano: dal fratello Francesco al figlio Orazio, ai cugini Cesare e Marco, morto nel 1611 quasi quarant’anni dopo la scomparsa del maestro. Del clan fanno parte, oltre ai parenti alcuni fedelissimi come Girolamo Dente, non per niente detto Girolamo di Tiziano, e più tardi Valerio Zuccato e Emanuel Amberger, figlio del pittore che Tiziano aveva conosciuto ad Augusta, mentre aiuti, discepoli e collaboratori occasionali si succedono per breve tempo. Tra questi molti stranieri i neerlandesi von Calcar e Sustris, i bavaresi Hans Mielich e Christoph Schwarz e lo stesso El Greco.&#13;
Altro aspetto lo spazio: i viaggi di Tiziano per incontrare l’imperatore ad Augusta nel 1548 e nel 1550-51 sono in questo senso particolarmente significativi perché qui, come più tardi a Madrid, nasceranno quelle che potremmo chiamare delle “botteghe virtuali”, botteghe di Tiziano senza Tiziano ma suscitate o dal passaggio e dalla breve attività dell’artista in loco o dall’arrivo di opere sue fondamentali come quelle eseguite per Filippo II e per l’Escorial.&#13;
Ad Augusta era giunto con alcuni collaboratori, non forse «le sette bocche da sfamare» di cui parla in una lettera ma certo tre o quattro persone di cui si avvale sia per aiutarlo nella stesura, sia per replicare opere particolarmente richieste, qui entra in contatto anche con pittori locali come Christoph Amberger che lo aiuta a restaurare il celebre Carlo V alla battaglia di Mühlberg dai danni riportati per una accidentale caduta e di cui il figlio, Emanuel, sarà più tardi un suo fedelissimo discepolo e collaboratore. E forse incontra anche Lucas Cranach che aveva seguito nella sua prigionia il suo patrono, l’elettore di Sassonia.&#13;
Ad Augusta, nelle case dei Fugger, e naturalmente al Biri Grande, Tiziano aveva una «stanzia» privata dove si ritirava a dipingere, distinta dal grande spazio dell’atelier che era il luogo del lavoro collettivo.&#13;
I membri delle botteghe partecipavano all’opera del maestro in diversi modi, diretti e indiretti, terminando tele appena abbozzate abbigliandole con «panni e vestimenti», replicando temi e composizioni di opere di successo, moltiplicando i ritratti più ricercati come quelli dei pontefici o dei sovrani, utilizzando e assemblando formule e schemi compositivi già sperimentati in opere destinate alla provincia prossima o lontana, come è il caso della celeberrima Assunta dei Frari il cui modello è ripreso in Dalmazia nel polittico di Dubrovnik o nel Feltrino in quello di Lentiai.&#13;
Significativa, e in qualche modo rivelatrice, è l’attività autonoma dei collaboratori, che colonizzano con le loro opere intere aree come l’avito Cadore, dove le richieste di pitture si intrecciano con problemi di rendite fondiarie e di cariche. Qui, le chiese di San Vito, di Venàs, di Vinigo, di Perarolo, di Calalzo, di Pieve, di Nebbiù contano opere di Francesco, di Orazio, di Cesare e di Marco Vecellio. Dipingere per le comunità cadorine è tuttavia altra cosa che lavorare per committenti della Dominante, altre le attese altre le consuetudini e i dipinti dei collaboratori di Tiziano sono qui ben diversi, spesso più arcaicizzanti, meno strutturati da quelli che gli stessi approntano per Venezia. Ciò si deve alla volontà di adeguarsi ad abitudini e a voleri altri da quelli prevalenti in laguna ma anche alla mancanza di un progetto del quale Tiziano solo poteva concepire e controllare l’esecuzione.&#13;
L’imporsi dei modelli tizianeschi in Europa è il prodotto di una quantità di fattori: la vasta produzione dell’officina, la grande diffusione attraverso le stampe, l’eccezionale autorità dei modelli che continuarono ad esercitare un richiamo ineludibile attraverso il tempo e lo spazio. Lo spiega, lo presenta, lo esemplifica questo imponente volume che intende restituire l’intero sistema operativo di Tiziano, impresa che implica tempi assai lunghi e coinvolge vari autori. Un libro importante la cui realizzazione si deve al Centro Studi Tiziano e Cadore benemerita istituzione che tra boschi e crode riesce a pubblicare una rivista di alto livello come «Studi Tizianeschi» e a portare avanti iniziative culturali che richiedono gran tempo e grande impegno.&#13;
&#13;
Giorgio Tagliaferro, Bernard Aikema, Matteo Mancini, Andrew John Martin, «Le botteghe di Tiziano», Alinari 24 Ore, pagg. 500, € 90,00.&#13;
&#13;
Il titolare dell’azienda. Un autoritratto di Tiziano Vecellio. Il prolifico maestro veneto fu a capo di una vera e propria holding della pittura&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
[sopra al titolo]&#13;
Autografo. Tiziano realizzò questa “Deposizione” per il governo veneziano che, a sua volta, la regalò al segretario di Filippo II di Spagna (Madrid, Prado). L’importanza del committente spinse l’artista a dipingere personalmente la tela&#13;
Autografo con aiuti. La fama e l’importanza della composizione indusse Tiziano a replicare il soggetto variato in qualche dettaglio, facendosi aiutare, nel completamento, dagli allievi della bottega (Milano, Pinacoteca Ambrosiana)&#13;
Copia. Una volta approdata in Spagna, la tela originale di Tiziano attirò l’attenzione dei committenti locali. Qui ammiriamo la versione che ne trasse Juan Fernandez Navarrete detto “El Mudo” per la Cattedrale di Salamanca &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Aikema, Bernard&#13;
-	Alinari 24Ore&#13;
-	Amberger, Christoph&#13;
-	Amberger, Emanuel&#13;
-	Calcar, Jan Stephan van&#13;
-	Carlo V d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero&#13;
-	Cranach, Lucas [il Vecchio]&#13;
-	Dente, Girolamo [Girolamo di Tiziano]&#13;
-	El Greco [Domḗnikos Theotokópoulos]&#13;
-	Fernández de Navarrete, Juan [El Mudo]&#13;
-	Filippo II, re di Spagna&#13;
-	Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore&#13;
-	Fugger [famiglia]&#13;
-	Giovanni Federico I di Sassonia&#13;
-	Mancini, Matteo&#13;
-	Martin, Andrew John&#13;
-	Mielich, Hans&#13;
-	Pérez del Hierro, Antonio&#13;
-	Schwarz, Christoph&#13;
-	Studi Tizianeschi&#13;
-	Sustris, Lambert&#13;
-	Tagliaferro, Giorgio&#13;
-	Tiziano&#13;
-	Vecellio, Cesare&#13;
-	Vecellio, Francesco&#13;
-	Vecellio, Marco&#13;
-	Vecellio, Orazio&#13;
-	Zuccato, Valerio&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Augusta [Germania]&#13;
-	Cadore&#13;
-	Calalzo di Cadore [Belluno]&#13;
-	Dubrovnik [Croazia]&#13;
o	Cattedrale dell'Assunzione di Maria&#13;
-	Lentiai [Borgo Valbelluna, Belluno]&#13;
o	Chiesa di Santa Maria Assunta di Lentiai&#13;
-	Madrid [Spagna]&#13;
o	Museo Nacional del Prado&#13;
-	Milano&#13;
o	Veneranda Biblioteca Ambrosiana&#13;
-	Nebbiù [Pieve di Cadore, Belluno]&#13;
-	Perarolo di Cadore [Belluno]&#13;
-	Pieve di Cadore [Belluno]&#13;
-	Salamanca [Spagna]&#13;
o	Cattedrale di Santa Maria dell'Assedio&#13;
-	San Lorenzo de El Escorial [Spagna]&#13;
o	Real Monasterio de San Lorenzo de El Escorial&#13;
-	San Vito di Cadore [Belluno]&#13;
-	Venàs di Cadore [Valle di Cadore, Belluno]&#13;
-	Venezia&#13;
o	Casa di Tiziano</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione dell’opera: Giorgio Tagliaferro e Bernard Aikema, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Le botteghe di Tiziano&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;, con la collaborazione di Matteo Mancini e Andrew John Martin, redazione Tessie Vecchi, Firenze, Alinari 24 Ore, 2009 (si tratta del secondo volume della collana &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Tiziano e l'Europa&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;, della Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore; Castelnuovo aveva già presentato il primo su «Il Sole 24 Ore»: &lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/293"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Il colore del Cadore&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;).&lt;br /&gt;L’articolo si sofferma sull’organizzazione del “sistema operativo di Tiziano”, introducendo temi e questioni attorno alle sue botteghe, al lavoro degli allievi e dei numerosi collaboratori e, in ultimo, della sua eredità artistica.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Una copia dell’opera è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/le-botteghe-di-tiziano/UTO03316308"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;.&lt;/span&gt;</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore, anno 146, n. 126, p. 39 (inserto &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;)</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore; digitalizzazione: Archivio storico dell'Università di Torino (2025)</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;, supplemento settimanale de «Il Sole 24 Ore», dal 1991 al 2012</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 15 febbraio 2009, n. 45, p. 34&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
CARTEGGI D’AUTORE&#13;
&#13;
Einaudi-Zeri: libri, elogi e liti&#13;
&#13;
I rapporti dello storico dell’arte con l’editore torinese attraverso le lettere indirizzate ai vertici della casa. Enrico Castelnuovo, allora giovane consulente, racconta i burrascosi retroscena&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
In edizione non venale, con una bella prefazione di Anna Ottani Cavina, Einaudi ha pubblicato le Lettere alla casa editrice di Federico Zeri. Il carteggio tra un autore e un editore si muove generalmente su alcune linee: proposte di un libro e/o di un progetto, suggerimenti e consigli su possibili traduzioni (Zeri è onnivoro, la sua curiosità spazia da Costantino il Grande ai furti di reliquie nel Medioevo, dalla biografia di Madame de Staël alla tratta degli schiavi), discussione su titoli e copertine, richiesta di libri, ringraziamenti ed eventuali giudizi sui medesimi, solleciti di pagamento. Quando poi si tratti di libri d’arte ci sarà il delicatissimo problema delle illustrazioni, la cui qualità assume per un conoscitore la stessa importanza della correttezza dei testi per un filologo. Via via l’autore conoscerà l’editore e alcuni redattori. Nasceranno delle amicizie. Questo epistolario non fa eccezione, ma Zeri era Zeri e il suo interlocutore principale era Giulio Bollati.&#13;
L’inizio del carteggio riguarda un gran libro, Pittura e Controriforma: l’arte senza tempo di Scipione da Gaeta pubblicato a fine 1957 e che, con qualche timore, fu presentato da me, humilis famulus, in un articolo del «Bollettino Einaudi». Non era un libro longhiano, ma che Longhi ne abbia detto cose vituperevoli – come Zeri afferma essere avvenuto – io non lo credo, ricordo solo di avergli sentito dire di esser intervenuto qua e là sulla scrittura. Il libro si rifaceva piuttosto ad Antal (che Zeri aveva incontrato anni prima a Londra), ai suoi saggi, alle sue illuminanti riflessioni e al suo lungo interrogarsi sul fenomeno manierista nei Paesi Bassi e in Italia in rapporto con le tendenze profonde della società del tempo. Con la casa editrice Zeri discute delle immagini e soprattutto del titolo (Pittura e Controriforma) che l’autore teme troppo generico e l’editore troppo specialistico. Zeri chiude così la discussione: «Fate come volete voi, una sola cosa suggerirei di eliminare dal titolo, la parola “Pulzone” che evoca facili assonanze di sapore scurrile e di sostituirla con “Gaetano” o “da Gaeta”». Non doveva essere assente da questa preoccupazione il ricordo dei propri celebri scherzi telefonici, conditi da punte di dura volgarità, ma il nome temuto venne evitato e della «bellissima veste» del libro l’autore rimase molto soddisfatto.&#13;
Intanto, altri progetti venivano proposti, in particolare uno che, purtroppo, non vide mai la luce: una Storia della pittura italiana i cui volumi sarebbero stati dedicati «a un particolare momento o a una particolare scuola, costituendo... una monografia a sé». Leggerne il programma che prevedeva, dopo il primo sulla scuola riminese, volumi sulla pittura nelle Marche nel Trecento e, per il Quattrocento «le scuole di Fabriano, Camerino, Sanseverino, Carlo Crivelli e seguaci, Nicola di Maestro Antonio, la Scuola di Viterbo e la Scuola Romana», evoca immediatamente quel fuoco d’artificio che era stato la prima uscita pubblica di Zeri, quando nel 1948 presentò in «Proporzioni» sotto l’egida di Longhi, una serie di interventi esemplari in cui rivelò tra l’altro opere stupefacenti di artisti marchigiani allora ben poco noti. E a me ricorda uno Zeri giovane (sarà stato il 1952 o il 1953) che in piazza San Marco a Firenze, di ritorno da un giro tra Marche e Umbria, descriveva a un capannello di allievi di Longhi le meraviglie reperite.&#13;
Passano gli anni. Era appena iniziato il 1960 e Zeri – sempre a cavallo tra America e Italia – aveva ricevuto per Natale dalla casa editrice una memorabile antologia di fantascienza (Le Meraviglie del Possibile) curata da Sergio Solmi e da Carlo Fruttero. Ne rimane talmente colpito «da persuadere almeno 20 conoscenti ad acquistarlo». Ringraziando del dono, Zeri propone un suo nuovo libro: Due dipinti, la filologia e un nome, in cui tenta di svelare attraverso indizi e colpi di scena il nome di uno dei più bei pittori del Quattrocento, il Maestro delle Tavole Barberini. Il libro piacque molto a Bollati e a Einaudi, e venne dato in lettura anche me, del cui parere – appare dal carteggio e la cosa mi lusinga – Zeri era molto curioso. Fui preso dal modo incalzante di procedere, nuovo per un libro di storia dell’arte, e affascinato dal clima di detective story. Ricordo di aver chiuso il risvolto di copertina scrivendo «si arriva al colpo di scena risolutivo che ha luogo in una sontuosa sala del palazzo ducale di Urbino. È sciolto allora l’enigma iniziale».&#13;
Io e Gianni Romano, allora appena ventenne, lavorammo a lungo sulle bozze e sulle illustrazioni, e mettemmo gran cura (soprattutto Gianni) nel compilare l’indice dei dipinti, al quale volemmo dare un’aura che evocasse le celebri liste berensoniane delle Italian Pictures of the Renaissance. Discussi con l’autore un possibile cambiamento di titolo – l’editore l’avrebbe voluto di più facile presa sul pubblico – ma invano. E fu meglio così.&#13;
Zeri riceveva a casa, man man che uscivano, i volumi della Biblioteca di storia dell’arte: Arte e umanismo a Firenze di Chastel lo annoiò molto («un vero mattone erudito»), ma ne lodò la veste tipografica, assai migliore di quella francese. Apprezzò I principi architettonici di Wittkower e Pittura e miniatura in Lombardia di Toesca («libro importantissimo che andava ristampato»). Su questa nuova edizione di Toesca aspettavamo impazienti i suoi giudizi, che però limitarono a un deludente «mi è dispiaciuto di vedere con questa edizione svalutata la mia copia della tiratura originale oggi rarissima» e a una critica alla mancanza di aggiornamenti nelle note, cosa che deliberatamente avevamo omesso di fare, segnalandolo debitamente.&#13;
La Storia della pittura italiana non procedeva a causa dei numerosi impegni americani di Zeri. Allora lo studioso viene coinvolto in un altro progetto einaudiano, la Storia dell’arte italiana. Purtroppo i due responsabili – Giovanni Previtali per la prima parte e Federico Zeri per le altre due – non vivevano in armonia, anzi si detestavano cordialmente. La gestazione dell’opera cominciò nel 1972-73 e fu lunga e tempestosa. A quel tempo abitavo a Losanna e alla prima riunione torinese dedicata alla Storia dell’arte italiana non venni neppure invitato, cosa per la quale diedi le dimissioni da consulente, allora poco più che onorario. Le dimissioni furono prontamente respinte da Giulio Einaudi e da quel momento venni coinvolto nella vicenda. Gli incontri tra i collaboratori presieduti da Previtali erano infuocati e piuttosto litigiosi. Tuttavia, alla fine, si rivelarono produttivi perché qualche idea nuova veniva fuori. Dal punto di vista editoriale, però, Giulio Bollati era preoccupato da questa situazione fin troppo “dialettica”, e non vedeva l’ora di passare il comando della nave a un nocchiero di indiscussa autorità come Zeri. La presentazione a Venezia del primo volume fu un gran successo mediatico ma il tarlo della conduzione bicefala dell’impresa era vistosamente presente. Ricordo con grande disagio una riunione romana alla quale fui invitato in modo pressante al fine di evitare spargimento di sangue, drammi e lacerazioni. E con ancor maggior disagio e amarezza ricordo la frugale cena d’addio alla gestione Previtali dell’opera in una delle osterie predilette da Einaudi sulla riva del Po. Sarebbe finita male se Paolo Fossati non mi avesse spinto a prendere aria e a calmarmi sulle rive del fiume. Al nostro ritorno i commensali erano partiti.&#13;
L’inimicizia di Zeri per Previtali continuò a lungo, tanto da attaccarlo post mortem con argomenti speciosi a proposito di una nuova edizione della Fortuna dei Primitivi in un articolo illustrato con l’immagine di un dipinto stalinista, del resto male identificato. Gli risposi ironicamente proprio su queste colonne (“Un Duca silurato dal Kgb”, «Il Sole 24 Ore», 21 gennaio 1993) e fu questa la causa della mia rottura con un personaggio d’eccezione verso il quale conservo un’enorme ammirazione mista a qualche rimpianto per uno straordinario talento non sempre, negli ultimi anni, bene amministrato.&#13;
&#13;
Federico Zeri, «Lettere alla casa editrice», a cura di Anna Ottani Cavina, Einaudi, Torino, pagg. 132, s.i.p.&#13;
&#13;
Grande bibliofilo. Federico Zeri nella sua biblioteca a Mentana &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Antal, Frederick&#13;
-	Bollati, Giulio&#13;
-	Chastel, André&#13;
-	Costantino, imperatore&#13;
-	Crivelli, Carlo&#13;
-	Einaudi&#13;
-	Einaudi, Giulio&#13;
-	Fossati, Paolo&#13;
-	Fra Carnevale [Maestro delle Tavole Barberini]&#13;
-	Fruttero, Carlo&#13;
-	Longhi, Roberto&#13;
-	Nicola di Maestro Antonio&#13;
-	Ottani Cavina, Anna&#13;
-	Previtali, Giovanni&#13;
-	Pulzone, Scipione&#13;
-	Romano, Giovanni&#13;
-	Solmi, Sergio&#13;
-	Staël-Holstein, Anne-Louise-Germaine Necker baronessa di [Madame De Stäel]&#13;
-	Toesca, Pietro&#13;
-	Wittkower, Rudolf&#13;
-	Zeri, Federico&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Camerino [Macerata]&#13;
-	Fabriano [Ancona]&#13;
-	Firenze&#13;
o	Piazza San Marco&#13;
-	Gaeta [Latina]&#13;
-	Londra [Regno Unito]&#13;
-	Losanna [Svizzera]&#13;
-	San Severino Marche [Macerata]&#13;
-	Torino&#13;
-	Urbino [Pesaro-Urbino]&#13;
o	Palazzo Ducale di Urbino&#13;
-	Venezia&#13;
-	Viterbo</text>
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                <text>&lt;span&gt;Recensione dell’opera: Federico Zeri, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Lettere alla casa editrice&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;, a c. di Anna Ottani Cavina, note di Davide Ravaioli, Torino, Einaudi, 2008.&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Intrecciando i ricordi personali al carteggio raccolto in questo volume, Castelnuovo illustra il rapporto tra Federico Zeri e la casa editrice Einaudi, soffermandosi su alcune delle pubblicazioni e dei progetti più importanti: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Pittura e Controriforma. L'arte senza tempo di Scipione da Gaeta&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (1957, recensita da Castelnuovo sul «Notiziario Einaudi», VII, 1, gennaio 1958); &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Due dipinti, la filologia e un nome. Il Maestro delle Tavole Barberini &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;(1961, di cui racconta il lavoro editoriale svolto con Giovanni Romano); l’incompiuta &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Storia della pittura italiana &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;e le difficili vicende della &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Storia dell’arte italiana&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;, nate dallo scontro con Giovanni Previtali. “[...] un personaggio d’eccezione verso il quale conservo un’enorme ammirazione mista a qualche rimpianto per uno straordinario talento non sempre, negli ultimi anni, bene amministrato”: così Castelnuovo chiude su Zeri, rievocando la loro rottura nel 1993, proprio a causa di un suo articolo in difesa di Previtali (&lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/5"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Quel Duca silurato dal Kgb&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Una copia dell’opera è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/lettere-alla-casa-editrice/UTO03001614"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore, anno 145, n. 45, p. 34 (inserto &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;)</text>
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              <text>«Il Sole 24 Ore» – Domenica 18 gennaio 2009, n. 17, p. 35&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
SCAFFALART&#13;
&#13;
Giotto? Buon investimento&#13;
&#13;
Enrico Scrovegni costruì e decorò la Cappella a Padova per manifestare solidità e buon uso dei soldi. E non, come s’è detto, per farsi perdonare di essere stato usuraio&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
di Enrico Castelnuovo&#13;
«E or ha Giotto il grido». Il giudizio di Dante era destinato ad avere lunga vita. Ancora sulla spinta del restauro rivelatore degli Scrovegni il 2008 ha visto uscire a ruota libri a Giotto dedicati. In Italia ne sono stati pubblicati due importanti: L’O di Giotto di Serena Romano e L’affare migliore di Enrico di Chiara Frugoni. Storica dell’arte la prima, storica, con un particolare e consolidato interesse per il mondo delle immagini, la seconda. Diversi per la materia trattata e l’approccio, anche se entrambi hanno un bel corredo iconografico sono testi da leggere, non solo da guardare. Rivelatori, enigmatici i titoli. Qual è l’«affare migliore» di Enrico che dà nome al libro di Chiara Frugoni? A cosa avrà voluto alludere Serena Romano quando ha richiamato il celebre episodio raccontato o forse inventato dal Vasari?&#13;
Cominciamo di qui. Richiesto di un disegno di sua mano da portare al papa in Avignone Giotto, per mostrare la propria assoluta e inimitabile maestria, si sarebbe limitato a tracciare su un foglio a mano libera un perfetto O. Il fatto che pochi mesi dopo quello di Serena Romano uno studioso americano, Andrew Ladis, abbia pubblicato un libro con lo stesso titolo (The Giotto’s O. Narrative Figuration and Pictorial Ingenuity in the Arena Chapel) mostra quanto l’aneddoto sia considerato rivelatore ed emblematico. Per l’autrice questa scelta vuol essere una sorta di metafora del tragitto dell’artista nei suoi anni capitali. È questo percorso, dalle storie di Isacco in San Francesco ad Assisi alla cappella degli Scrovegni – una quindicina di anni appena che cambiarono il volto della pittura – a porre il problema che divide da oltre un secolo gli storici dell’arte. Fu la stessa persona a intervenire sulla parete settentrionale della Basilica superiore dipingendovi, verso il 1290 le due storie del patriarca, a dirigere quindi la realizzazione del sottostante ciclo con la leggenda di san Francesco, a realizzare infine la decorazione pittorica della cappella padovana conclusa attorno al 1305? Se sì, come spiegare l’incalzare del cambiamento stilistico in tempi tanto brevi? Problema annoso, puntualmente affrontato, costantemente irrisolto.&#13;
Serena Romano evoca analoghe accelerazioni e fratture consumatesi a Roma intorno al 1600, a Parigi nel primo Novecento e insiste con insolita ampiezza di orizzonti (attestata dalla vastissima bibliografia) nell’incrociare con il percorso di Giotto strumenti retorici, tecniche, contesti religiosi e liturgici, culturali e storico-politici, non per cercarvi delle spiegazioni, ma per individuare le attese e le domande che i tempi ponevano e le risposte venute dall’artista. Per illustrare e dimostrare la coerenza di una carriera pittorica, temi e aspetti diversi sono messi a fuoco nelle due parti che compongono il libro. La prima, l’assisiate, insiste sulla narrazione, sulla rappresentazione delle storie e su e come esse vengano strutturate dalla costruzione dello spazio, la seconda, la padovana, è centrata sul modo di rendere persone, volti, materie, cose nel loro rapporto con un nuovo modo di guardare e raffigurare la natura, ciò che i contemporanei sorpresi e ammirati esaltarono in Giotto. Vi è una intensa riflessione sui rapporti ipotizzati, complessi mutevoli e reiterati, di Giotto con Roma e con l’antico si trovano nuovi spunti sul soggiorno riminese, si propone una nuova interpretazione sulle cause della chiamata a Padova, sulla molteplicità dei personaggi coinvolti e sul convergere degli interessi che la determinarono. Ma valeva forse la pena di interrogarsi anche sulla decorazione della cappella di San Nicola nella chiesa inferiore di Assisi, la cui data precoce pone un bel problema nello svolgersi di quegli anni.&#13;
Veniamo ora a Enrico. Chiara Frugoni abborda il problema Scrovegni nelle intenzioni del committente e nelle realizzazioni dell’artista, e rovescia l’interpretazione e la motivazione correnti che sono ancora accolte nel recentissimo libro di Anna Derbes e Mark Sandona The Usurer’s Heart. Giotto, Enrico Scrovegni and the Arena Chapel in Padua. L’«affare migliore» di Enrico è stato quello che gli ha permesso di ottenere fama imperitura, di far sì che il nome della famiglia fosse ricordato attraverso i secoli: la costruzione della cappella, l’aver chiamato a lavorarvi Giotto e Giovanni Pisano.&#13;
L’edificazione di una piccola chiesa attigua allo splendido palazzo degli Scrovegni, la sua decorazione a opera del più grande artista del momento, la sua apertura a tutti i fedeli non furono un’espiazione, una penitenza per l’usura praticata del padre Reginaldo e dallo stesso Enrico ma sono da vedere in positivo come esaltazione dell’operosità, della generosità e del buon uso delle ricchezze, una gigantesca impresa promozionale, un’eccellente pedina in un progetto di legittimazione e di ascesa sociale e politica.&#13;
Lo attestano il titolo della cappella, Santa Maria della Carità, l’analisi della vita e degli atti del committente, quella delle forme e dei modi in cui le sue ultime volontà sono espresse nel testamento – analizzato e tradotto da un grande diplomatista come Attilio Bartoli Langeli – redatto da ben tre notai nel 1336 a Venezia dove Enrico Scrovegni era costretto in esilio, alla presenza di trentaquattro (sic!) testimoni di elevatissimo rango. La chiesa costruita e decorata "de bonis propriis", con il proprio danaro come la piccola comunità religiosa di cui venne dotata, fu un’impresa essenziale per lo Scrovegni. Qui fece preparare la propria tomba, qui volle fosse posta la propria immagine scolpita, qui volle l’altare coperto dai preziosi panni ricamati concessigli dalla Basilica veneziana di San Marco. E qui fece rivestire le pareti di finti marmi e di uno stupefacente ciclo di pitture che, dalle storie della Vergine, della Giovinezza e della Passione di Cristo, culminasse in un colossale Giudizio Universale. Vi sarà rappresentato tra gli eletti inginocchiato, nell’atto di offrire alla Vergine il modello dell’edificio, nella posa medesima in cui nella scena dell’Adorazione il re mago porge il suo dono al Bambino.&#13;
Ogni accenno all’usura è bandito fino a far scomparire le monete dai banchi dei cambiavalute della Cacciata dal tempio. Si prediligono personaggi ricchi e caritatevoli che abbiano fatto uso buono e ragionevole delle loro ricchezze, come il protagonista delle prime storie, Gioacchino, il padre della Vergine che dava in elemosina il terzo dei suoi beni. Nelle Virtù e nei Vizi dipinti nello zoccolo si oppone alla personificazione della Caritas non l’Avaritia, che poteva suscitare associazioni sgradevoli, bensì l’Invidia.&#13;
Tout se tient in questa argomentazione incalzante. Resta solo una domanda: chi fu l’«impaginatore» del ciclo, chi fu colui che seppe interpretare ma in qualche modo anche condurre il pensiero di Enrico e ne fu tramite all’artista? Perché se lo Scrovegni aveva scoperto in Giotto non solo il più grande artista del suo tempo ma anche chi condivideva con lui certi valori (e lo dimostrerebbe una canzone contro la povertà attribuita a Giotto), il problema di un mediatore, di una sorta di alter ego erudito del committente, rimane aperto.&#13;
Serena Romano, «La O di Giotto», Electa, Milano, pagg. 420, € 38,00;&#13;
Chiara Frugoni, «L’affare migliore di Enrico. Giotto e la cappella Scrovegni», Einaudi, Torino pagg. 536, € 65,00.&#13;
&#13;
Gran committente. Il banchiere padovano Enrico Scrovegni, immortalato da uno scultore anonimo nel 1303-1305. Nella foto in alto, l’interno della Cappella Scrovegni a Padova che il banchiere edificò e fece affrescare da Giotto. &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Alighieri, Dante&#13;
-	Bartoli Langeli, Attilio&#13;
-	Derbes, Anna&#13;
-	Einaudi&#13;
-	Electa&#13;
-	Frugoni, Chiara&#13;
-	Giotto&#13;
-	Giovanni Pisano&#13;
-	Ladis, Andrew&#13;
-	Romano, Serena&#13;
-	Sandona, Mark&#13;
-	Scrovegni, Enrico&#13;
-	Scrovegni, Reginaldo&#13;
-	Vasari, Giorgio&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI CITATI&#13;
-	Assisi [Perugia]&#13;
o	Basilica inferiore di San Francesco&#13;
	Cappella di San Nicola&#13;
o	Basilica superiore di San Francesco&#13;
-	Avignone [Francia]&#13;
-	Padova&#13;
o	Cappella degli Scrovegni [Cappella dell’Arena]&#13;
o	Palazzo degli Scrovegni&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
-	Roma&#13;
-	Venezia&#13;
o	Basilica di San Marco</text>
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                <text>Giotto? Buon investimento</text>
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                <text>Recensione delle opere:&lt;br /&gt;&#13;
&lt;ul&gt;&#13;
&lt;li&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Serena Romano, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;La O di Giotto&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;, Milano, Electa, 2008;&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&#13;
&lt;li&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Chiara Frugoni, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;L'affare migliore di Enrico. Giotto e la cappella Scrovegni&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;, con l'edizione, la traduzione e il commento del testamento di Enrico Scrovegni a cura di Attilio Bartoli Langeli e un saggio di Riccardo Luisi, Torino, Einaudi, 2008.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&#13;
&lt;/ul&gt;&#13;
&lt;span&gt;Castelnuovo aveva già introdotto la tematica giottesca in altri articoli, nel 1985 (&lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/60"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;La pecora di Giotto&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;), nel 1994 (&lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/211"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Nuove "O" di Giotto&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;), nel 1995 (&lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/124"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Torna Giotto con la forza degli azzurri&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;) e nel 2005 (&lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/273"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;La docta manus al lavoro&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;Una copia delle opere (&lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/la-o-di-giotto/UTO02653577"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;La O di Giotto&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;, &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/laffare-migliore-di-enrico-giotto-e-la-cappella-scrovegni/UTO00923600"&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;L'affare migliore di Enrico&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;) è presente nel fondo librario dell’autore, conservato nella Biblioteca Storica dell’Ateneo “Arturo Graf”.&lt;/span&gt;</text>
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                <text>Enrico Castelnuovo</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore, anno 145, n. 17, p. 35 (inserto &lt;em&gt;Domenica&lt;/em&gt;)</text>
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                <text>Il Sole 24 Ore; digitalizzazione: Archivio storico dell'Università di Torino (2025)</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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                <text>&lt;spanhelvetica neue="" arial="" font-weight:normal="" font-style:normal="" color:="" 000000="" data-sheets-root="1"&gt;&lt;spanhelvetica neue="" arial="" font-weight:normal="" font-style:normal="" text-decoration:underline="" text-decoration-skip-ink:none="" -webkit-text-decoration-skip:none="" color:="" 1155cc=""&gt;&lt;a class="in-cell-link" target="_blank" href="https://atom.unito.it/index.php/il-sole-24-ore" rel="noopener"&gt;Inventario&lt;/a&gt;&lt;spanhelvetica neue="" arial="" font-weight:normal="" font-style:normal="" color:="" 000000=""&gt; del fondo Enrico Castelnuovo, unità archivistica «Il Sole 24 Ore» (Archivio storico dell'Università di Torino)&lt;/spanhelvetica&gt;&lt;/spanhelvetica&gt;&lt;/spanhelvetica&gt;</text>
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        <name>Arte XIII secolo</name>
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        <name>Arte XIV secolo</name>
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