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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per «La Stampa» e il suo supplemento &lt;em&gt;Tuttolibri&lt;/em&gt;, dal 1978 al 1994. Comprende, inoltre, quattro interviste rilasciate da Castelnuovo al quotidiano nei primi anni Duemila</text>
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      <description>A resource consisting primarily of words for reading. Examples include books, letters, dissertations, poems, newspapers, articles, archives of mailing lists. Note that facsimiles or images of texts are still of the genre Text.</description>
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              <text>Tuttolibri – Anno 29, n. 1463, p. 12&#13;
(supplemento a «La Stampa» del 14 maggio 2005)&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Un allievo di Longhi che difende l’arte dall’auditel&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Enrico Castelnuovo&#13;
Ero andato a sentire le lezioni di Pierre Lavedan e di Élie Lambert alla Sorbona, ma non ne avevo avuto una grande impressione; seguivo invece un bel seminario tenuto da André Chastel alla quarta sezione dell’École des hautes études. Tranne Chastel, che avevo incontrato a Firenze in casa Longhi, a Parigi non conoscevo nessuno. E fu proprio Longhi che mi consigliò di incontrare Michel Laclotte, parlandomene come di un giovane molto bravo che lavorava all’Ispettorato dei musei di provincia occupandosi dei primitivi italiani. Così, una cinquantina d’anni fa nacque un’amicizia. [...]&#13;
Ho sempre ammirato la sua rapidità, l’efficacia e la capacità di decidere senza esitazioni e ripensamenti che attribuivo alla sua origine bretone, richiedendo la navigazione decisioni immediate. Capacità di decidere che si manifestava nelle grandi come nelle piccole cose. Una volta che visitavamo insieme a Siena una di quelle bellissime mostre di ricognizione regionale in cui Enzo Carli rivelava i tesori artistici del contado e della Maremma, mi dichiarò, dopo circa due ore, di avere esaurito le proprie capacità di apprensione e se ne andò al cinema (era, ed è, un cinefilo e un melomane appassionato). Io rimasi, convinto che malgrado la stanchezza un’ulteriore indagine mi avrebbe assai giovato, e indugiai per altre due ore. A distanza di decenni ho potuto constatare che Michel aveva un ricordo degli oggetti esposti assai migliore del mio.&#13;
Ma veniamo alle grandi imprese, quelle che lo hanno reso celebre nel mondo intero. [...]&#13;
Michel Laclotte ha mostrato le sue qualità di grande organizzatore, di grande manager, capace di animare e organizzare un lavoro comune, di discutere con ministri, capi di Stato, artisti, celebri architetti, collezionisti, mercanti, come con i colleghi, con il personale del museo e con gli studiosi, non dimenticando un solo momento di essere uno storico dell’arte e sentendo tutta la responsabilità della tutela del patrimonio.&#13;
Varrà la pena di citare alcune sue considerazioni finali sul futuro delle esposizioni d’arte minacciato dal crescere delle mostre block-buster – «il rischio è che si rinunci a certi temi considerati più difficili di Van Gogh, Tutankamen o Vermeer» – e sul futuro dei musei, sui quali plana la spada di Damocle del manager-demiurgo: «soltanto un uomo o una donna della "casa", storico dell’arte di formazione, qualcuno che abbia avuto a che fare direttamente con le collezioni, avrà l’esperienza e i riflessi che occorrono per orientare una politica di mostre, di pubblicazioni scientifiche, di programmi culturali, di allestimenti museografici. Dovrebbe essere evidente».&#13;
E ancora: «Ma quando certi musei o monumenti vengono affidati in gestione a imprese private che cercano a tutti costi di fare “auditel”, dunque profitto, eludendo il controllo dei conservatori, allora si può andare incontro a deviazioni gravi. Gli esempi, purtroppo, non mancano. La vocazione del museo non è quella di attirare pubblico a tutti i costi».&#13;
Pronunciate da chi ha dato una nuova dimensione e una nuova vita a uno dei massimi musei del mondo, sono parole che dovrebbero far riflettere, specie in Italia dove aleggia da qualche tempo il mito della “managerialità”. &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Carli, Enzo&#13;
-	Chastel, André&#13;
-	Gogh, Vincent van&#13;
-	Inspection des musées provinciaux&#13;
-	Laclotte, Michel&#13;
-	Lambert, Élie&#13;
-	Lavedan, Pierre&#13;
-	Longhi, Roberto&#13;
-	Tutankhamon&#13;
-	Vermeer, Johannes &#13;
&#13;
LUOGHI E ISTITUZIONI CITATI&#13;
-	Firenze&#13;
-	Maremma&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
o	École pratique des Hautes Études&#13;
o	Sorbonne Université&#13;
-	Siena</text>
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                <text>&lt;span&gt;Stralcio della prefazione redatta da Castelnuovo per il volume &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Storie di musei. Il direttore del Louvre si racconta&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; di Michel Laclotte&lt;/span&gt; &lt;span&gt;(Milano, Il Saggiatore, 2005); l’articolo accompagna la recensione dell’opera di Guido Curto, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Il signore del Louvre. &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;Castelnuovo presenta un profilo di Laclotte a partire dai propri ricordi degli anni giovanili, soffermandosi sul suo impegno di storico dell’arte, funzionario e direttore del Musée du Louvre.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Una copia dell’opera è presente nel fondo librario dell'autore, conservato dalla &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/storie-di-musei-il-direttore-del-louvre-si-racconta/UTO00474237?locale=eng"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Biblioteca storica d'Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;.&lt;/span&gt;</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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              <text>«La Stampa» – Anno 138, n. 329 – Domenica 28 novembre 2004, p. 31&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
«Jus primae noctis», eroismo dei templari, sacralità dei monasteri: cento specialisti demoliscono i più radicati equivoci sull'età di mezzo&#13;
&#13;
Sesso, bugie e Medioevo&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Renato Rizzo&#13;
TORINO&#13;
Lo «jus primae noctis» su cui si sono costruite pruriginose commedie e tragedie di gotica atmosfera? Mai esistito: solo un esempio di quell'irregolarità del pittoresco che coinvolge e affascina chi cerca nel Medioevo vacue Beautiful da secoli bui. I templari? Sotto l'armatura, quasi niente: il mito che ha ammantato questi cavalieri dalla gloriosa figura è poco più d'una allegoria del vuoto. Non stavano a guardia del Tempio, avevano poco a che spartire con l'epica e con l'etica della ricerca del Graal: usando una certa forzatura prosaica li si potrebbe definire un gruppo di volontari pronti ad assistere i pellegrini lungo le strade che conducevano in Terra Santa. I grandi monasteri? Più ancora che silenti luoghi del sacro, eccoli proporsi – grazie alla loro sterminata produzione d'immagini destinate all'indottrinamento di fedeli in gran parte analfabeti – come pervasivi detentori d'una sorta di «monopolio televisivo» con annesso e immancabile conflitto d'interessi: al punto da spingere l'imperatore bizantino a una smania iconoclasta politicamente calcolata. Tre esempi di Medioevo come mondo nebbioso e fluttuante sull'orizzonte del nostro sapere: spesso riplasmato in modo contraddittorio dal tempo che trasforma la storia in radice di favola.&#13;
Sono tanti e labirintici i Medioevi che coesistono nei 10 secoli dell'Età del Mezzo: c'è quello dei mercanti e quello degli artisti, quello della Chiesa e quello dei principi, quello delle invenzioni e quello delle rivisitazioni più o meno apocrife. Oggi, a collezionare e a raccontare questi panorami diversi, quattro volumi della collana Grandi Opere dell'Einaudi, nati da un progetto dello storico dell'Arte Enrico Castelnuovo e del medievista Giuseppe Sergi: s'intitolano Arti e Storia nel Medioevo e si propongono «di mettere in scena un dialogo tra storici dell'arte, attenti alla portata culturale dei documenti figurativi, e storici delle realtà sociali e politiche medievali, che sanno cogliere i molteplici punti di contatto con la nascita e lo sviluppo delle civiltà artistiche».&#13;
Un coro di cento specialisti tra i più prestigiosi d'Europa per raccontare insieme un viaggio tra arte e storia durato mille anni: era mai accaduto?&#13;
Sergi: «Credo proprio di no. Sino a ora non esisteva un'opera nella quale gli storici fossero riusciti a mettere da parte i loro due principali vizi: superare la tradizione secolare che, a ragione, li presenta come i più presuntuosi tra gli scienziati sociali e che, di conseguenza, li consegna al secondo vizio: ignorare l'importanza della storia dell'Arte».&#13;
Castelnuovo: «In questo lavoro non c'è né contrapposizione né egemonia tra le due discipline: il rapporto è visto e vissuto nella sua complessità».&#13;
Vediamoli, allora questi «Medioevi» che riaffiorano scorrendo i vari volumi: via via si dipana il racconto dei «tempi», degli «spazi» e delle «istituzioni» con i «paesaggi scritti» e quelli «rappresentati», i «luoghi del potere», i modelli. Quindi si descrivono i protagonisti: gli artisti, gli artigiani, i committenti e i nessi tra immagini, letteratura e predicazione. Per approdare a «ciò che resta dell'età di mezzo» nei secoli successivi, agli usi politici che se ne sono fatti, ai revival, alle reinvenzioni.&#13;
C: «Il primo sforzo è stato quello d'entrare nel vivo della produzione artistica con i problemi e le meraviglie delle singole tecniche prendendo in esame, soprattutto, la "ricezione" dei contemporanei che, sovente, stravolge la gerarchia delle arti alla quale siamo abituati: stoffe, decorazione di vetri, oreficeria, illustrazione di codici erano considerati, spesso, più importanti degli affreschi e dei quadri».&#13;
S.: «Prendiamo il caso di pitture murali con o senza iscrizioni di precetti: erano vere opere d'arte funzionali, a volte promemoria per chi non sapeva leggere. Quasi nobilissimi riquadri di cantastorie. Il problema è che noi, oggi, osserviamo il Medioevo in base a quella deformazione prospettica che vizia sempre ogni rapporto con il passato. Così d'un periodo storico durato ben 10 secoli ci resta impressa soprattutto l'immagine dei suoi ultimi duecento anni. Un altro esempio? Il castello. Siamo abituati ad immaginare come prototipo quello residenziale – le costruzioni che vediamo in Val d'Aosta, per intenderci – ignorando che nei secoli centrali era totalmente diverso».&#13;
Medioevo è spesso sinonimo di cattedrali: le chiese che Goethe definiva «opere di architetti che hanno fatto salire le montagne sino al cielo».&#13;
C: «Questo argomento ci induce a gettare uno sguardo di più ampio respiro su ciò che di quell'Età rimane nei periodi storici successivi. Se parliamo d'arte in senso stretto vediamo che il Medioevo offre una "lettura a partire dai vuoti": da quell'1% di opere sopravvissute alle varie campagne iconoclaste. Ma l'arte ci guida a considerare anche gli usi politici di quel passato, i molti revival gotici e neogotici. Ho scritto che se un fantasma ha percorso l'Europa nel XIX secolo non fu solo quello del comunismo, ma anche quello della cattedrale. Distrutta, abbandonata, pianta, restaurata, esaltata, essa rappresentò il sogno di un'opera d'arte totale in cui, di volta in volta, s'incarnava lo spirito d'uno Stato, l'anima e la dottrina del cristianesimo, la rinascita delle città».&#13;
Simbolismi, interpretazioni che s'addentrano nelle ideologie. Victor Hugo vede Notre Dame come «l'opera colossale d'un uomo e d'un popolo, di operai disciplinati dal genio dell'artista», Chateaubriand paragona la cattedrale a una delle foreste in cui il genere umano ha ricavato il suo primo tempio, la Germania del 1800 la riconosce come simbolo della nazione tedesca. Ma consentite la provocazione: il Medioevo è di destra, di centro o di sinistra?&#13;
S.: «Per capire bisogna prendere le mosse dai pregiudizi negativi dell'Illuminismo che ha valutato quest'Età come quella del disordine, della decadenza, della superstizione. Poi si arriva ai pregiudizi positivi del Romanticismo che l'ha interpretata come infanzia delle nazioni, con radici identitarie non più soffocate dall'impero romano. Su quest'onda approdiamo al Novecento. Già nell'Italia fascista, che pure guardava ai miti dell'antica Roma, s'affaccia un Medioevo di destra: è nostalgia d'una società intrisa di religiosità, con una forte organizzazione gerarchica, di valori della forza militare e dell'obbedienza considerati come caratteristiche della nobiltà».&#13;
Nella «battaglia» delle ideologie avanzano, però, anche letture d'altro segno.&#13;
S.: «Certo: di centro e di sinistra. A ispirarle ci sono i principi di solidarietà che, secondo un'immagine edulcorata, muovono le comunità rurali, ma anche i feudatari visti come grandi possessori terrieri con poteri di vita e di morte sui contadini, i roghi delle streghe, l'inquisizione, le chiese e i palazzi edificati sul sudore e sul sangue dei poveri. E, poi, il capitalismo, giudicato positivamente da Adam Smith e negativamente da Karl Marx, aveva bisogno per contrasto di un "prima" che fosse autoritario, chiuso, statico».&#13;
Sulle tracce di questi mille anni non si sono messi solo gli storici sociali e dell'arte: c'è stata e c'è una moda sguinzagliata alle calcagna d'un Medioevo riprodotto. Nel vostro lavoro si discute di quest'epoca lontana, spesso «ambiguamente verosimile», immaginata attraverso nuove arti: le illustrazioni, il fumetto. E soprattutto il cinema in un fiorire di «Gothic revival» con opere mediocri, ma anche con quelle intellettualmente impegnate di Bergman, Bunuel, Pasolini.&#13;
C: «Ci sono casi in cui l'Età di Mezzo diventa spazio privilegiato per raccogliere miti e favole e, sovente, si fonda su un repertorio cristallizzato che sfrutta e rievoca stereotipi nati, magari, da leggende. Pensiamo, ad esempio, a quella del Santo Graal, di cui ciclicamente compaiono "rivelazioni" e rivisitazioni: risale all'Ottocento». &#13;
S.: «E i Templari? Oggi i siti Internet che trattano questi argomenti sono, con ogni probabilità, tra i più frequentati. Eppure tutto ciò di cui si parla e si discute altro non è che storia mal digerita da sedicenti intellettuali in cerca di legittimazione».&#13;
&#13;
Il progetto di Castelnuovo e Sergi per la collana «Grandi opere» Einaudi: quattro volumi per ridiscutere mille anni di storia&#13;
Arte, politica, società, scienza. Un affresco che adotta il punto di vista dei contemporanei e sconvolge le gerarchie&#13;
&#13;
I segni dello Zodiaco in una miniatura medievale&#13;
 &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Bergman, Ernst Ingmar&#13;
-	Buñuel Portolés, Luis&#13;
-	Chateaubriand, François-René de&#13;
-	Einaudi&#13;
-	Goethe, Johann Wolfgang von&#13;
-	Hugo, Victor&#13;
-	Marx, Karl&#13;
-	Pasolini, Pier Paolo&#13;
-	Rizzo, Renato&#13;
-	Sergi, Giuseppe&#13;
-	Smith, Adam&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI E ISTITUZIONI CITATI&#13;
-	Parigi [Francia], Cattedrale di Notre-Dame de Paris &#13;
-	Terra Santa&#13;
-	Torino&#13;
-	Valle d’Aosta</text>
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                <text>&lt;span&gt;Renato Rizzo intervista Enrico Castelnuovo e Giuseppe Sergi in occasione della pubblicazione degli ultimi due volumi dell’opera &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Arti e Storia nel Medioevo&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; (Torino, Einaudi, 2002-2004, 4 voll.), focalizzando il discorso sulla collaborazione tra storici e storici dell’arte e discutendo alcuni dei luoghi comuni che pesano sulla lettura del periodo. Sul supplemento domenicale de «Il Sole 24 Ore» Castelnuovo aveva già presentato il primo volume dell'opera, &lt;i&gt;Tempi, spazi, istituzioni&lt;/i&gt;&amp;nbsp;(&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/204"&gt;10 marzo 2002&lt;/a&gt;) e il secondo, &lt;i&gt;Del costruire: tecniche, artisti, artigiani, committenti&amp;nbsp;&lt;/i&gt;(&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/255"&gt;8 giugno 2003&lt;/a&gt;).&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Una copia dell’opera è presente nel fondo librario di Castelnuovo, conservato dalla &lt;/span&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/arti-e-storia-nel-medioevo/UTO00548080?locale=eng&amp;amp;tabDoc=tabcontiene"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Biblioteca storica d'Ateneo “Arturo Graf”&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per «La Stampa» e il suo supplemento &lt;em&gt;Tuttolibri&lt;/em&gt;, dal 1978 al 1994. Comprende, inoltre, quattro interviste rilasciate da Castelnuovo al quotidiano nei primi anni Duemila</text>
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              <text>«La Stampa» – Anno 136, n. 335 – Domenica 8 dicembre 2002, p. 5&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Lo storico dell’arte Enrico Castelnuovo&#13;
&#13;
«Sono due tele del periodo olandese. Celebri, ma non l’apice della sua arte»&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Intervista&#13;
Claudio Giacchino&#13;
CERCHIAMO lo storico dell’arte Enrico Castelnuovo per avere un commento sulle due opere di Van Gogh ora in mano ai ladri. Il professore è a Parigi «dove ho una sessione di lauree, adesso mi trovo nel Beaubourg, a una mostra di Max Beckmann, affascinante pittore espressionista. Mi hanno detto di quanto è accaduto ad Amsterdam, non so però ancora che cosa è stato portato via». Glielo diciamo, la voce dello storico ha un sussulto: «Davvero, uno dei quadri ritrae la spiaggia di Scheveningen? Quale incredibile coincidenza, sono davanti a un quadro di Beckmann che ritrae la spiaggia di Scheveningen».&#13;
Sì, professore, è proprio straordinaria. A proposito della «Spiaggia di Scheveningen prima di una tempesta» dipinta da Van Gogh nel 1882, è possibile stimarne il valore?&#13;
«É una tela che risale al periodo giovanile, quindi anteriore alle opere “francesi”, ai dipinti parigini e di Arles che costituiscono le vette dell’arte vangoghiana. Di conseguenza. il valore è inferiore ai prezzi stratosferici raggiunti dal pittore olandese».&#13;
Già, dodici anni fa il «Ritratto del dottor Gachet» fu battuto da Christie’s per 82 milioni di dollari. Quella cifra è ancora record, mai un quadro è stato pagato più caro.&#13;
«Qui siamo su livelli inferiori. A ogni modo, non si tratta di cifre, qualsiasi Van Gogh è invendibile: figurarsi poi uno conservato al Museo di Amsterdam, schedato, conosciutissimo come tutti quelli lì esposti. No, al di là del suo valore, della stima che se ne può dare, chi l’ha rubato non può venderlo, appena lo mette in circolazione viene subito scoperto. Piuttosto, qual è l’altra opera trafugata?».&#13;
«La congregazione lascia la chiesa riformata di Noenen». È degli inizi del 1884.&#13;
«Anche questo quadro appartiene al periodo olandese: vale lo stesso discorso fatto per "La spiaggia", i ladri non hanno alcuna possibilità di metterlo sul mercato. Apparentemente si tratta di un furto insensato, assurdo. A meno che non sia stato compiuto da assoluti ignorantoni, da individui che non sanno quanto sia celebre ogni lavoro di Van Gogh e, nella loro stoltezza, s’illudono di monetizzare il colpo. Però, è difficile ipotizzare che simili sprovveduti abbiano architettato una simile impresa».&#13;
Quindi, l’ipotesi più concreta è quella del furto su commissione?&#13;
«Sì, è probabile. Anche se su tali ruberie si vocifera, si fantastica, però mai s’è trovato qualcosa che suffragasse un giro mondiale di collezionisti "neri", come vengono chiamati, che fanno rubare la tal tela nel tal museo per poi chiuderla in un forziere e averla tutta per sé. Spesso si favoleggia di ricchissimi giapponesi malati d’arte, ma in definitiva chissà se esistono, o se sono soltanto leggende metropolitane. Nel Medio evo si facevano trafugare le reliquie dei santi per inseguire la vita eterna, adesso magari si commissiona il furto di capolavori della pittura inseguendo un sogno d’estasi artistica che più individualista, segreto non potrebbe essere. Forse però l’ipotesi più fondata è quella del riscatto».&#13;
&#13;
Sarebbe a dire?&#13;
«I ladri sono ben consapevoli che Vincent Van Gogh è impossibile da commercializzare e allora hanno fatto il colpo per poi chiedere un riscatto alle assicurazioni: voi dovrete pagare fior di miliardi al Museo, dateci un quarto della cifra e vi facciamo ritrovare i quadri. Mi auguro sia così, in tal caso potremo ammirare di nuovo la “Spiaggia di Scheveningen” e la “Congregazione”. La vera iattura sarebbe che le tele fossero in mani inesperte. In questo caso rischieremmo di non rivederle mai più».&#13;
&#13;
«La congregazione lascia la chiesa riformata di Noenen»; «Spiaggia di Scheveningen prima di una tempesta». Il dipinto, che misura 34 per 51 centimetri, è del 1882 &#13;
 &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Beckmann, Max&#13;
-	Christie’s&#13;
-	Gachet, Claude&#13;
-	Giacchino, Claudio&#13;
-	Gogh, Vincent van&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI E ISTITUZIONI CITATI&#13;
-	Amsterdam [Paesi Bassi]&#13;
o	Van Gogh Museum&#13;
-	Arles [Francia]&#13;
-	Nuenen [Nuenen, Gerwen en Nederwetten, Paesi Bassi]&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
o	Centre Georges Pompidou&#13;
-	Scheveningen [Aia, Paesi Bassi]&#13;
o	spiaggia di Scheveningen</text>
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                <text>«Sono due tele del periodo olandese. Celebri, ma non l'apice della sua arte»</text>
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                <text>&lt;span&gt;Claudio Giacchino intervista Enrico Castelnuovo in occasione del furto di due tele del Van Gogh Museum di Amsterdam (&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;La congregazione lascia la chiesa riformata di Noenen&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;, inv. s 416 M/1990; &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Spiaggia di Scheveningen prima di una tempesta&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;, inv. s 3 V /1962). Castelnuovo contestualizza le opere nel catalogo di Van Gogh e ragiona sul loro valore economico, portando ipotesi sul movente della rapina. &lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Le tele sono state ritrovate nel 2016 a Castellammare di Stabia presso Napoli e riconsegnate al Museo&lt;/span&gt;: si era trattato di un furto commissionato dal boss Raffaele Imperiale. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;L’intervista accompagna l’articolo di Enrico Singer,&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt; Doppio furto al Museo Van Gogh&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;.&lt;/span&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per «La Stampa» e il suo supplemento &lt;em&gt;Tuttolibri&lt;/em&gt;, dal 1978 al 1994. Comprende, inoltre, quattro interviste rilasciate da Castelnuovo al quotidiano nei primi anni Duemila</text>
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              <text>«La Stampa» – Anno 136, n. 222 – Giovedì 15 agosto 2002, p. 5&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
I capolavori assediati nella Firenze dell’Elba che non trova pace&#13;
&#13;
Lo storico Castelnuovo: Dresda soffre di un passato maledetto, dall’assedio prussiano del 1760 alle bombe incendiarie alleate, fino all’Armata Rossa&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Il giovane Goethe era studente quando visitò Dresda e salì sulla Frauenkirche, la grande chiesa barocca simbolo della città. Vide «misere rovine disseminate in mezzo al bell’ordine cittadino», come avrebbe poi scritto. E il sacrestano gli elogiò «l’arte dell’architetto, che aveva edificato chiese e cupole, fin d’allora, per un caso così indesiderato». Erano passati pochi anni dall’assedio prussiano del 1760, che aveva seminato morte e distruzione e incendiato la già famosissima galleria d’arte. Molti dei dipinti erano stati portati in salvo, ma alcuni, in particolare un bel «Battesimo di Cristo» di Giacomo Raibolini detto il Francia, pittore bolognese cinquecentesco, furono danneggiati.&#13;
La capitale della Sassonia sembrava ferita a morte. Ora, a 67 anni dal terribile bombardamento anglo-americano che, nella notte fra 13 e il 14 febbraio 1945, la trasformò in un immenso braciere facendo più vittime della bomba di Hiroshima, è la volta dell’acqua. Che non provoca carneficine come gli spezzoni incendiari, ma uccide, danneggia, distrugge e soprattutto arresta come in una sospensione senza tempo la lenta rinascita della città, ancora intenta nel lungo lavoro di rimarginare le ferite causate dalla guerra. Prendiamo la Frauenkirche, allora, mi dice il professor Enrico Castelnuovo: i restauri dovevano terminare l’anno prossimo, al più tardi nel 2004.&#13;
La chiesa da cui il giovane Goethe contemplò altre rovine era sul punto di tornare allo splendore originale, dopo tanto tempo. Ora chissà. E intanto i capolavori della Gemäldegalerie Alte Meister, una delle pinacoteche più importanti del mondo, vanno nei magazzini, se l’acqua che è già salita verso il primo piano non ha fatto in tempo a rovinarne una parte. Per un bel po’ non vedremo la «Madonna Sistina» di Raffaello, o la «Donna col ventaglio di piume» del Tiziano, la «Cena in Emmaus» di Paolo Veronese, i ritratti di Agostino Carracci, i maestri ferraresi, i Rubens, i Raffaello e in generale le tante tele del nostro Rinascimento che gli Elettori di Sassonia, e cioè i sovrani che vollero Dresda per capitale, comperavano dagli eredi più o meno rovinati delle signorie italiane.&#13;
Capolavori a rischio perenne: in quella tormentata area d’Europa non furono solo le truppe di Federico il Grande a minacciarli. Scamparono al napalm dei bombardamenti, ma non all’Armata Rossa, che dopo aver occupato la città li requisì in blocco. Dopo la nascita della Ddr, l’Urss li restituì allo Stato «fratello» e soggiogato, ma poco alla volta, con mille difficoltà. Tutto è stato difficile, nel lungo dopoguerra. «L’alluvione per Dresda è veramente catastrofica, dati i disastri subiti durante il conflitto e i restauri relativamente recenti, portati avanti solo ora», commenta il grande storico dell’arte, in viaggio verso l’Italia dall’Austria con sotto gli occhi una situazione disastrosa: a Linz si stava tenendo un’importante mostra sul gotico, diffusa sul territorio in piccole sezioni regionali, di cui al momento non si sa nulla. Dessau, la «Venezia bavarese», è inondata. E Dresda, la «Firenze dell’Elba», diventa il simbolo di una catastrofe, speculare a Praga.&#13;
«Il paragone tra le due città è difficile. Praga ha in sé una lunga stratificazione storica, che parte dagli edifici medioevali. Dresda, invece, è nata in modo unitario, potremmo dire tutta insieme, come capitale barocca, come nuova capitale». Un grande pittore italiano, Bernardo Bellotto, nipote del Canaletto, ce ne ha dato la prima immagine, indimenticata, nelle sue vedute, dove c’è tutto lo splendore del Settecento. È una Dresda che non c’è più, che aleggia come un mito od un ricordo. «Bellotto è stato il pittore delle nuove capitali europee, tanto che i suoi dipinti sono serviti a ricostruire Varsavia dopo le distruzioni della guerra. E probabilmente almeno in parte è successo anche per Dresda. La sua capacità di dare l’impressione del vero essenziale, di tradurre la luce della città, di trovare i punti di vista, ad esempio in rapporto al fiume, è straordinaria. Certo la Dresda che vediamo non è più quella».&#13;
Anche il fiume che vediamo è diventato un’altra cosa, un’entità ben più terribile e minacciosa contro quel «tesoro in un guscio di noce», secondo una definizione che ne dette Fiodr Dostoevskij. Era un tesoro compatto e forse precario, nato da un grande sogno. I principi elettori avevano le idee chiare, al proposito. Una capitale dev’essere innanzi tutto un’opera d’arte, provocare meraviglia e rispetto. Così vollero innanzi tutto una pinacoteca d’importanza mondiale, e parallelamente «investirono nella pietra», facendo lavorare gli architetti. Qualcosa di simile sarebbe accaduto nella Berlino neoclassica disegnata da Schinkel, ma certo Dresda è la prima in Germania a sbocciare come un complesso unico e compatto, pensato dal punto di vista sinuoso e scenografico del barocco.&#13;
Fu un enorme «investimento simbolico», come dice Castelnuovo, dove i sovrani si impegnarono su tutti i fronti, ivi compreso quello delle arti applicate: stucchi, legni, il grande artigianato, e non senza una vena di follia. A Dresda, infatti, cercavano l’oro. Volevano costruirlo in laboratorio, proprio come tentò di fare, un secolo prima, Rodolfo d’Asburgo nella sua Praga. Non ci riuscirono, ma trovarono un tesoro nella tecnica. Accadde con il sovrano Augusto il Forte, libertino e sperperatore: non sapendo come tappare i buchi del bilancio statale prese per buone le promesse del farmacista-alchimista Friederich Bottger, che sosteneva di poter trovare la formula per produrre il prezioso metallo in laboratorio.&#13;
Il 28 Marzo 1709, quando nell’impresa erano stati profusi gli ultimi spiccioli del regno, Boettger scrisse al re di essere in grado di produrre non l’oro, ma «una bella porcellana bianca, pari a quella dei cinesi, se non migliore». Salvò sia la propria testa (ormai pericolante) sia le finanze della Sassonia, e dette vita alle manifatture di Meissen, dove la formula restò per molto tempo un ben custodito segreto di Stato e nacquero le celebri porcellane, collezionate in tutto il mondo, che hanno per marchio due spade azzurre incrociate.&#13;
&#13;
Sopra: Il cuore di Dresda sommerso dalla piena. Nell’immagine il palazzo di corte Zwinger in stile tardo-barocco. Ospita un museo che accoglie capolavori di Rubens, Raffaello e Tiziano. A fianco lo storico dell’arte Enrico Castelnuovo&#13;
 &#13;
 &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Armata rossa&#13;
-	Augusto II, re di Polonia&#13;
-	Baudino, Mario&#13;
-	Bellotto, Bernardo&#13;
-	Böttger, Johann Friedrich&#13;
-	Canaletto [Giovanni Antonio Canal]&#13;
-	Carracci, Agostino&#13;
-	Dostoevskij, Fëdor Michajlovič&#13;
-	Federico II di Hohenzollern, re di Prussia&#13;
-	Francia, Francesco [F. Raibolini]&#13;
-	Goethe, Johann Wolfgang von&#13;
-	Raffaello&#13;
-	Rodolfo II d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero&#13;
-	Rubens, Peter Paul&#13;
-	Schinkel, Karl Friedrich&#13;
-	Tiziano&#13;
-	Veronese, Paolo&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI E ISTITUZIONI CITATI&#13;
-	Berlino [Germania]&#13;
-	Dessau [Germania]&#13;
-	Dresda [Germania]&#13;
o	Frauenkirche&#13;
o	Gemäldegalerie Alte Meister&#13;
o	Zwinger [Gemäldegalerie Alte Meister]&#13;
-	Elba&#13;
-	Hiroshima [Giappone]&#13;
-	Linz [Austria]&#13;
-	Meissen [Germania]&#13;
-	Praga [Repubblica Ceca]&#13;
-	Varsavia [Polonia]</text>
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                <text>I capolavori assediati nella Firenze dell'Elba che non trova pace</text>
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                <text>Mario Baudino intervista Enrico Castelnuovo in occasione dell’alluvione dell’Elba, focalizzando il dialogo sulle catastrofi che hanno colpito il patrimonio artistico di Dresda dal XVIII secolo sino a oggi.</text>
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                <text>Mario Baudino</text>
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        <name>Tutela del patrimonio culturale</name>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per «La Stampa» e il suo supplemento &lt;em&gt;Tuttolibri&lt;/em&gt;, dal 1978 al 1994. Comprende, inoltre, quattro interviste rilasciate da Castelnuovo al quotidiano nei primi anni Duemila</text>
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              <text>«La Stampa» – Anno 135, n. 306 – Martedì 6 novembre 2001, p. 31&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Ha carpito lo sguardo dei pittori&#13;
&#13;
Le sue intuizioni nel ricordo di Enrico Castelnuovo.&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
TORINO. È stato certamente il più noto storico dell’arte. Semplificando brutalmente, possiamo chiederci se sia anche il più grande? Un maestro come Enrico Castelnuovo sorride alla domanda, ma sta al gioco. «Diciamo che se per grande intendiamo il miglior conoscitore dei singoli artisti, della loro mano, allora bisogna pensare a Longhi. Credo ad esempio che Gombrich non abbia mai fatto neppure un’attribuzione in vita sua. Ma se guardiamo alla straordinaria capacità di far entrare la storia dell’arte in un contesto più ampio, non parlando solo agli studiosi e nello stesso tempo tenendosi lontano dalla semplice divulgazione, allora è difficile trovare altri personaggi di maggiore intelligenza in tutto il secolo ventesimo».&#13;
Qual è stato l’apporto fondamentale di Gombrich?&#13;
«Lo spostare l’attenzione non solo sulla storia delle opere, ma anche sulla percezione di queste opere nel tempo. Non dimentichiamo che era anche uno studioso della psicologia della percezione. Ha saputo aprire la storia dell’arte a quella dell’immagine e a quella della percezione. Così studiava il modo in cui, nelle differenti epoche, i pittori si sono posti di fronte all’oggetto. È un problema complesso, perché bisogna evitare lo scoglio della percezione immediata. In questo non era il solo, certo. E infatti il suo apporto non si ferma qui».&#13;
Qual è la vera novità di Gombrich, allora, ammesso che la si possa riassumere in una frase?&#13;
«Ha saputo vedere come la produzione artistica abbia un sistema di regole in cui agiscono i singoli pittori o scultori. Ha affrontato e chiarito il tema molto complesso del rapporto fra schema, utilizzazione, sfida, risposta: grazie alla sua grande capacità di mettere insieme interessi scientifici, storici e culturali, e farli interagire».&#13;
Storico dell’arte, quindi, e storico delle idee?&#13;
«Anche di più. La sua è una storia più vasta. Storici dell’arte e storici delle idee sono stati più o meno tutti gli studiosi tedeschi e austriaci della sua generazione, basti pensare a Erwin Panofsky. Lui però ha saputo concepire una storia fatta di eroi e di colpi di genio, ma anche e soprattutto di un sistema».&#13;
Ha lasciato allievi?&#13;
«Sì e no. Credo che alcuni grandi, come Michael Baxandall, abbiano preso molto da lui. Non penso tuttavia che lasci discepoli diretti, semmai un segno molto forte. Pensi a una studiosa importante come Svetlana Alpers, di cui Einaudi ha pubblicato Tiepolo e l’intelligenza figurativa – scritto insieme a Baxandall – e L’officina di Rembrandt, mentre da Bollati Boringhieri è uscito L’arte del descrivere». &#13;
Grande storico, e grande innovatore?&#13;
«Non c’è dubbio. Ha saputo porsi delle domande che gli storici dell’arte prima di lui non si ponevano».&#13;
m.b.&#13;
&#13;
Enrico Castelnuovo è uno dei maggiori storici dell’arte italiani. Insegna alla Normale di Pisa &#13;
 &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Alpers, Svetlana &#13;
-	Baudino, Mario&#13;
-	Baxandall, Michael &#13;
-	Bollati Boringhieri&#13;
-	Einaudi&#13;
-	Gombrich, Ernst&#13;
-	Longhi, Roberto&#13;
-	Panofsky, Erwin&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI E ISTITUZIONI CITATI&#13;
-	Pisa&#13;
o	Scuola Normale Superiore&#13;
-	Torino</text>
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                <text>Ha carpito lo sguardo dei pittori</text>
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                <text>&lt;span&gt;Mario Baudino intervista Enrico Castelnuovo in occasione della morte di Ernst Gombrich (Vienna, 30 marzo 1909-Londra 3 novembre 2001), focalizzando il dialogo sull’apporto che Gombrich lascia in eredità alla storia dell’arte. Il contributo accompagna l’articolo di Fiorella Minervino, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Gombrich, l’arte come destino.&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; Negli stessi giorni, Castelnuovo ricorda lo storico dell'arte anche sul domenicale de «Il Sole 24 Ore» &lt;span style="font-weight: 400;"&gt;(&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/198"&gt;11&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/198"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt; novembre 2002&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;).&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per «La Stampa» e il suo supplemento &lt;em&gt;Tuttolibri&lt;/em&gt;, dal 1978 al 1994. Comprende, inoltre, quattro interviste rilasciate da Castelnuovo al quotidiano nei primi anni Duemila</text>
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              <text>«La Stampa» – Anno 133, n. 315 – Mercoledì 17 novembre 1999, p. 22&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Torino e il Crocifisso del Giambologna&#13;
&#13;
I doveri di una città&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Enrico Castelnuovo&#13;
Mi pare che nella polemica sul recente acquisto, da parte della Città di Torino, del Crocifisso del Giambologna, manchi la consapevolezza di alcuni punti essenziali. Il primo è che un museo deve avere una politica di acquisti che non può dipendere esclusivamente dal mecenatismo privato; del resto, senza le campagne di acquisto messe in atto nell’ Ottocento – talora in maniera spregiudicata – dai grandi musei europei, oggi non avremmo la National Gallery e il Victoria and Albert Museum di Londra, né i musei di Berlino. In Francia, per esempio, esiste un organismo pubblico, la Réunion des Musées Nationaux, che coordina gli acquisti dei musei statali, ma un’attenta politica di acquisti è svolta anche dai grandi musei municipali.&#13;
Il secondo punto è che un museo deve acquistare in modo oculato rispettando la sua storia e le vocazioni delle sue raccolte. Ora, le raccolte di arte applicata del Museo Civico d’Arte Antica di Torino (mobilio, ceramica, oreficerie, avori, tessuti, vetri, metalli) sono raccolte di livello internazionale, e il crocifisso di Giambologna appartiene a pieno titolo a questa categoria di oggetti. Il fatto che negli ultimi anni le acquisizioni si siano orientate prevalentemente verso la produzione figurativa del territorio, non toglie che l’arricchimento delle raccolte di arte decorativa debba anche aprirsi, quando possibile, su opere di importanza sovraregionale come, appunto, quella di Giambologna. Sono sorpreso che dalle dichiarazioni di persone esimie emerga la convinzione che il mestiere dell’ente pubblico non è comprare opere d’arte. Non è l’ente pubblico che acquista, ma è il museo, con i fondi che gli sono messi a disposizione sia dall’amministrazione da cui dipende, sia da privati (Amici dei Musei, fondazioni, associazioni ecc.). Questo è almeno quanto avviene nella massima parte dei paesi europei, da Berna a Francoforte, da Parigi a Barcellona, a Londra.&#13;
Una città ha il dovere di curare i propri musei, come le proprie biblioteche, come le strade e lo smaltimento dei rifiuti. Curare un museo non significa solo assicurarne il funzionamento ma anche arricchirne in modo mirato le collezioni. Ancora una volta è quanto avviene nella massima parte dei paesi europei, da Berna a Francoforte, da Parigi a Barcellona, a Londra.&#13;
Perché non dovrebbe avvenire a Torino? Questo francamente mi sfugge.&#13;
Ordinario di Storia dell’arte alla Normale di Pisa &#13;
 &#13;
NOMI CITATI&#13;
-	Comune di Torino&#13;
-	Giambologna [Jean de Boulogne]&#13;
-	Réunion des musées nationaux&#13;
&#13;
LUOGHI E ISTITUZIONI CITATI&#13;
-	Barcellona [Spagna]&#13;
-	Berlino [Germania]&#13;
-	Berna [Svizzera]&#13;
-	Francoforte sul Meno [Germania]&#13;
-	Londra [Regno Unito]&#13;
o	National Gallery&#13;
o	Victoria and Albert Museum&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
-	Torino&#13;
o	Museo Civico [Palazzo Madama]</text>
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                <text>&lt;span&gt;Castelnuovo risponde alle critiche mosse al Comune di Torino per l’acquisto dalla società Antichi maestri pittori, al prezzo di 4.200.000.000 lire, di un crocefisso attribuito a Jean de Boulogne (oggi dato ad Antonio Susini su disegno di Giambologna), da destinarsi al Museo di Arte Antica di Torino (delibera dalla Giunta comunale 99 09945/26, non portata a risoluzione). Castelnuovo, con Giovanni Romano, Enrico Filippi ed Enrica Pagella, era parte del comitato scientifico del Museo di Arte Antica, preposto a valutare gli acquisti per le civiche collezioni; allo stesso tempo, con Romano, aveva più volte collaborato con il proprietario della galleria, Giancarlo Gallino (di Romano è la prefazione al catalogo che presenta il crocefisso: Herbert Keutner, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Firenze 1592. Un nuovo crocifisso in argento del Giambologna&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;, Torino, Allemandi, 1999). &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;A oggi non sono note le ulteriori vicende dell’opera.</text>
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                <text>&lt;a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;img alt="Licenza Creative Commons" src="https://i.creativecommons.org/l/by/4.0/88x31.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Quest'opera è distribuita con Licenza&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/"&gt;Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale&lt;/a&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per «La Stampa» e il suo supplemento &lt;em&gt;Tuttolibri&lt;/em&gt;, dal 1978 al 1994. Comprende, inoltre, quattro interviste rilasciate da Castelnuovo al quotidiano nei primi anni Duemila</text>
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              <text>«La Stampa» – Anno 132, n. 274 – Martedì 6 ottobre 1998, p. 21&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
L'occhio felice&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Un giorno di una calda remotissima estate Federico Zeri raccontava animatamente a un gruppetto di allievi fiorentini di Roberto Longhi un itinerario zigzagante attraverso l'Umbria e le Marche che gli aveva rivelato cose bellissime. Mi pare che da non molto avesse l'auto, o almeno quell'auto sportiva che allora guidava, e per andare da Roma a Milano aveva scelto una sorta di chemin des écoliers. Il braccio sinistro, che per tutto il viaggio aveva tenuto appoggiato sul finestrino, era scarlatto per il sole e la voce tradiva ancora l'emozione per quello che aveva visto.&#13;
Per noi Zeri era già un mito, anche se non aveva ancora pubblicato un libro; le sue fulminee identificazioni condotte in brevi note su Proporzioni o su Paragone ci restituivano via via, giorno per giorno, opere, ambienti, maestri dimenticati. Davanti a chi lo ascoltava si aprivano improvvisi panorami, resti di perdute civiltà pittoriche, le magnificenze e i misteri delle piccole corti appenniniche da Camerino a Gubbio, ricostruite attraverso frammenti di affreschi, scomparti di polittici. Con pochissime parole riusciva a restituire un clima artistico, culturale, finanche politico partendo da scarsi appoggi che sapeva leggere con un'adesione e un'infinita curiosità nella fiducia che l'opera d'arte contenesse e potesse svelare valori, comportamenti, attese.&#13;
Una delle sue eccezionali qualità fu di saper leggere il centro a partire dalle periferie, di comprendere e di fiutare anche e preferibilmente da zone eccentriche quanto stava avvenendo o era per avvenire. Raramente si cimentava con i divinissimi, con i grandi nomi iperconsacrati (il che non gli impedì però di ritrovare opere importantissime, tra le tante un capitale frammento di Giotto), ma la schiera dei maestri marchigiani, umbri, laziali, campani da lui resuscitati e ricostruiti riuscì a cambiare la visione di un periodo. Il suo sguardo era acuto come la sua memoria, i mille e mille quadri visti, le centomila fotografie scartabellate si componevano, grazie al suo occhio felice, in situazioni e configurazioni chiare e organiche.&#13;
Longhi lo aveva incontrato giovanissimo quando era allievo a Roma del grande Pietro Toesca, e subito l'aveva arruolato chiamandolo alla redazione di Paragone. Da Longhi Zeri prese molto senza peraltro, e per fortuna, volerlo seguire nell'inimitabile stile letterario. Da lui molte cose lo divisero e il loro fu, come può succedere con i padri, un rapporto irrisolto. La teatralizzazione che fece del suo personaggio, l'uso spregiudicato dei media e la grande capacità comunicativa lo resero molto popolare, io preferisco ricordarlo giovane come quando lo incontrai le prime volte, travolgentemente ricco di idee, di immagini, di curiosità, di progetti.&#13;
Enrico Castelnuovo &#13;
 &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Longhi, Roberto&#13;
-	Paragone&#13;
-	Proporzioni&#13;
-	Toesca, Pietro&#13;
-	Zeri, Federico&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI E ISTITUZIONI CITATI&#13;
-	Camerino [Macerata]&#13;
-	Gubbio [Perugia]&#13;
-	Marche&#13;
-	Milano&#13;
-	Roma&#13;
-	Umbria</text>
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                <text>Necrologio di Federico Zeri (Roma, 12 agosto 1921-Mentana, 5 ottobre 1998). Castelnuovo presenta un profilo del collega a partire dai propri ricordi giovanili, menzionando i suoi maestri Roberto Longhi e Pietro Toesca, con cui si era laureato, e riconoscendogli il merito di aver riscoperto pittori e realtà geografiche periferiche ed eccentriche. L&lt;span&gt;’intervento accompagna il più ampio articolo di Liliana Madeo, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Zeri l’angelo guastatore.&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per «La Stampa» e il suo supplemento &lt;em&gt;Tuttolibri&lt;/em&gt;, dal 1978 al 1994. Comprende, inoltre, quattro interviste rilasciate da Castelnuovo al quotidiano nei primi anni Duemila</text>
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              <text>«La Stampa» – Anno 132, n. 69 – Mercoledì 11 marzo 1998, p. 14&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
L’esperto&#13;
&#13;
Ora ampliamo i servizi&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Inutile dirlo, la notizia della prossima apertura prolungata dei principali musei italiani è una gran bella cosa. Questo permetterà di fare entrare maggiormente i musei nel paesaggio particolare di ognuno di noi, non solo di noi come turisti, ma di noi come cittadini, di avvicinarci ad essi, di considerarli un po’ meno come templi arcani dall’accesso difficile e sottoposto a condizioni punitive, orari assurdi, visite guidate e altre mortificazioni. Ricordo molti anni fa la ferrigna cerimonia della chiusura al Louvre, quando alle 5 meno 10 dal fondo dei corridoi si avvicinavano i gruppi serrati dei custodi che, formando delle catene umane, intonavano in coro «On ferme, on ferme».&#13;
Ora il Louvre è un universo amplissimo e modulato, uno spazio accogliente, amabile e solenne, ma anche mosso e animato. Anche i nostri musei diventeranno così? Speriamolo. Magari certe parole d’ordine possono sembrare un po’ singolari, leggo per esempio che il ministro Veltroni ha suggerito lo slogan «Di giorno a spasso per le città, di notte al museo» che, francamente, non mi convince molto con questa separazione tra funzioni diurne e notturne e questa immagine dei musei come palazzi sacri alla regina della notte del Flauto Magico, ma poco male, l’iniziativa è ottima e va lodata.&#13;
Altra preoccupazione: leggo che l’apertura lunghissima dovrebbe avvantaggiare le scolaresche. Andiamoci piano, sono d’accordo per le scolaresche nei musei, ma bisognerebbe che le visite non si svolgessero nelle condizioni che tutti conosciamo e che sono state spesso deplorate. La visita di un museo non deve essere punitiva, ma neppure caotica e tempestosa. Questo significa che per fruire di queste nuove offerte ci vuole un minimo di preparazione che spetta alle scuole, ma che d’altra parte domanda un ampliamento dei servizi didattici dei musei.&#13;
E qui arriviamo ad un punto importante. Annunciare che i principali musei del Paese resteranno aperti sei giorni su sette dalle 9 alle 22 ci mette certo all’avanguardia dell’Europa, ma bisogna che ci siano i mezzi, e non solo quelli finanziari per farlo. Il pericolo è un po’ quello di adottare la massima di De Gaulle «L’intendance suivrà». Bisogna che i soprintendenti i direttori e il personale dei musei siano messi da ogni punto di vista nelle condizioni di realizzare questo progetto che certamente condividono, ma per la cui effettuazione devono essere non solo spinti ma aiutati appoggiati e facilitati in ogni modo. Evviva per i musei. A quando le biblioteche?&#13;
Enrico Castelnuovo &#13;
 &#13;
NOMI CITATI&#13;
-	De Gaulle, Charles&#13;
-	Veltroni, Walter&#13;
&#13;
LUOGHI E ISTITUZIONI CITATI&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
o	Musée du Louvre</text>
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                <text>Castelnuovo commenta la proposta di ampliare l'orario di apertura dei principali musei statali avanzata dal ministro per i Beni culturali e ambientali Walter Veltroni grazie ai risparmi di gestione: pur apprezzando il progetto, precisa la necessità di ripensare ed estendere i servizi didattici offerti ai visitatori (“La visita di un museo non deve essere punitiva”). &lt;span&gt;L’intervento è posto a corredo dell’articolo di Liliana Madeo, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;«I musei scopriteli di sera»&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;.&lt;/span&gt;</text>
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              <text>Tuttolibri – Anno 19, n. 937, pp. 4-5&#13;
(supplemento a «La Stampa» del 31 dicembre 1994)&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Mira l’Italia&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Una monumentale collana di Franco Cosimo Panini dedicata ai nostri monumenti: ogni volume illustra con attenzione minuziosa e vigile storia, modifiche sottrazioni di un edificio, dagli arredi alle decorazioni&#13;
Sullo scaffale di Capodanno la Galleria delle carte geografiche in Vaticano, voluta da Gregorio XIII, e il Battistero di San Giovanni a Firenze, esplorato e fotografato fin nelle zone più inaccessibili degli antichi matronei&#13;
&#13;
&#13;
Racconta Borges che un imperatore della Cina aveva iniziato a farsi fare una carta dei suoi domini in scala uno a uno. È una storia che viene evocata nelle occasioni più diverse ma direi che nel caso dei volumi di Mirabilia Italiae, una nuova sorprendente collana di Franco Cosimo Panini, la citazione è giustificata. Il nome della collezione è ispirato dalle Mirabilia Urbis, quelle antenate delle attuali guide che nel Medioevo offrivano al pellegrino una meditata selezione dei grandi monumenti di Roma.&#13;
Nel nostro caso si tratta di libri che illustrano con una attenzione minuziosa quanto vigile, con grande ricchezza di insiemi e di particolari, con una quantità di elementi di riferimento, una serie di monumenti italiani. I precedenti di questa impresa sono i grossi volumi usciti al tempo della mostra Quando le cattedrali erano bianche dedicata a Lanfranco e Wiligelmo al Duomo di Modena (1984) e il successivo Atlante fotografico del Duomo di Modena (1985) tutti editi da Panini. Salvatore Settis, che all’impresa di Modena aveva partecipato e che da Einaudi aveva realizzato una edizione della colonna Traiana ispirata a criteri di completezza documentaria, ha ideato e messo a punto questa monumentale collana i cui volumi non hanno niente che vedere con gli abituali e vistosi coffee-table books.&#13;
Qui siamo di fronte ad atlanti completi che con un amplissimo corredo documentario illustrano volta per volta un diverso monumento, a una sorta dell’equivalente su carta di un compact-disc, o della pubblicazione integrale di un suntuoso codice miniato. Non solo l’edificio e la sua decorazione sono documentati nel loro attuale stato, ma vengono illustrati e schedati opere e arredi di qui provenienti e che sono oggi conservati altrove. Non l’Italia in tasca (ogni volume – in due tomi, uno per le immagini, uno per i testi – è fornito di una sorta di scatola-valigia per il trasporto), ma l’Italia esposta, mostrata e dimostrata da riporre in libreria.&#13;
Esistono infatti monumenti che una volta che ne sia stata ultimata la costruzione e la decorazione trascorrono per secoli una vita silenziosa senza che nulla venga a modificarne o a variarne in modo marcato l’aspetto. Ve ne sono altri che hanno attraversato trasformazioni, arricchimenti, sottrazioni che ne hanno parzialmente mutato i caratteri. Nella maggior parte dei casi questi interventi si concentrano entro tempi determinati. Anni in cui la storia dell’edificio conosce una accelerazione, una variazione per poi riprendere a fluire, e per lungo tempo, a un ritmo assai più lento. In altri monumenti, la storia sembra essersi depositata con una intensità e una continuità del tutto particolari, in strati successivi, quasi senza interruzione. Mentre il tempo degli uni è trascorso in modo irregolare con periodi di mutamenti e di variazioni seguiti da lunghi secoli di calma, il tempo degli altri disegna una diversa traiettoria, un diverso tracciato, e sono proprio questi tracciati che rivelano la diversità degli strati storici. In questi monumenti di grande spessore ogni epoca è in qualche modo intervenuta trasformando, modificando, arricchendo, distruggendo talvolta, lasciando innumeri tracce che si intersecano, si sovrappongono, si elidono, si intrecciano in modo inestricabile.&#13;
I volumi fin qui usciti della collana esemplificano due tipi diversi di monumenti: il primo, apparso sei mesi fa, è l’atlante di un atlante; la compiuta e documentata illustrazione di un monumento tanto insigne e significativo quanto poco noto al gran pubblico, anche se lo attraversano tutti i visitatori dei musei vaticani, di un autentico paradiso cartografico, la stupefacente Galleria delle carte geografiche in Vaticano (a cura di A. Pinelli e L. Gambi, 2 voll., pp. 1130, 795 ill. a colori, 120 in b. e n., L. 900.000), eseguita sotto papa Gregorio XIII in un tempo assai breve tra il 1578 e il 1581, e giunta sino a noi senza notevoli variazioni a parte quelle apportate pochi decenni dopo ai tempi di papa Barberini. Il secondo, che è appena stato presentato in Palazzo Vecchio, dedicato a uno dei monumenti più celebri d’Italia, Il Battistero di San Giovanni a Firenze (a cura di A. Paolucci, 2 voll., pp. 1056, 1054 ill. a col., 120 in b. e n., L. 750.000), illustra un edificio dove la storia, la pietà e l’orgoglio civico in molti modi e forme si sono depositati nei secoli.&#13;
Due monumenti assai dissimili, distanti nel tempo, nelle funzioni, negli spazi, nell’aspetto, nella notorietà, uno smagliante capolavoro romanico in tutto teso all’imitazione di modelli classici il primo, sfolgorante di mosaici dall’alto, rilucente dal basso di pavimenti tassellati, disseminato per ogni dove di capolavori della scultura, chiuso da porte splendide e splendenti, fasciato all’esterno da un raffinato paramento di marmi dalle calcolate alternanze cromatiche; una lunga galleria del tardo Cinquecento l’altro, sulle cui pareti si succedono senza interruzione coste, montagne, pianure costellate di fatti d’armi notevoli, colline, isole, laghi, fiumi, mari, vedute a volo d’uccello di fortezze e di città portuali, in una parola una minuziosa raffigurazione, regione per regione dell’Italia intera, sovrastata nella volta da una serie di episodi di storie di pontefici e di santi, che, luogo dopo luogo, anno dopo anno, attestano l’epopea cristiana del Paese.&#13;
Non a caso, credo, apre la serie il volume sulla Galleria delle Carte geografiche. Squadernando sulle sue pareti le immagini di un atlante, la galleria permette infatti un lungo viaggio entro un piccolo spazio e sembra quasi una metafora della collana. La pittura geografica che accostava immagini o anche mappe di luoghi, di città, di castelli, scelte per un loro preciso significato ha una lunga storia che risale all’antichità classica (il portico d’Agrippa a Roma) al Trecento (i castelli conquistati dalla repubblica dipinti nel Palazzo Pubblico di Siena), ed è sempre stata legata alla rappresentazione ed espressione del dominio; in questo caso essa viene a decorare uno spazio ampiamente rappresentativo proprio per la simbologia del potere, la galleria, una forma architettonica nuova, una creazione messa a punto nel Cinquecento nei palazzi dei re francesi.&#13;
Gregorio XIII, il papa Buoncompagni, che volle realizzarla nel lungo braccio occidentale che unisce nei palazzi vaticani il cortile del Belvedere con la Torre dei Venti, poteva esaminare in dettaglio e stupire il visitatore con le immagini di tutte le terre e le città dei suoi stati dal Lazio all’Emilia e alla Romagna, dall’Umbria alle Marche ad Avignone, ma anche passeggiare per l’Italia senza uscire dal suo palazzo, perlustrando via via le regioni che si stendevano dalle Alpi alla Sicilia, dal Piemonte e Venezia, dal ducato di Milano al regno di Napoli, a Malta. Un poemetto in latino scritto da un anonimo contemporaneo si intitola appunto Ambulatio Gregoriana e dice come il pontefice, percorrendo la sala avesse davanti a sé, nei due ordini di pitture che vede e rivede, tutta l’Italia e potesse considerare come amministrarla e governarla dedicando attenzione a tutti i particolari delle mappe senza che gli sfuggissero, per quanto oscuri, «certi castelli arroccati sulle cime nevose delle Alpi, o i più remoti villaggi senza nome».&#13;
Negli itinerari proposti da questi volumi tutto è chiaro, logico, ordinato, si percorrono gli spazi di un monumento secondo un preciso itinerario sapendo esattamente volta per volta (grazie alla coerenza del percorso ai rimandi – sotto ogni foto uno schema indica con chiarezza l’esatta posizione dell’oggetto – agli apparati grafici), dove ci si trovi, come e dove si situi quell’affresco (o quel mosaico, o quella scultura, quel capitello o quello stucco) e come si collochi quel particolare rispetto all’insieme. Si avanza passo passo, lungo un preciso tracciato che non lascia inesplorato alcuno spazio consentendo di percorrere visualmente ogni palmo del monumento conducendo il visitatore per passaggi, scale, gallerie abitualmente impraticabili che, nel caso del Battistero, permettono di salire ad un livello superiore quello degli inaccessibili matronei dove ci si può avvicinare ad opere completamente sconosciute, qui per la prima volta pubblicate.&#13;
Per realizzare questi volumi sono state necessarie lunghe e minuziose campagne fotografiche che spesso hanno permesso di conoscere in dettaglio opere ben poco note, un esempio lo offrono le singolarissime pitture duecentesche che sulle pareti dei matronei del Battistero di Firenze aprono un nuovo capitolo della storia delle architetture dipinte simulando le tarsie e dipanando un sorprendente repertorio decorativo fatto di draghi, vasi, uccelli affrontati, pesci, croci, anfore, candelabri, galli, splendidi elementi decorativi protogotici, polilobi, quadrifogli. Né meno sorprendenti sono le immagini dei mosaici di questi stessi matronei, meno noti di quelli celeberrimi della cupola e della scarsella, che si collocano tra Due e Trecento in un momento cruciale della diffusione a Firenze della pittura giottesca. Non minori e non meno numerose novità si incontrano nell’esplorazione della galleria vaticana, ritratti di città in cui si possono seguire le strade e identificare i monumenti, da Torino, a Milano, a Venezia, a Bologna ad Urbino a Palermo ad Avignone, ricostruzioni archeologiche come quella dell’antico porto di Claudio alla foce del Tevere dove il Papa aveva inviato il suo cosmografo, il padre Egnazio Danti, geniale programmatore della galleria: «Per vederselo tuttavia avanti gl’occhi, et andar divisando come ridurre al pristino, uso sì degn et sì mirabile opera», battaglie per mare e per terra con accurate ricostruzioni delle disposizioni delle flotte e degli eserciti, o ancora un favoloso e tuttavia attendibilissimo isolario ove le capre della Capraia, i forti di Malta, il castello di Corfù o le coste dell’Elba sono minuziosamente registrate ed eternate.&#13;
Al suntuoso ed esauriente apparato delle immagini (nel caso della galleria delle carte geografiche ai due consueti tomi consacrati alle illustrazioni e ai testi si aggiunge un cofanetto che raccoglie, staccate e piegate in quattro, le riproduzioni in grande formato – 46,5 x 50 – delle quaranta mappe della galleria, accompagnate da un completissimo indice topografico, un vero e proprio atlante dell’Italia attorno al 1580), si affianca la sequenza dei testi dei saggi e delle schede dati in italiano e in inglese. Il primo volume, quello sulla galleria è curato da uno storico dell’arte e da un geografo, nella fattispecie Antonio Pinelli e Lucio Gambi, e contiene vari interventi dei curatori (rispettivamente del primo sulla costruzione e la decorazione della galleria e sul programma apologetico della volta del secondo sul ruolo del cosmografo papale Egnazio Danti nella realizzazione del ciclo) e dei loro collaboratori, Rolando Ferri che parla dell’anonima Ambulatio gregoriana, Marica Milanesi che illustra eccellentemente le ragioni del ciclo delle carte, Paola Sereno che si interroga sulla sua scarsa fortuna e Claudio Franzoni che tratta dei restauri. Seguono circa 800 schede che commentano ogni riproduzione. Il volume sul Battistero è a cura di Antonio Paolucci e comporta un vasto numero di saggi sulla funzione che l’edificio occupava nella città (T. Verdon) sulla architettura e i suoi elementi (G. Morolli e F. Salvi), le sculture (A. Paolucci), gli antichi arredi presbiteriali (E. Neri-Lusanna, M. Tavoni), infine sulla stupefacente decorazione musiva (A.M. Giusti) e il suo programma (I. Hueck), nonché sulle pitture murali e sul pavimento (A.M. Giusti) e ad oltre mille schede.&#13;
I prossimi tomi saranno dedicati al Duomo e al Battistero di Pisa, alla torre pendente e ad Orsanmichele a Firenze e sarà così possibile al lettore fortunato (dato il numero delle illustrazioni e la mole dei volumi il loro prezzo è necessariamente elevato) deambulare come papa Gregorio senza muoversi di casa attraverso i monumenti descritti nelle Mirabilia Italiae e senza che ne sfugga alcun particolare sia pur riposto.&#13;
Enrico Castelnuovo&#13;
&#13;
Una veduta di Firenze della Galleria delle carte geografiche in Vaticano &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Borges, Jorge Luis&#13;
-	Danti, Ignazio&#13;
-	Einaudi&#13;
-	Ferri, Rolando&#13;
-	Franzoni, Claudio&#13;
-	Gambi, Lucio&#13;
-	Giusti, Anna Maria&#13;
-	Gregorio XIII, papa [Ugo Boncompagni]&#13;
-	Hueck, Irene&#13;
-	Lanfranco&#13;
-	Milanesi, Marica&#13;
-	Morolli, Gabriele&#13;
-	Neri Lusanna, Enrica&#13;
-	Panini [Franco Cosimo Panini Editore]&#13;
-	Paolucci, Antonio&#13;
-	Pinelli, Antonio&#13;
-	Salvi, Federica&#13;
-	Sereno, Paola&#13;
-	Settis, Salvatore&#13;
-	Tavoni, Mirko&#13;
-	Urbano VIII, papa [Maffeo Vincenzo Barberini]&#13;
-	Verdon, Timothy&#13;
-	Wiligelmo&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI E ISTITUZIONI CITATI&#13;
-	Avignone [Francia]&#13;
-	Bologna&#13;
-	Capraia [Livorno]&#13;
-	Città del Vaticano&#13;
o	Cortile del Belvedere&#13;
o	Palazzo Apostolico in Vaticano&#13;
	Galleria delle carte geografiche&#13;
o	Torre dei venti&#13;
-	Corfù [Grecia]&#13;
o	Angelokastro&#13;
-	Firenze&#13;
o	Battistero di San Giovanni Battista&#13;
o	Orsanmichele&#13;
o	Palazzo Vecchio&#13;
-	Fiumicino [Roma]&#13;
o	Porto di Claudio [Area archeologica dei Porti Imperiali di Claudio e Traiano]&#13;
-	Isola d’Elba [Livorno]&#13;
-	Malta&#13;
-	Milano&#13;
-	Modena&#13;
o	Cattedrale di Santa Maria Assunta in Cielo e San Geminiano&#13;
-	Palermo&#13;
-	Pisa&#13;
o	Battistero di San Giovanni&#13;
o	Cattedrale di Santa Maria Assunta&#13;
o	Torre di Pisa&#13;
-	Roma&#13;
o	Colonna di Traiano&#13;
o	Portico di Agrippa&#13;
-	Siena&#13;
o	Palazzo Pubblico&#13;
-	Tevere&#13;
-	Torino&#13;
-	Urbino [Pesaro-Urbino]&#13;
-	Venezia</text>
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                <text>Recensione della collana &lt;em&gt;Mirabilia Italiae&lt;/em&gt;, curata da Salvatore Settis per Franco Cosimo Panini Editore. Castelnuovo si sofferma sulle prime due opere edite:&#13;
&lt;ul&gt;&#13;
&lt;li&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/la-galleria-delle-carte-geografiche-in-vaticano/UTO00214669?locale=eng&amp;amp;tabDoc=tabcontiene"&gt;&lt;em&gt;La Galleria delle carte geografiche in Vaticano&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;, a c. di Lucio Gambi e Antonio Pinelli, 1993-94, 3 voll.;&lt;/li&gt;&#13;
&lt;li&gt;&lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/il-battistero-di-san-giovanni-a-firenze/UTO00591827?locale=eng&amp;amp;tabDoc=tabcontiene"&gt;&lt;em&gt;Il Battistero di San Giovanni a Firenze&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;, a c. di Antonio Paolucci, 1994, 2 voll.&lt;/li&gt;&#13;
&lt;/ul&gt;&#13;
&lt;p&gt;Nel fondo dell’autore, conservato dalla Biblioteca storica d'Ateneo “Arturo Graf”, è conservata una copia delle due opere commentate e di alcune di quelle pubblicate a seguire nella collana: &lt;em&gt;Il Duomo di Pisa&lt;/em&gt; (1995, 2 voll. - recensito su &lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/123"&gt;«Il Sole 24 Ore»&lt;/a&gt;), &lt;em&gt;Il Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna&lt;/em&gt; (1996); &lt;em&gt;Orsanmichele a Firenze &lt;/em&gt;(1996, 2 voll. - recensito su &lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/137"&gt;«Il Sole 24 Ore»&lt;/a&gt;), &lt;em&gt;Il Duomo di Modena&lt;/em&gt; (1999, 3 voll. - recensito su &lt;a href="https://www.asut.unito.it/castelnuovo/items/show/161"&gt;«Il Sole 24 Ore»&lt;/a&gt;).&lt;/p&gt;</text>
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                <text>Tuttolibri, anno 19, n. 937, pp. 4-5  (supplemento a La Stampa)</text>
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                <text>&lt;span data-sheets-root="1" data-sheets-value="{&amp;quot;1&amp;quot;:2,&amp;quot;2&amp;quot;:&amp;quot;Inventario del fondo Enrico Castelnuovo, unità archivistica «La Stampa» (Archivio storico dell'Università di Torino)&amp;quot;}" data-sheets-userformat="{&amp;quot;2&amp;quot;:1063933,&amp;quot;3&amp;quot;:{&amp;quot;1&amp;quot;:0},&amp;quot;5&amp;quot;:{&amp;quot;1&amp;quot;:[{&amp;quot;1&amp;quot;:2,&amp;quot;2&amp;quot;:0,&amp;quot;5&amp;quot;:{&amp;quot;1&amp;quot;:2,&amp;quot;2&amp;quot;:0}},{&amp;quot;1&amp;quot;:0,&amp;quot;2&amp;quot;:0,&amp;quot;3&amp;quot;:3},{&amp;quot;1&amp;quot;:1,&amp;quot;2&amp;quot;:0,&amp;quot;4&amp;quot;:1}]},&amp;quot;6&amp;quot;:{&amp;quot;1&amp;quot;:[{&amp;quot;1&amp;quot;:2,&amp;quot;2&amp;quot;:0,&amp;quot;5&amp;quot;:{&amp;quot;1&amp;quot;:2,&amp;quot;2&amp;quot;:0}},{&amp;quot;1&amp;quot;:0,&amp;quot;2&amp;quot;:0,&amp;quot;3&amp;quot;:3},{&amp;quot;1&amp;quot;:1,&amp;quot;2&amp;quot;:0,&amp;quot;4&amp;quot;:1}]},&amp;quot;7&amp;quot;:{&amp;quot;1&amp;quot;:[{&amp;quot;1&amp;quot;:2,&amp;quot;2&amp;quot;:0,&amp;quot;5&amp;quot;:{&amp;quot;1&amp;quot;:2,&amp;quot;2&amp;quot;:0}},{&amp;quot;1&amp;quot;:0,&amp;quot;2&amp;quot;:0,&amp;quot;3&amp;quot;:3},{&amp;quot;1&amp;quot;:1,&amp;quot;2&amp;quot;:0,&amp;quot;4&amp;quot;:1}]},&amp;quot;8&amp;quot;:{&amp;quot;1&amp;quot;:[{&amp;quot;1&amp;quot;:2,&amp;quot;2&amp;quot;:0,&amp;quot;5&amp;quot;:{&amp;quot;1&amp;quot;:2,&amp;quot;2&amp;quot;:0}},{&amp;quot;1&amp;quot;:0,&amp;quot;2&amp;quot;:0,&amp;quot;3&amp;quot;:3},{&amp;quot;1&amp;quot;:1,&amp;quot;2&amp;quot;:0,&amp;quot;4&amp;quot;:1}]},&amp;quot;9&amp;quot;:0,&amp;quot;10&amp;quot;:0,&amp;quot;11&amp;quot;:4,&amp;quot;12&amp;quot;:0,&amp;quot;14&amp;quot;:{&amp;quot;1&amp;quot;:3,&amp;quot;3&amp;quot;:1},&amp;quot;15&amp;quot;:&amp;quot;Helvetica Neue&amp;quot;,&amp;quot;16&amp;quot;:11,&amp;quot;23&amp;quot;:1}" data-sheets-textstyleruns="{&amp;quot;1&amp;quot;:0,&amp;quot;2&amp;quot;:{&amp;quot;2&amp;quot;:{&amp;quot;1&amp;quot;:2,&amp;quot;2&amp;quot;:1136076},&amp;quot;9&amp;quot;:1}}{&amp;quot;1&amp;quot;:10}" data-sheets-hyperlinkruns="{&amp;quot;1&amp;quot;:0,&amp;quot;2&amp;quot;:&amp;quot;https://atom.unito.it/index.php/la-stampa&amp;quot;}{&amp;quot;1&amp;quot;:10}"&gt;&lt;a class="in-cell-link" target="_blank" href="https://atom.unito.it/index.php/la-stampa" rel="noopener"&gt;Inventario&lt;/a&gt; del fondo Enrico Castelnuovo, unità archivistica «La Stampa» (Archivio storico dell'Università di Torino)&lt;/span&gt;</text>
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                  <text>La raccolta degli articoli redatti da Enrico Castelnuovo per «La Stampa» e il suo supplemento &lt;em&gt;Tuttolibri&lt;/em&gt;, dal 1978 al 1994. Comprende, inoltre, quattro interviste rilasciate da Castelnuovo al quotidiano nei primi anni Duemila</text>
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              <text>«La Stampa» – Anno 127, n. 56 – Venerdì 26 febbraio 1993, p. 21&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
Torino, piccola caput mundi&#13;
&#13;
Quanti maestri fra il despota Vittorio Amedeo III e le speranze del ventennio napoleonico&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
TORINO – «Invano ognun vorrebbe la patria governare / Il popolo è felice di farsi così mandare»: scritte in francese e in latino nella lunga iscrizione bilingue che accompagna una stampa (c. 1792) di Luigi Valperga «intagliatore di S.M.», le parole sono più alate, ma il concetto rimane. È questa Anarchia destructa, un’opera emblematica della mostra calibrata e sottile «Roma-Torino-Parigi» condotta con la consueta sapienza da Giovanni Romano. Emblematica per la sua data, circa il 1792, più o meno a mezza strada tra il punto di partenza (1770) e quello di arrivo (1830) della rassegna. Emblematica per il suo autore, un disegnatore raffinato reduce da dieci anni di soggiorno parigino e quindi autorevole testimone dei contatti tra le due capitali. Emblematica per il soggetto «avant le déluge» che utilizzando una composizione storica del medesimo Valperga (il Sacrificio di Polissena) rappresenta una Francia pentita condotta da un bel guerriero che altri non è se non Luigi XVI, verso gli eserciti delle grandi potenze accorsi a salvare il sovrano, mentre crollano i simboli rivoluzionari e viene bruciato un cartiglio con le scritte fatidiche «liberté-egalité». Emblematica per il modo in cui testimonia del clima solidamente reazionario della corte sabauda tra timori per l’avvenire, sconvolgimenti in corso e una futura auspicata – e voluta da Dio – restaurazione: «Dieu protège les Roix et détruit l’anarchie / La France renaîtra sur ses tristes débris».&#13;
La mostra abbraccia un periodo cruciale: il mezzo secolo abbondante che porta dal dispotismo parcamente illuminato ma incline alle arti di Vittorio Amedeo III (celebrato con una trionfale quadriga dall’«Umil.mo Suo Sudito, e fedel Servo Giacomo Pregliasco, R.o. disegnatore da Carozze»), alle grandi speranze e alle delusioni del ventennio francese (testimoniate tra l’altro da un pimpante e napoleonico ritratto colmo di passione civile e di erudizione dell’avvocato, infaticabile poligrafo, Modesto Paroletti, dipinto a Parigi nel 1810 da Benedetto Pécheux); e una restaurazione che se tiene l’«Augusto Ciglio» («Splendido per virtù, senno e consiglio / vibra luce maggior l’Augusto Ciglio» afferma il Bonzanigo sotto il profilo eburneo di Maria Teresa d’Austria-Parma, sposa del «Sabaudo-Augusto» Vittorio Emanuele I) ostinatamente volto all’indietro si adopera acciocché «d’aurea felicità gli eccelsi effetti / far che provino i popoli soggetti» e si colora ai margini di un gusto borghese e biedermeier come nel bel Ritratto di famiglia di Pietro Ayres.&#13;
Questi i tempi. Il luogo è Torino, una Torino non periferica, anche se a tratti provinciale, in continuo scambio con Roma e con Parigi, un rapporto stimolato dalla politica artistica di Vittorio Amedeo III che gli sopravviverà, dove i grandi sommovimenti sono attutiti dall’usuale understatement subalpino, dove approdano – e partono – opere e artisti. Grandissimi tra questi Ignazio e Filippo Collino – ricercati fin nelle Russie dal conte del Nord – i cui busti vivissimi del conte e della contessa Provana del Sabbione sono tra le più belle e moderne sculture italiane della fine del ‘700, come grande sarà l’applicato e cosmico agrimensore Bagetti (di cui sono qui tra l’altro una splendida Presa di Fossano e un Sabba di fantasmi tra le rovine di un convento).&#13;
Accanto a questi due ritratti (spediti da Parigi da un Drouais «not at his best» per compensare l’ambasciatore sardo di aver organizzato un regal matrimonio tra una principessina sabauda e il conte di Provenza, futuro Luigi XVIII), un ritrattino (le cui vicende sono illustrate in uno stravagantissimo cartiglio apposto alla cornice) di Maria Clotilde di Borbone principessa di Piemonte, moglie di Carlo Emanuele IV, opera dell’austriaco Ludwig Guttenbrunn, ritrattista assai ricercato dalle corti. E poi alcune opere significative (tra queste il bozzetto per la volta della biblioteca di Vittorio Amedeo III) del lionese-romano Lorenzo Pécheux, un’Angelica Kauffmann spedito da Roma a committenti piemontesi, un lunare Cesar Van Loo; disegni, stampe, intagli, tarsie, argenti, porcellane, biscuit, mobili, legature, quanto basta a mostrare un gusto diversificato e una committenza attenta e variata non solo di corte.&#13;
Enrico Castelnuovo&#13;
&#13;
Una preziosa miniatura e un medaglione del Lingotto &#13;
NOMI CITATI&#13;
 &#13;
-	Ayres, Pietro &#13;
-	Bagetti, Giuseppe Pietro&#13;
-	Bonzanigo, Giuseppe Maria &#13;
-	Carlo Emanuele IV di Savoia, re di Sardegna&#13;
-	Collino, Filippo &#13;
-	Collino, Ignazio&#13;
-	Drouais, François-Hubert&#13;
-	Ferrero della Marmora, Filippo&#13;
-	Guttenbrunn, Ludwig &#13;
-	Kauffmann, Angelica&#13;
-	Loo, Jules-César-Denis van&#13;
-	Luigi XVI, re di Francia&#13;
-	Luigi XVIII, re di Francia&#13;
-	Maria Clotilde di Borbone, regina di Sardegna&#13;
-	Maria Giuseppina di Savoia, regina di Francia&#13;
-	Maria Teresa d'Austria-Este, regina di Sardegna&#13;
-	Paolo I, imperatore di Russia [conte del Nord]&#13;
-	Paroletti, Vittorio Modesto &#13;
-	Pécheux, Benedetto &#13;
-	Pécheux, Lorenzo &#13;
-	Pregliasco, Giacomo &#13;
-	Provana del Sabbione, Francesco Aleramo Saverio&#13;
-	Provana del Sabbione, Teresa [nata Ruffini di Diano]&#13;
-	Romano, Giovanni&#13;
-	Valperga, Luigi &#13;
-	Vittorio Amedeo III di Savoia, re di Sardegna&#13;
-	Vittorio Emanuele I di Savoia, re di Sardegna&#13;
 &#13;
&#13;
LUOGHI E ISTITUZIONI CITATI&#13;
-	Parigi [Francia]&#13;
-	Roma&#13;
-	Torino&#13;
o	Lingotto Fiere</text>
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                <text>Recensione della mostra: &lt;em&gt;Roma Torino Parigi 1770-1830&lt;/em&gt; (Torino, Lingotto Fiere: 27 febbraio-7 marzo 1993), a c. di Giovanni Romano, catalogo edito da Umberto Allemandi; l’esposizione è organizzata nell’ambito della Biennale internazionale di antiquariato &lt;em&gt;Arte antica '93&lt;/em&gt;: Castelnuovo era parte del comitato scientifico, presieduto da Federico Zeri. L’articolo offre un affondo sull’arte piemontese da Vittorio Amedeo III sino alla Restaurazione, passando per la parentesi napoleonica, e mette a fuoco i rapporti internazionali che legavano Torino ad altre capitali europee quali Parigi e Roma.&lt;br /&gt;Una copia del catalogo della mostra è presente nel fondo librario dell'autore, conservato dalla &lt;a href="https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/roma-torino-parigi-17701830-arte-antica-93-torino-27-febbraio7-marzo-1993/UTO00294283"&gt;Biblioteca storica d'Ateneo “Arturo Graf”&lt;/a&gt;.</text>
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